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Vivere all’estero. Quel dolore all’improvviso

Da quando ho iniziato la mia avventura americana ho quasi sempre scritto delle cose che mi hanno reso felice e fiera della mia scelta.

Le emozioni, i tramonti, l’eccitazione delle scoperte, la speranza per un futuro migliore. 

Ma un’esperienza come questa è fatta anche di tanto, tanto dolore. E se prima il dolore mi ha sempre spinto ad essere più prolifica nella scrittura, in questo caso è stato il contrario.

Ho dato un calcio al dolore, alle paure, alla tristezza e le ho messe in un angolo della mente che non volevo guardare.

Perché a così tanti chilometri di distanza da tutto ciò che è familiare sapevo che quel dolore mi avrebbe schiacciato in un modo totalmente nuovo.

Eppure il dolore va fatto nostro e l’unico modo per superarlo è viverlo.

Ecco perché oggi sento il bisogno di fare proprio questo: guardarlo negli occhi e scriverne.

Ma quale dolore ?

Principalmente il dolore della distanza e della solitudine. Sono questi due tipi di sofferenza che possono attanagliare qualcuno che per diverso tempo vive all’estero, specialmente nei primi anni di un trasferimento, quando gli amici sono pochi e le difficoltà sono tante.

Oggi, che per un motivo o un altro esco da mesi di stress, speranza infrante e il cuore che seppur brevemente ha trovato il modo di battere in quel modo un po’ speciale, questi due dolori sono al massimo del loro livello. E sembrano anche tanto difficili da affrontare.

Le chiamate agli amici e alla famiglia aiutano. Facetime, Whatsapp sono un’ancora impagabile, grazie ai quali puoi ritrovare quei sorrisi familiari che anche solo per cinque minuti in una lunga giornata ti danno amore e conforto. Ma poi arriva quello stupido fuso orario e ti ritrovi sola di nuovo. Nessuno da chiamare, nessuno dall’altra parte del divano a commentare quella puntata del tuo telefilm preferito. 

Uscire nella folla di NYC aiuta. Vedere gente, la vita, la voglia di andare avanti di tutti nelle sofferenze personali che sono sicura ognuno di noi nasconde sotto i propri cappotti invernali, ti dona una forza inaspettata. Ma quando cala il buio e al tuo fianco il posto è vuoto e gli sconosciuti si stringono ai loro affetti, la folla può diventare un’arma a doppio taglio.

Fare nuove scoperte, leggere, studiare, incontrare il diverso e qualcosa di non visto aiuta. Ma a volte vorresti solo girarti, vedere la tua migliore amica e dirle: hai visto bello? Piace anche a te? Ma ti giri e non c’è nessuno.

Da persona abituata ad avere sempre qualcuno a portata di chiamata, di aperitivo o di “passo cinque minuti per un saluto” il non conoscere tante persone può pesare come si fosse stati abbandonati da tutto il mondo.

Sta poi a noi trovare il modo di ballare nella solitudine e di prenderla come un dono per fare le cose che non puoi fare quando sei in mezzo agli altri. Anche se è volte è più difficile del previsto.

Ci vuole coraggio per fare qualsiasi cosa nella vita. E quello che ho fatto io non è nulla, niente, in confronto a quello che persone che ho conosciuto qui a New York hanno dovuto e devono affrontare nel loro quotidiano.

Ci vuole coraggio anche ad ammettere le proprie sofferenze e i propri difetti. Ma è senza dubbio il primo passo per prendere un respiro grande, inspirare quest’aria fredda di una giornata invernale newyorchese e andare avanti, con un nuovo sorriso sulla faccia, e la forza innata che è in ognuno di noi di continuare, giorno per giorno, a vivere i nostri sogni e vederli realizzati, nonostante tutto il dolore e la sofferenza che può venirci addosso.

One Coments

  1. Tesoro ho pianto con te, ho sentito tt il tuo dolore che sarà poco ma faccio mio per cercare di alleggerirtelo almeno per un attimo. Ho sempre saputo del tuo valore ma le parole che hai scritto rivelano una grande donna che sta andando al cuore delle cose per poi – ne sono sicura – riuscire a danzare con leggerezza nella vita. Ti voglio bene Leonora e se vuoi vedere una faccia diversamente giovane anche solo per scambiarsi un sorriso … io ci sono… un abbraccio avvolgente e tenero.

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