Sunset on the Hudson
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Un anno d’America: e ancora tanto da fare

Un anno fa ero sul balcone di casa con la mia migliore amica in mezzo alla notte. Guardavo Firenze addormentata. Via Bovio nel silenzio. Il bar di sempre, il forno, la macelleria con le serrande abbassate.

Un anno fa pensavo a questo momento. Pensavo a un anno dopo. Cosa sarebbe successo a me, alla mia migliore amica, alla mia famiglia. Ma in special modo alla mia vita.

La paura più grande era che Firenze sarebbe cambiata. La mia migliore amica e con lei gli affetti più cari avrebbero fatto lo stesso. Non avrebbero aspettato il mio ritorno, sarebbero andati avanti senza di me e non avrei potuto mai recuperare il tempo perduto.

“Certo che sarà tutto diverso”, mi ha confermato ad alta voce la mia amica. Lei che di lì a poco avrebbe pianto per entrambe. Mentre io avrei sdrammatizzato…sorridendo e facendo battute stupide, pur di non vederla piangere.

Perché in fondo, anche se sapevo che non l’avrei vista per almeno sei mesi o forse più, ero io quella con la consapevolezza di partire per il viaggio della mia vita. Per un’avventura emozionante. Lei quella che rimaneva nei luoghi di sempre in compagnia della mia assenza.

La paura del cambiamento ce l’avevamo entrambe. E io credo di avercela ancora, in qualche modo.

Ma se guardo indietro di 365 giorni vedo solamente un passo che andava fatto. Vedo una scommessa vinta con la mia vita e il mio carattere. Una sfida che mi ha dato gioie immense e dolori forti e mi ha posto davanti a tutti i limiti del mio carattere.

Potrei dire che è un’avventura che mi ha reso migliore e cambiato. Ma queste sono affermazioni che vanno fatte quando si mette il punto a qualcosa, e io ancora questa storia non l’ho finita di scrivere.

C’è ancora da fare, da scoprire. Persone da incontrare e tanta America da esplorare.

Posso però guardarmi indietro e pensare a gli sbagli e ai traguardi. Senza giudicarmi troppo: se non ho scritto quanto dovevo,  ho speso molto più del dovuto e fatto scelte che avrei decisamente non dovuto fare. Perché ormai quello che è fatto è fatto, diceva qualcuno.

Su quella finestra della mia camera adolescenziale ho detto addio a una parte di me, della mia famiglia e dei miei amici, per la persona che sono un anno dopo. Troppo presto per dire se migliore o peggiore, ma senza dubbio la migliore che posso essere adesso.

Tirando le somme. Di questi 365 giorni americani mi rimane tanto – ma tra il tanto – questo un pò più:

  • La pubblicazione sul Corriere della Sera online della storia di un ragazzo che ogni giorno mi dà ispirazione e mi stupisce sempre di più. La potete leggere qui.
  • La gentilezza di tanti giornalisti italiani. Professionisti che in mezzo al loro lavoro quotidiano hanno sempre trovato il modo di aiutarmi. Rispondendo prontamente a email. Aiutandomi a pubblicare lavori su giornali italiani. E allo stesso tempo mi hanno ispirato, incoraggiato, spinto e fatto sentire una di loro.
  • Due settimane di tennis mondiale a fianco di una squadra di amici e giornalisti matti da legare e indimenticabili.
  • La gentilezza, la solidarietà e allo stesso tempo l’egoismo e cattiveria degli americani. Così simili ma anche tanto diversi da noi italiani.
  • L’ignoranza e l’arroganza di tanti italiani in America. Che mi hanno insegnato che sei un italiano stronzo, rimani un italiano stronzo anche in un altro continente.
  • L’emozione di sentirsi a casa anche a milioni di chilometri da essa.
  • La bellezza di vedere ogni giorno coppie interrazziali, con tagli di occhi diversi e lingue diverse, ma con alla base lo stesso l’amore; a  cui non importa niente di di colore è la tua pelle.
  • Lo stupore di non vedere (praticamente) mai un bambino in un passeggino che abbia lo stesso colore della pelle della persona che lo spinge.
  • Un trasloco americano in pieno luglio: con annesso trasporto di una base per il letto per cinque piani di scale.
  • L’aver trovato persone che sono diventate amici veri. Di quelli che se finisci all’ospedale sei contento se ti vengono a salutare.
  • Poter lavorare al fianco di giornalisti e amici come Luca, che da un “Luca? Ciao. Sono una tua fan su Facebook”, ti hanno permesso di lavorare con loro a progetti come questo qui, e anche questo.
  • L’amore e l’affetto enorme che mi arriva ogni dall’altro capo del mondo. Tramite una parola, un gesto, un pensiero, un messaggio, un rimprovero.

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