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Sopravvivere ad una sparatoria di massa e decidere di morire 1/2

La chiamano “survivor’s guilt”, la sindrome del sopravvissuto. È una condizione medica che colpisce i sopravvissuti di forti traumi e porta i soggetti che ne soffrono a sentirsi in colpa per essere sfuggiti ad una catastrofe (che sia una guerra, un incidente aereo, un attacco terroristico) quando altri non ce l’hanno fatta.

Tra questi “forti traumi”nell’America del 2019 ci sono anche le sparatorie di massa – dove per massa si attesta la morte di almeno 5 persone (anche se non c’è una definizione accettata universalmente a riguardo) – in un incidente violento perpetrato con un’arma da fuoco come un fucile da guerra o una pistola.

I survivors sono spesso visti e considerati come quelli fortunati. Coloro che hanno avuto la possibilità di continuare a vivere e magari apprezzarne maggiormente il valore, proprio grazie al trauma vissuto.

Ma sono davvero così fortunati coloro che sopravvivono ad una sparatoria di massa?

Ci sono sopravvissuti che fanno di questa esperienza traumatica una occasione per vivere la vita “dopo sparatoria” con maggior enfasi e con maggiore consapevolezza di quello che avere una vita vuol dire, nel ricordo di chi è morto.

Ci sono sopravvissuti che decidono di dedicare la nuova vita all’attivismo per far sì che tragedie come la loro non accadano più.

Ci sono sopravvissuti che continuano con la loro vita, si sposano, hanno figli e nonostante tutto riescono ad avere una vita quasi normale.

E poi…

E poi ci sono poi quei sopravvissuti che sono sopraffatti dalla possibilità di una vita che è stata tolta alle altre vittime, che erano amici, fratelli, sorelle o figli.

Loro sono gli afflitti dalla sindrome del sopravvissuto. Una condizione psicologica che può portarli a sentirsi così in colpa da volersi togliere la vita con le loro stesse mani.

Perché loro sono sopravvissuti e gli altri no? Perché loro sono più degni di vivere dei loro fratelli o migliori amici?


In America il dibattito su questa sindrome, molto simile al PTSD – Disturbo da stress Post Traumatico – che affligge molti soldati dopo la loro partecipazione a tour in zone di guerra – è tornato sui titoli dei giornali nazionali a fine marzo quando due studenti sopravvissuti alla strage di massa di Parkland si sono tolti la vita nella città della Florida.

Ai due studenti si è aggiunto poi un terzo decesso in nemmeno dieci giorni, quando anche Jeremy Richman, padre di Avielle Richman – una delle vittime della sparatoria della scuola elementare Sandy Hook del 2012 dove a perdere la vita sono stati bambini per la maggior parte tra i 6 e i 7 anni – si è suicidato.


La prima a morire è stata Sydney Aiello, sopravvissuta alla sparatoria di Parkland del 2018 – che si è uccisa sparandosi un colpo alla testa il 24 marzo, scuotendo nuovamente una comunità ancora in lutto.

La madre, confermando il suicido della figlia ai media americani, ha sottolineato come Sydney non sia mai davvero uscita da quella scuola dove sono morti 17 dei suoi compagni, e una delle sue migliori amiche, Meadow Pollack.

A Sydney era stato diagnosticato il disturbo post traumatico da stress che le impediva di seguire i corsi all’università per paura che potesse succedere un’altra sparatoria“, racconta la madre Cara, “e sì, si sentiva in colpa per quello che era successo ai suoi compagni e a Meadow, anche se non ci aveva mai fatto sapere che aveva bisogno di aiuto“.

Sydney aveva 19 anni.


Dopo nemmeno una settimana a morire è un altro studente del secondo anno di Parkland il cui nome non è stato reso pubblico.

Due lutti che si aggiungono ai 17 dei deceduti il giorno stesso della sparatoria alla Marjory Stoneman Douglas di Parkland.

Il 27 marzo a suicidarsi è invece Jeremy Richman, attivista contro le violenza d’armi da fuoco e fondatore di una organizzazione sulla prevenzione delle malattie mentali in onore della figlia.

Mio marito è morto sotto il peso di un dolore da cui non poteva scappare“, ha commentato la moglie Jennifer, “crescere i nostri i figli senza di lui mi spezza il cuore, ma sono lo specchio del nostro amore e li amerò e lo amerò per sempre”.

Si può sopravvivere alla morte di una figlia che non è nemmeno diventata ragazza? Si può sopravvivere alla morte di amici, fratelli, sorelle che non hanno avuto la possibilità di diventare adulti?

La prossimità di queste morti ha scosso molti e fatto luce su un fenomeno conosciuto ma troppo spesso messo da parte in una società dove ormai non si pensa se ci sarà un’altra sparatoria, ma quando.


Il dibattito attorno all’argomento è molto vasto. Come si combatte questa “malattia”? Come vengono aiutati i sopravvissuti delle stragi? Quanto costa farsi aiutare da psicologi e psichiatri?


Avevo amici che mi accusavano di crogiolarmi nel mio dolore e di rifiutarmi di dimenticare quello che era successo. Mi dicevano che dovevo essere contenta di essere viva.

Non potevano capire che stavo ancora combattendo con un trauma troppo più grande di me.

Sherrie Lawson. SOPRAVVISSUTA alla sparatoria del Navy Yard a Washington nel 2013

Ne parlo approfonditamente nella prossima ed ultima parte.

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