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Cartoline da Newtown|Yolanda Renee King

A Newtown, Connecticut, un’ora e mezza da New York, le previsioni del tempo mettevano pioggia a dirotto tutto il giorno.

L’ultima tappa del progetto Road to Change – un tour estivo in più di venti stati americani organizzato dai giovanissimi del movimento March for Our Lives –  è iniziata da qualche ora e sullo stretto palco si alternano ragazzi dalla Florida, da Sandy Hook, New York, Milwaukee e Chicago che hanno urlato a squarciagola la loro frustrazione e la loro rabbia.

“Ci sono troppi letti vuoti in questo paese”, dice Jaclyn, una delle organizzatrici del movimento con la voce spezzata e gli occhi lucidi.

C’è chi è presente perché ha perso il figlio e tiene alta la sua foto, chi canta una canzone per il fratellino di sei anni che non avrà più un futuro, chi ha perso amici e non riesce a sorridere.

Ognuno di loro ha una storia da raccontare e tutti ricevono un applauso, un grido di approvazione, un abbraccio vocale di solidarietà.

Vedere chiaramente cosa accadde sul palco non è semplice, a causa della calca di persone che assistono al rally, insieme alla polizia, necessaria per questioni di sicurezza – molti dei ragazzi del movimento infatti sono spesso stati minacciati. 

Quasi alla fine dell’evento, quando il caldo appiccicoso di una giornata estiva non dà tregua e i ragazzini più giovani vogliono mettersi in fila per fare una foto con i loro beniamini preferiti – questo infatti sono diventati molti degli organizzatori del movimento – dal palco arriva una voce di bambina.

In un momento tutti si muovono, telefonino alla mano verso di lei. Davanti a me una bambina dalla maglietta gialla si sporge il più possibile con il suo smartphone per registrare il momento. Accanto a lei in un attimo c’è anche Lauren Hogg, la sorella di David, uno degli esponenti più in vista del movimento, che correndo guarda verso il palco e anche lei riprende la scena con l’i-phone. 

Yolanda King

La folla urla e si capisce che chi è salito sul palco non è una persona qualunque. E’ piccola ma è grande. Grandissima.

Si chiama Yolanda Renee e di cognome fa King, come suo nonno Martin Luther King.

E credeteci se vi dicono che non è solo il nome che condivide con lui. A nove anni Yolanda ha la grinta di un’adulta, la voglia di combattere di quei ragazzi con cui condivide il palco – come ha già fatto nella grande marcia del 24 marzo scorso a Washington – e nessuna paura di stare con un microfono in mano.

“Chi siamo?”, chiede alla folla,”Siamo quelli di cui abbiamo bisogno”, rispondono.

“Start the fire”, continua, “Non avete sentito? In tutta la nazione. Saremo una grande generazione”. 

Non avrà detto tanto, non avrà fatto il discorso che fece a Washington DC e l’ha portata alle luci della ribalta internazionale, ma in quei pochi minuti che era sul palco, non c’era un orecchio o un volto che non guardasse il suo sorriso e avesse capito di che pasta fosse fatta.

E’ così che si chiude il rally. Con un botta e risposta incitato da una piccola futura speaker che ha già le idee ben chiare. 

E’ la forza di questo movimento. Gli eroi di questa generazione sono ragazzi proprio come loro. Hanno la loro stessa età, alcuni di loro non possono ancora votare, ma hanno deciso che non staranno con le mani in mano a vedere la vita scorrergli accanto. Saranno loro il cambiamento che vogliono nella società. 

All’evento qualcuno ha detto: “Il cambiamento e il coraggio a volte saltano una generazione”. Yolanda King ha tutte le carte in regola per diventare la voce di questo coraggio e cambiamento. 

Chi è Yolanda Reese King 

Yolanda ha nove anni ed è la figlia di Martin Luther King III and Andrea Waters. E’ nata nello stato della Giorgia ed è cresciuta ad Atlanta. Ha preso il suo nome dalla zia Yolanda King, morta per un problema di cuore nel 2007. E’ l’unica nipote di Marti Luther King e la moglie Coretta.

Il discorso alla marcia di Washington del 24 marzo scorso 

La piccola Yolanda è arrivata all’attenzione dei media internazionali grazie alla partecipazione alla “Marcia per le nostre vite” di Washington DC, lo scorso 24 marzo 2018.

Dove dal sogno di suo nonno è nato un nuovo sogno: un mondo senza armi! 

Mio nonno aveva un sogno che i suoi quattro figli non fossero giudicati dal colore della loro pelle, ma dal loro carattere. Io invece ho il sogno che quando è troppo è troppo. Questo dovrebbe essere un mondo senza armi. Punto



Fare del buon giornalismo è bellissimo. E’ una passione, un onore e un privilegio. Ma fare giornalismo, soprattutto all’estero è anche una spesa. Se non fossi andata sul posto a vedere con i miei occhi i suoni, gli odori e le facce delle persone che erano presenti a questo rally sabato 6 agosto non sarei probabilmente riuscita a farlo così pieno e vero.  Ma in ogni caso, che sia un articolo con una ricerca di immagini, video e foto fatto al computer o dal vero, un giornalista andrebbe, secondo la mia modesta opinione, ringraziato e sostenuto per averci da guida in un fatto di cronaca o una situazione. Se vi è quindi piaciuto questo pezzo, vorreste saperne di più e mi volete dare una mano a raccontarvi altre storie su questa generazione in cammino, potete farlo qui: https://www.produzionidalbasso.com/project/road-to-change-un-inchiesta-giornalistica-sulla-generazione-che-vuole-cambiare-l-america/

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I liceali americani tornano a scuola | Tra guardie armate, metal detector e recinzioni

Durante il Road to Change, il tour estivo dei ragazzi di March For Our Lives (di cui scrivo qui), ho parlato con uno degli studenti fondatori Matt Deitsch, che mi ha raccontato come la sua sorella minore, ormai da settimane nel mezzo della notte, lo svegli per essere consolata non riuscendo a dormire per la paura di tornare nella sua scuola, la Stoneman Douglas di Parkland (Florida), dove quattro delle sue migliori amiche sono morte lo scorso febbraio in una delle sparatorie di massa americane più letali della storia 

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Oggi, 15 agosto, lei e milioni di altri studenti americani torneranno nei loro campus in tutto il paese. Ma per molti le scuole che troveranno non saranno le stesse che hanno lasciato.

Come cambia la scuola della strage di Parkland

In primis ovviamente proprio la scuola della sorella di Matt, la Stoneman Douglas, dove gli studenti troveranno:

  1. tre poliziotti armati,
  2. recinzioni lungo il perimetro delle classi del campus, 
  3. entrate con metal detector, 
  4. più telecamere lungo i corridoi,  
  5. serrature delle classi che si chiudono automaticamente dall’interno ,
  6. badge personale per ogni studente, 
  7. più cartelli con i motto della Florida (In God We Trust), mandatori per la legge dello stato 

In altre scuole invece, oltre ai metal detector, sono state installate anche telecamere con riconoscimento facciale.

Ma c’è di più. In una zona rurale del West Virginia – nelle scuole del distretto di Lee County – insegnanti e membri dello staff (che già avevano un permesso per possedere un’arma) potranno partecipare a corsi di aggiornamento per portare le stesse nei campus. E’ il primo distretto a permettere una cosa del genere nello Stato. 

Le misure messe in atto nell’ultimo periodo vogliono dare una sensazione di sicurezza maggiore ai ragazzi, ma sono davvero abbastanza? E’ davvero questa la direzione giusta? La zia di Jaime, una delle ragazze uccise a Parkland, ha espresso i suoi sentimenti con un post su Facebook.

Estremamente rappresentativo del pensiero del movimento anti-armi che sta spingendo per riforme concrete per evitare un’altra strage di massa in una scuola americana. 

Six Months since Parkland, a New School Year Begins…Six months ago today, my niece Jaime Guttenberg, and 16 other…

Pubblicato da Abbie Guttenberg Youkilis su Lunedì 13 agosto 2018

Qui i punti salienti: 

“Siamo grati che sia stato fatto qualcosa per i nostri ragazzi. Che siano state messe in atto misure per rendere le scuole più sicure con più poliziotti e psicologi per la prevenzione.

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“MA i nostri bambini non dovrebbero proprio essere costretti a essere perquisiti e comprare vestiti o caschi a prova di armi per permettere agli adulti di avere un accesso senza restrizioni alle armi.

Abbiamo bisogno di una strategia complessiva che includa la sicurezza delle nostre scuole, un migliore piano di salute mentale e leggi sensate in materia di controllo delle armi.”

“Sembra che ormai l’installazione di metal detectors è diventata una obbligatoria, vista la nostra inabilità di bilanciare la sicurezza pubblica e un’interpretazione assurda del Secondo Emendamento. E quindi il sacrosanto diritto dei nostri bambini di crescere felici viene sacrificato perché la nostra generazione li ha falliti.

E quindi il sacrosanto diritto dei nostri bambini di crescere felici viene sacrificato perché la nostra generazione li ha falliti. 

Sono triste che i nostri ragazzi inizieranno la loro giornata sotto una nuvola di sospetto e paura mentre tireranno fuori le loro cose dalle tasche e si toglieranno le scarpe. 

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Sono ancora più triste che debbano pensare alle armi ogni giorno, quando entrano a scuola e quando devono fare le esercitazioni per una sparatoria in atto. 

Ma soprattutto credo che mettere dei metal detectors all’entrata della scuola è come coprire una ferita da proiettile con un cerotto. Non risolverà, probabilmente, il problema.” 

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Una generazione in marcia | Contro l’NRA

Come due squadre di calcio che aspettano il fischio di inizio e si squadrano a vicenda – il 6 agosto a Fairfax, nello stato della Virginia alle porte di Washington D.C. – i sostenitori della National Rifle Association (la potente lobby delle armi americane) e i sostenitori dei movimenti per leggi più restrittive in temi di acquisto e vendita delle armi (against gun violence) – si sono ritrovati gli uni davanti agli altri separati solo da una decina di agenti della polizia di stato, davanti alla sede ufficiale dell’NRA, in Waples Mill Road.

[Pillole da Firefax – la risposta della lobby delle armi sui social]Ma l'NRA come ha risposto alle proteste davanti…

Pubblicato da Road to change – Un crowdfunding giornalistico su Giovedì 9 agosto 2018
Momenti prima dell’inizio della manifestazione


La manifestazione, chiamata March on the NRA (Marcia contro l’NRA), è stata organizzata dai ragazzi (solo uno ha più di 24 anni) del movimento National Organization for Change, (Movimento nazionale per il cambiamento).

Un gruppo nato sulla scia di quello creato dai sopravvissuti della sparatoria di Parkland (Florida)  March for our Lives (In Marcia per le nostre vite) e autori di quella grande marcia su Washington DC a cui hanno partecipato milioni di persone e dal cui palco una generazione ha urlato in diretta mondiale richieste ben precise:

  • Basta morire nelle scuole perché uno studente prende in mano un’arma e inizia a sparare ai compagni.
  • Basta a nessun controllo (della fedina penale e della salute mentale) su chi acquista le armi.
  • Basta con l’accesso facilitato ai fucili d’assalto.
  • Basta votare senatori e rappresentanti del Congresso che prendono fondi dall’NRA.
Un recapito della manifestazione di D.C del Washington Post 

Girasoli e Fucili 

Dalla parte del movimento contro le armi donne, uomini e ragazzi di ogni età con abiti colorati e girasoli a simboleggiare le persone ammazzate con pistole e fucili. 

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Dall’altra parte della “barricata” invece, in numero inferiore ma non meno agguerrito, uomini di mezza età e oltre, con qualche fucile, molti cartelli dai colori patriottici (rosso, bianco e blu), bandiere di Trump-Pence e megafoni per far arrivare il messaggio forte e chiaro dall’altra parte della strada. 

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Sopra entrambi un sole che brucia le spalle e infiamma ancora di più degli animi già bollenti. Sì, perché l’argomento è uno dei più delicati di sempre negli Stati Uniti.

Un argomento che si dice irrisolvibile poiché troppo radicato nella cultura americana, nei valori fondanti del paese stesso.

“Il secondo emendamento non si tocca”; “E’ un nostro diritto fondamentale poter avere le armi e usarle. Se mi tocchi questo diritto è come se mi togliessi anche quello di parola”; “Se prima o poi qualcuno arriverà a casa tua per prendersela e mandarti via, come ti difenderai? Io avrò la mia arma e tu?”; “Il problema non sono le armi, sono le persone che usano le armi”.

Questi sono solo alcuni degli slogan dei gruppi pro-armi negli Stati Uniti che ho sentito ripetere in questa giornata. Argomenti da cui non sono disposti a muoversi di un millimetro.

L’unico argomento che raggiunge il centro della terra di nessuno di Fairfax e in qualche modo riesce a far trovare un punto d’incontro tra le due parti è un background check universale più restrittivo: ovvero il controllo massiccio prima di poter acquistare le armi. Su quello – magari – si può discutere.

Perché in fondo una persona che compra un’arma (o entra in possesso di una) e spara sulla folla in una scuola elementare, ad un concerto, in un cinema o un centro commerciale, fa male ad ogni singolo onesto cittadino che possiede le sue armi per andare a sparare la domenica al poligono.

Su un cartello tra i tanti si legge: “le persone oneste con le armi sono con voi e vi sostengono”.

E’ sabato e l’ufficio dell’NRA è chiuso, i suoi impiegati sono a casa e solo il museo sulle armi è aperto. Un museo che ospita 15 gallerie, 85 mostre, più di 3000 armi da fuoco e racconta “700 anni di storia delle armi, della libertà e dell’esperienza americana”, si legge nella bio sul sito ufficiale, “le armi raccontano storie di come sono state usate per assicurare sicurezza e nutrimento ai primi coloni arrivati, come abbiano donato libertà e indipendenza e da sempre aiutino a preservare queste libertà”.

Tra la folla c’è la voglia di parlare, di sconfiggere il caldo che viene dall’asfalto con un sit-in, magari poco organizzato – la stampa si pesta i piedi a vicenda, i manifestanti si mettono sulla traiettoria delle telecamere, si inizia in ritardo  – ma non meno duro nei toni e nei racconti di coloro che intervengono a parlare.

Un fiocco per Jaime 

“A inizio 2018 ho perso mio fratello per un cancro diagnosticatogli dopo aver prestato servizio l’11 settembre 2001  – ha iniziato Fred Guttenberg, un uomo di mezza età vestito d’arancione  – “e pensavo che quella fosse l’ultima tragedia nazionale che avrebbe colpito la mia famiglia. Mi sbagliavo. Perché il 14 febbraio, il giorno di San Valentino, una giornata che è iniziata come tutte le altre in casa mia: ovvero con il caos più totale – con i ragazzi in ritardo per scuola e io e mia moglie in ritardo per andare a lavoro – è finita con il ritorno a casa di uno dei miei figli.

Un estratto del discorso di Fred Guttenberg al rally 

Mia figlia è morta inseguita da una persona con un fucile AR-15 a cui è bastato un solo colpo per ucciderla centrandola alla spina dorsale”.

La figlia di Fred si chiamava Jaime Guttenberg e aveva 14 anni quando è morta. Avrebbe fatto 15 anni lo scorso 13 luglio. Una ragazzina come le altre che amava ballare. Oggi di lei, oltre il ricordo del padre, degli amici e della famiglia, rimane l’associazione che hanno creato in sua memoria: “Un fiocco arancione per Jaime”, nata per sostenere cause care alla famiglia come la danza, il bullismo e ovviamente riforme in tema di armi.

parkland shooting

“Io vivo a Parkland. In uno di quei quartieri dove ci avevano detto che una cosa del genere non sarebbe mai potuta succedere. Credetemi non è vero. Mi dicono che con il tempo le cose andranno meglio. Soffrirò meno. Non è vero. Ogni giorno è dolore e sofferenza. Per questo motivo sono qui oggi e per questo motivo non mi fermerò.”

Queste sono solo alcune delle parole che Fred ha deciso di condividere con la stampa e i manifestanti sulla sua famiglia. Ma è stato lo stesso Frank ha mandare un messaggio forte contro l’NRA, mentre alcuni dei suoi sostenitori in sottofondo lo chiamavano moron, stupido.


“Io credo nel secondo emendamento. Ma non nella rappresentazione sbagliata che la NRA ci vuole vendere. Ed è proprio questa lettura sbagliata che ha ucciso mia figlia e ha permesso di far circolare più armi. Nel 2003 quando mia figlia è nata l’azienda Smith and Wesson non ha fabbricato nemmeno un fucile d’assalto per uso personale, quest’anno ne hanno prodotti più di 5100. Ed è solo un’azienda.

Io credo che quando si mettono così tanti fucili d’assalto nelle nostre strade c’è solo un risultato: delle persone muoiono. Anche la lobby lo sa. Anche i sostenitori al Congresso e al Senato dell’NRA lo sanno.

Mia figlia e le altre vittime avevano il diritto di credere nel secondo emendamento, di sostenerlo, ma i loro diritti sono finiti. Perché sono morti. 

Io vorrei dire a coloro che sono qui e hanno un fucile con loro: se siete un possessore di armi che segue le regole – anche se odio il fatto che tu dobbiate venire qui armi che hanno ucciso le persone a noi care – io supporto il vostro diritto di farlo. Ma lasciatemi dire che sono necessarie delle limitazioni e delle regole. L’idea che possiate venire qui a minacciarci e mettere le nostre vite in pericolo senza che nessuno possa dire nulla, è assurdo e sbagliato.

Per questo ci stiamo battendo e (alle prossime elezioni ndr), manderemo a casa i rappresentanti che permettono delle cose del genere di succedere”. 

March for Our Lives Protest Against NRA in Virginia

We're in Fairfax, Virginia where a "March for Our Lives" rally is taking place in front of the NRA with students and family members from Marjory Stoneman Douglas High School in attendance. https://abcn.ws/2LW5BaP

Pubblicato da ABC News Live su Sabato 4 agosto 2018
Un video riassuntivo firmato ABC dei più importanti interventi della giornata!

In ricordo di Guac 

Fred non è l’unico padre nella folla ad aver perso un figlio però. Tra la folla è presente anche Manuel Oliver, che nella sparatoria di Parkland ha perso il figlio diciassettenne Joaquin – detto Guac – che avrebbe compiuto 18 anni proprio il giorno della marcia. 

Oliver non parla tanto come Fred. Ha deciso di lasciare parlare la sua arte, con dei lenzuoli bianchi con impresso il volto del figlio a diverse età e  colorando un muro con 18 candeline per il figlio,  che non potrà mai spegnere.

“Mi chiedono come io faccia ad essere forte in questo momento. La risposta siete voi, le persone che sono qui oggi. Io non mi fermerò, continuerò a parlare per proteggere i ragazzi che ancora oggi sono vivi, anche quelli dei sostenitori dell’NRA. Perché hanno il diritto di rimanere vivi.”

La creazione di un “muro di richieste”, wall of demands, è diventato un vero e proprio simbolo della lotta di Oliver, un modo per esprimere al meglio la sua rabbia e le sue richieste dopo il suo lutto. Ne ha disegnato uno a Parkland, Chicago, Los Angeles, Springfield (MA) e Orlando.

Come Fiocchi arancioni per Jaimie anche “Guac” ha una associazione a suo nome, che si chiama Change the Ref. Un’associazione per futuri leader che vuole donare ai più giovani strumenti per diventare cittadini informati e attivi. 

guac

E mentre i padri ricordano i figli, è bene ricordare che sono stati i figli ad organizzare la manifestazione. Sono stati loro che ci hanno messo la faccia per primi e dire basta, never again.  La maggior parte degli speaker che cantano, parlano e urlano durante la giornata non hanno più di 18 anni. Ma hanno senza dubbio una voglia di combattere che va ben oltre l’età anagrafica.

A prendere la parola sono state per la maggior parte ragazze. Da un background culturale diverso – una ragazza era musulmana, una ispanica e una ragazza di colore – ma tutte ferite in qualche modo dalle armi da fuoco e decise a far sentire la propria voce. 

NRA rally

In special modo la voce delle minoranze e di quelle fasce della società che combattono con la violenza da armi dal fuoco ogni giorno da molto prima della strage di Parkland e le precedenti. 

Perché dobbiamo pregare i nostri rappresentanti che si prendono cura di noi? 
Si chiede una delle speaker della giornata!

Padri, figli, madri e sorelle. A Fairfax sono stata testimone di una protesta fatta di toni forti, di emozioni urlate e diritti che non vogliono essere persi. Ho visto la faccia dell’America che non riesce a stare zitta, da nessuna parte della barricata. 

Ma questa marcia – e il tour di Road to Change – che sta volgendo al termine, è in verità solo l’inizio di un cambiamento che non si fermerà e non si vuole fermare fino al 6 novembre, giorno delle elezioni di metà mandato. Il momento in cui i ragazzi hanno promesso:  voteremo fuori tutti quelli che  prendono i soldi dell’NRA e che hanno sulle loro mani il nostro sangue.  



Fare del buon giornalismo è bellissimo. E’ una passione, un onore e un privilegio. Ma fare giornalismo, soprattutto all’estero è anche una spesa. Se non fossi andata sul posto a vedere con i miei occhi i suoni, gli odori e le facce delle persone che erano presenti a questo rally sabato 6 agosto non sarei probabilmente riuscita a farlo così pieno e vero.  Ma in ogni caso, che sia un articolo con una ricerca di immagini, video e foto fatto al computer o dal vero, un giornalista andrebbe, secondo la mia modesta opinione, ringraziato e sostenuto per averci da guida in un fatto di cronaca o una situazione. Se vi è quindi piaciuto questo pezzo, vorreste saperne di più e mi volete dare una mano a raccontarvi altre storie su questa generazione in cammino, potete farlo qui: https://www.produzionidalbasso.com/project/road-to-change-un-inchiesta-giornalistica-sulla-generazione-che-vuole-cambiare-l-america/

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[Raod To Change] Il movimento #NeverAgain

Come ho scritto qui, ho deciso di iniziare un progetto giornalistico dedicato al movimento studentesco #NeverAgainMSD (chiamato dopo la marcia su Washington dello scorso 24 marzo più comunemente March for our lives movement), che da febbraio 2018 ha ispirato una generazione di giovani a far sentire la propria voce sul tema delle armi negli Stati Uniti.

Li seguirò da venerdì 4 agosto fino al 6 novembre, seguendoli nell’ultima parte del loro tour nazionale Road to Change. Una strada del cambiamento.

Ma facciamo un po’ di ordine:

  • ROAD TO CHANGE è un tour itinerante a livello nazionale americano (iniziato lo scorso 15 giugno a Chicago, Illinois e che si concluderà il 12 agosto a Newtown in Connecticut) con il quale i fondatori e i sostenitori del movimento #NeverAgain stanno girando più di venti stati americani per parlare, discutere e confrontarsi su:  1. il problema delle armi da fuoco negli Stati Uniti; 2. i senatori e rappresentanti del Congresso sponsorizzati dall’NRA;  3. il portare più giovani americani a votare alle prossime elezioni del 6  novembre. 
  • #NEVERAGAIN (Mai più) è invece tante cose in una frase. E’ un hashtag su Twitter. E’ un grido. Ma allo stesso tempo una promessa fatta da un gruppo di ragazzi subito dopo che un ex studente della loro scuola, la Marjory Stoneman Douglas di Parkland in Florida,  è entrato nel plesso scolastico e ha ucciso a sangue freddo 17 tra loro compagni di scuola e professori in una normale giornata di scuola, lo scorso 14 febbraio. La promessa? Mai più una strage come quella che abbiamo subito noi. Mai più ragazzi innocenti (e purtroppo anche bambini) uccisi nei plessi scolastici americani.

 

Noi siamo la nuova generazione di americani. Se la vecchia generazione ha fallito è questo il momento in cui noi dobbiamo farci avanti. Facendo di questo il nostro problema e trovando noi una soluzione.

  • E’ da questa sparatoria che nasce il primo focolare di rivolta allo status quo. Un gruppo ristretto dei sopravvissuti alla strage, nemmeno una settimana dopo che essa è accaduta, decide che le cose devono cambiare. Stavolta non si può solo pregare e pensare alle famiglie coinvolte per una settimana e poi aggiungere la lista dei morti alla lunghissima lista di morti da sparatorie negli Stati Uniti. 
  • I primi ragazzi coinvolti e attualmente i più visibili sono: Camoron Kasky, Emma Gonzales, David Hogg, Alex Wind, Sarah Chadwick, Jaclyn Corin, Sofie Whitney. 

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Subito dopo la sparatoria questi giovani hanno iniziato a parlare, twittare, farsi sentire. Non più ragazzi, ma sopravvissuti, attivisti e giornalisti. Un percorso che ha visto il primo grande passaggio dallo spazio virtuale di internet alla “piazza” reale, con la grande Marcia per le nostre vite (March for our lives) lo scorso 24 marzo scorso a Washington DC e in altre 800 città in tutto il paese.

“Ascoltate. La nostra missione è semplice e la nostra ambizione imbattibile. Teniamo le armi lontano dalle persone sbagliate e teniamole nelle mani delle persone sane e ragionevoli. Potete quindi aiutarci o stare dalla parte della storia che mette prima le armi delle vite degli altri .”

Se il primo obiettivo di questi ragazzi era farsi vedere, ascoltare e rendersi credibili, adesso e fino al 6 novembre  i più importanti obiettivi dei ragazzi sono scritti nel Manifesto di Parkland: 

  1. Controllo universale del passato di ogni singola persona che acquista armi da fuoco – Universal, comprehensive background checks
  2. Creazione di un database digitale dell’ATF (Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms, and Explosives), un’agenzia del governo degli Stati Uniti d’America, preposta a indagare sui reati federali relativi all’uso, alla fabbricazione e al possesso di armi da fuoco ed esplosivi; che regola inoltre la concessione di licenze la vendita, il possesso e il trasporto di armi da fuoco, munizioni ed esplosivi nel commercio intestatale.
  3. Finanziare il Centro per  la prevenzione e il controllo delle malattie (detto CDC) per trattare il problema della violenza da armi da fuoco come una vera e propria epidemia.
  4. Messa al bando dei caricatori ad alta capacità e dei fucili d’assalto semi automatici 

Con Road to Change l’obiettivo principale è invece quello di portare più giovani possibili a votare e escludere tutti i rappresentanti pagati dalla grande lobby delle armi americana, l’NRA! Di questo parleremo più approfonditamente nel prossimo post! 

Stay tuned!

 

 

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La storia dietro ‘Road to change: un crowdfounding giornalistico!’

Ci sono milioni di storie che potremmo raccontare dagli Stati Uniti. Storie di sofferenze, di lusso, di speranza, di lavoro, di amore.

Una delle mie prime visite al  Consolato italiano a New York ho incontro Giovanna Pancheri, la corrispondente di SkyTg 24 che sostituiva Liliana Faccioli Pintozzi, appena trasferita a Londra.

Mi sono presentata timidamente e le ho detto che lei, come Liliana, era per una fonte di ispirazione. Perché era una donna. Ma anche una giornalista. Perché i suoi servizi non erano mai scontati e in ognuno di essi si poteva vedere la sua grande passione per il giornalismo.

Avremo parlato sì e no due minuti, mi ha dato l’impressione di essere una persona molto timida, ma la frase che mi ha detto mi è rimasta impressa nella memoria: “Ci sono così tante storie da raccontare in questo paese. Trovane una e seguila con tutte le forze. In bocca al lupo”. Ok, magari non erano queste esatte parole – soprattutto la seconda parte – ma il messaggio era proprio questo: ci sono milioni di storie da raccontare, trovale!

Per tanto tempo ho pensato che sarebbe stato impossibile, da freelance, trovare storie originali e interessanti da raccontare. Per tanto tempo non ne ho trovate.

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Poi c’è stato il 14 febbraio. In Florida c’è stata un’altra sparatoria di massa in una scuola, sono morte 17 persone e sembrava che la solita scaletta post sparatoria di massa dovessi ripetersi come ogni volta:

  • prima arrivano i media,
  • vediamo le immagini dei ragazzi che a mani alzate escono dalla scuola e  i genitori  che piangono aspettandoli,
  • poi i commentatori politici dei principali programmi nazionali organizzano panel a tutte le ore del giorno per discutere dell’accesso alle armi e del problema della salute mentale,
  • l’NRA dirama un comunicato dicendo che non è colpa delle armi da fuoco ma delle persone,
  • il presidente degli Stati Uniti invia le sue preghiere e le condoglianze alle famiglie

Il tutto si conclude con  i morti, l’omicida e i genitori che vengono lentamente dimenticati e messi insieme a tutti gli altri genitori, morti e assassini che li hanno preceduti.

Invece stavolta le cose sono andate molto diversamente. I sopravvissuti hanno combattuto per far sì che la scaletta non si ripetesse. Nemmeno dopo una settimana dalla tragedia un ristretto gruppo di studenti si è ritrovato e ha fondato il movimento #NeverAgain. Hanno marciato su Washington il marzo successivo, smettendo di  essere sopravvissuti e diventando attivisti.

E così, in un attimo, ecco che avevo trovato la mia storia.  Una bellissima e complicata storia.

Ho iniziato a seguire il movimento sui social, cercando di capire chi sono e cosa vogliono questi giovani. Ho partecipato alla marcia del 24 marzo a New York.

A partire dal 4 agosto e fino al 6 novembre ho deciso che li voglio vedere dal vivo, in azione e li seguirò sull’east coast nell’ultimo pezzo del loro tour nazionale, “Road to change”. Per fare questo ho deciso di iniziare un crowdfunding giornalistico, per sostenere le spese di viaggio e di alloggio.

Potete scoprire tutto su questo progetto sul sito Produzioni da Basso qui.

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Non so se qualcuno mi aiuterà in questo reportage, se qualcuno, soprattutto uno sconosciuto,  sarà disposto a spendere q
ualche euro per un prodotto giornalistico, ma io lo spero. Perché per me, come tanti miei coetanei, fare giornalismo non è un lavoro, ma è una passione, una necessità. 

E fare giornalismo in questo preciso momento storico è più difficile che mai, con contratti solo per pochi eletti, riviste che chiudono e lettori interessati molto di più a video di cani e gatti rispetto a quelli dedicati a  tematiche più pesanti, proprio come l’uso delle  armi negli Stati Uniti.

Come ho detto non so se riceverò degli aiuti sostanziali, oltre a quelli già ricevuti, ma se non ci avessi provato me ne sarei pentita.

Quindi anche tu, lettore, se ti piace cosa dico e  come lo dico, se hai voglia di scoprire di più di questo pazzo paese e di ragazzi coraggiosi che stanno cercando di cambiare la sua faccia un voto alla volta, vieni con me sulla strada del cambiamento anche con un contributo minimo qui. 

Se invece non sei disposto a farlo, non c’è problema, ma  vieni lo stesso con me in questo viaggio americano e fatti inspirare dalla forza di questa nuova generazione!

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Barnes & Noble | I miei luoghi del cuore a New York

Barnes & Noble è uno dei miei posti del cuore a New York.

Qualsiasi libreria americana è bellissima, ti sfido davvero a trovarne una che non abbia un fascino e ti faccia sentire come in una casa piena di libri almeno per dieci minuti.

Certo Barnes & Noble  nel panorama librario è un po’ come la Fox Books di Tom Hanks in You’ve Got Mail, che fa fallire il The shop around the corner di Meg Ryan, piccola libreria a cui è impossibile non affezionarsi in particolare modo addobbata per le feste natalizie. E a volte mi chiedo quante di queste piccole librerie abbia fatto fallire Barnes & Noble…chissà. You've got mail libreria Meg Ryan

Ma a parte questa nota dolente, rimane uno dei posti dove posso spendere un’intera giornata senza mai provare un sentimento che sia noia o solitudine. È bello poter osservare la gente e  in particolare le persone di una certe età. Quelle che usano la caffetteria della libreria  per  studiare, leggere o magari anche per sentirsi meno soli.

Come Pike che mentre scrivo siede davanti al mio tavolo, il terzo che ho cambiato visto che il primo traballava, il secondo era accanto ad una persona che praticamente urlava e richiamava tutta la mia (notoriamente poca), attenzione.

Non so se si chiami davvero Pike, ma sulla tazza di cartone di Starbucks che ha davanti a sé quello è il nome che c’è scritto. E poi Pike è  un nome che gli dona. Dona al suo viso e le  mani rugose, così come alla barba bianca che gli dà un aria decisamente Hemingwaiana.  Starbucks coffe in Barnes & Noble

Pike è interessante da osservare: ha lo sguardo attento, non si distrae mai dal libro che sta leggendo ed è circondato completamente da altri volumi. Alcuni libri sono distesi, altri impilati, alcuni direttamente appoggiati tra il tavolo e la parete di legno. Dalla mia posizione non riesco a vedere tutti i titoli, ma voglio pensare che parlino di storia. Perché a quell’età credo si legga  di storia e di passato. Forse perché il corpo, come la mente, è rimasto legato ad un età e un’epoca che non c’è più. I magici scaffali di Barnes & Noble

Ma sto divagando…ed è proprio la parte più bella di questo mio posto del cuore, si divaga e ci si perde, tra riviste, libri, manuali di self-help (tanti manuali di self-help), di grammatica araba, grandi volumi sulla situazione del medio-oriente e anche (divertentissimi) libri per bambini dedicati al presidente Trump.

Barnes & Noble entra nella top tre dei miei luoghi del cuore newyorkese inoltre grazie a queste,  quasi banalissime, ragioni:

1. Posso leggere tutte le riviste che voglio

Sì, questa è decisamente la ragione che fa salire questa libreria in cima alla mia classifica. Perché posso leggere gratuitamente tutte le riviste che voglio. Le possono prendere, sfogliare, stropicciare, rileggere e semplicemente rimetterle a loro posto a fine lettura. Non c’è limite di tempo, non c’è limite di quanti se ne possono prendere. Te le affidano a tempo indeterminato (o almeno fino a che non le compri o il negozio chiude).

La mia preferita? Writer Digest.  Una piccola (ma solo come sfoglio) pubblicazione dedicata agli scrittori, che ogni mese dona consigli preziosi, racconti brevi di scrittori emergenti e tools per scrittori. Mi chiedo se esiste, e se no per quale assurdo motivo, non esista una cosa del genere in Italia. Leggere Writer Digest In America

2. L’atmosfera

Non solo da Barnes & Noble, ma in generale nelle librerie americane c’è un’atmosfera che in Italia non provo mai. C’è qualcosa di speciale che si crea tra il modo in cui queste librerie sono sistemate, gli scaffali, le luci e i colori delle copertine dei libri, e come si vivono le librerie, che non ha precedenti da noi. È difficile da spiegare, credo si capisca solo entrando in una.

3. Le copertine dei libri

Le copertine dei libri inglesi sono, aihmè, molto più belle di quelle delle nostre edizioni, almeno dal mio punto di vista. Sono coloratissime, accattivanti, intriganti, insomma ti fanno venire subito voglia di acquistarli tutti. Anche se non sono decisamente economici (il prezzo base di un libro nuovo si aggira intorno ai 22-25 euro, ma molto spesso arriva ai 30).

P.S Sono riuscita a vedere di sbieco il libro che legge Pike…è sui delfini. Non ci sono andata troppo lontana no?

Vuoi vedere più foto sulla mia New York? O la mia amata Hoboken (di cui parlo qui)?

Seguimi su Instagram qui @leonora.ma !

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Un anno d’America: e ancora tanto da fare

Un anno fa ero sul balcone di casa con la mia migliore amica in mezzo alla notte. Guardavo Firenze addormentata. Via Bovio nel silenzio. Il bar di sempre, il forno, la macelleria con le serrande abbassate.

Un anno fa pensavo a questo momento. Pensavo a un anno dopo. Cosa sarebbe successo a me, alla mia migliore amica, alla mia famiglia. Ma in special modo alla mia vita.

La paura più grande era che Firenze sarebbe cambiata. La mia migliore amica e con lei gli affetti più cari avrebbero fatto lo stesso. Non avrebbero aspettato il mio ritorno, sarebbero andati avanti senza di me e non avrei potuto mai recuperare il tempo perduto.

“Certo che sarà tutto diverso”, mi ha confermato ad alta voce la mia amica. Lei che di lì a poco avrebbe pianto per entrambe. Mentre io avrei sdrammatizzato…sorridendo e facendo battute stupide, pur di non vederla piangere.

Perché in fondo, anche se sapevo che non l’avrei vista per almeno sei mesi o forse più, ero io quella con la consapevolezza di partire per il viaggio della mia vita. Per un’avventura emozionante. Lei quella che rimaneva nei luoghi di sempre in compagnia della mia assenza.

La paura del cambiamento ce l’avevamo entrambe. E io credo di avercela ancora, in qualche modo.

Ma se guardo indietro di 365 giorni vedo solamente un passo che andava fatto. Vedo una scommessa vinta con la mia vita e il mio carattere. Una sfida che mi ha dato gioie immense e dolori forti e mi ha posto davanti a tutti i limiti del mio carattere.

Potrei dire che è un’avventura che mi ha reso migliore e cambiato. Ma queste sono affermazioni che vanno fatte quando si mette il punto a qualcosa, e io ancora questa storia non l’ho finita di scrivere.

C’è ancora da fare, da scoprire. Persone da incontrare e tanta America da esplorare.

Posso però guardarmi indietro e pensare a gli sbagli e ai traguardi. Senza giudicarmi troppo: se non ho scritto quanto dovevo,  ho speso molto più del dovuto e fatto scelte che avrei decisamente non dovuto fare. Perché ormai quello che è fatto è fatto, diceva qualcuno.

Su quella finestra della mia camera adolescenziale ho detto addio a una parte di me, della mia famiglia e dei miei amici, per la persona che sono un anno dopo. Troppo presto per dire se migliore o peggiore, ma senza dubbio la migliore che posso essere adesso.

Tirando le somme. Di questi 365 giorni americani mi rimane tanto – ma tra il tanto – questo un pò più:

  • La pubblicazione sul Corriere della Sera online della storia di un ragazzo che ogni giorno mi dà ispirazione e mi stupisce sempre di più. La potete leggere qui.
  • La gentilezza di tanti giornalisti italiani. Professionisti che in mezzo al loro lavoro quotidiano hanno sempre trovato il modo di aiutarmi. Rispondendo prontamente a email. Aiutandomi a pubblicare lavori su giornali italiani. E allo stesso tempo mi hanno ispirato, incoraggiato, spinto e fatto sentire una di loro.
  • Due settimane di tennis mondiale a fianco di una squadra di amici e giornalisti matti da legare e indimenticabili.
  • La gentilezza, la solidarietà e allo stesso tempo l’egoismo e cattiveria degli americani. Così simili ma anche tanto diversi da noi italiani.
  • L’ignoranza e l’arroganza di tanti italiani in America. Che mi hanno insegnato che sei un italiano stronzo, rimani un italiano stronzo anche in un altro continente.
  • L’emozione di sentirsi a casa anche a milioni di chilometri da essa.
  • La bellezza di vedere ogni giorno coppie interrazziali, con tagli di occhi diversi e lingue diverse, ma con alla base lo stesso l’amore; a  cui non importa niente di di colore è la tua pelle.
  • Lo stupore di non vedere (praticamente) mai un bambino in un passeggino che abbia lo stesso colore della pelle della persona che lo spinge.
  • Un trasloco americano in pieno luglio: con annesso trasporto di una base per il letto per cinque piani di scale.
  • L’aver trovato persone che sono diventate amici veri. Di quelli che se finisci all’ospedale sei contento se ti vengono a salutare.
  • Poter lavorare al fianco di giornalisti e amici come Luca, che da un “Luca? Ciao. Sono una tua fan su Facebook”, ti hanno permesso di lavorare con loro a progetti come questo qui, e anche questo.
  • L’amore e l’affetto enorme che mi arriva ogni dall’altro capo del mondo. Tramite una parola, un gesto, un pensiero, un messaggio, un rimprovero.
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Letture made in USA | How to talk Trump

Il paradiso di lettori a NYC è Barnes & Noble. Il mio personale è quello ad Union Square. Quattro piani di libri, riviste, articoli di cartoleria e mondi da esplorare.

La cosa più bella? Si possono impilare quanti libri e riviste si vogliono e leggerle anche per un giorno intero.Non ci sono limiti, non ci sono regole. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Certo sarebbe più comodo leggerle sul proprio letto o divano….ma visto che le riviste qui costano quasi tutte  tra i 6 e 12 dollari, Barnes & Noble è la soluzione migliore per rimanere aggiornati sul mondo che ci circonda, in maniera economica.

Questa settimana, una delle letture più interessanti (e decisamente divertente) in cui mi sono imbattuta è stato un articolo dell’Atlantic, ovviamente a tema Trump, che si intitola: “How to talk Trump” a firma di Kurt Andersen – lo trovate online qui.

the atlantic march 2018

Un breve e spiritoso pezzo, che ti insegna come parlare, scrivere – e magari pensare – come il presidente Trump. Da questo dizionario di termini, frasi ed aggettivi è nato un libro, che l’autore ha scritto con Alec Baldwin, impersonatone del tycoon al Saturday Night Live, (storico programma di satira americana in onda sull’emittente NBC) che si intitola: You Can’t Spell America Without Me: The Really Tremendous Inside Story of My Fantastic First Year as President Donald J. Trump (A So-Called Parody) e lo potete trovare in inglese su Amazon (o anche meglio in libreria, negli States).

Un libro scritto in prima persona dal vero Trump.

Io uso le parole migliori, bellissime parole. Le migliori frasi e – come le chiamate? – ah si paragrafi. Il miei ultimi libri erano grandiosi e hanno venduto molto bene, incredibilmente bene. Anche quelli che hanno scritto su di me i disonesti, disgustosi giornalisti. Si dice che se vuoi fare una cosa per bene, la devi fare da solo. Quindi ogni singola parola scritta in questo libro è stata scritta da me, usando un avanzato sistema di parole durante le tante, tante, notti che sono stato costretto a stare da solo nella Casa Bianca – solo io, da solo, fidatevi, nessuno mi ha mai aiutato. E tutto quello che è scritto in questo libro è vero, vero, vero – molti già dicono che probabilmente è il libro più vero che sia mai stato pubblicato nella storia della stampa. ENJOY!

 

Ma prima di leggerlo, dovete imparare a parlare Trumpiano.

Per gli aggettivi – negativi – si deve usare:

  • boring
  • complete and total
  • crooked
  • disgusting
  • dishonest
  • dopey
  • dumb
  • goofy
  • horrible
  • not good
  • obsolete
  • overrated
  • rude
  • terrible
  • unfair
  • weak
  • worst
  • sad stupid

Per quelli positivi:

  • amazing
  • beautiful
  • best
  • brilliant
  • elegant
  • good
  • great
  • happy
  • honest
  • top
  • strong
  • powerful
  • tremendous
  • unbelievable

Poi ci sono quelli extreme:

  • big
  • huge
  • major (or major major)
  • many (or many, many, many)
  • massive
  • tough
  • numerous

Le frasi speciali invece sono:

  • believe me
  • by the way
  • don’t have a clue
  • hit a home run
  • I’m doing very very well with
  • in all fairness
  • never seen before, ever
  • okay?
  • right?
  • zippo
  • very much involved
  • not gonna happen
  • laughing at us

Poi ci sono gli  avverbi (importantissimi):

  • absolutely
  • badly
  • totally
  • very
  • viciously
  • truly frankly

E ancora, le classiche frasi da Trump:

  • That’s just what I heard…
  • Ppl think it’s going to happen…
  • They are saying…
  • Everyone is now saying…
  • I’ve been hearing
  • I’ve seen this, and I’ve sort of witnessed it – in fact I have actually witnessed..
On

La magia dei sobborghi americani dietro un vetro | Snow Edition (1/2)

I sobborghi americani sono un affascinante specchio dell’America. Perfetti, ma solo all’apparenza.

Per me hanno qualcosa di magico (senza dubbio legato al fatto che sono – siamo – cresciuti con le immagini di centinaia di film e serie tv americane). E solo quando sono nei sobborghi mi sento di osservare l’America più vera. Quella magari più ricca e più povera. Ma senza dubbio quella reale.

Perché New York è favolosa: un mondo di culture, religioni e sapori. Ma non è l’America.  

Dopo quasi un anno tra Italia e America tra freddo polare e caldo tropico, voglio condividere delle foto dedicate proprio a loro, i sobborghi (in questo caso innevati) del New Jersey.

New Jersey

America innevata

“The suburbs have this veneer of happiness, you know? This veneer of the ideal life. From afar, it’s all together – white picket fence, nice house – but you peel away one little layer, and it all comes crumbling down.”(J.J.)

club under the Snow

sobborghi americani

“I live in the suburbs, the final battleground of the American dream, where people get married and have kids and try to scratch out a happy life for themselves.” (H.B.)

“The suburbs are the American dream, right? Living in a nice house, having a good job, a happy family.” (C.H.)

american house snow

“There’s an overwhelming sense of paranoia in the suburbs. People there seem so much more paranoid to me than people in the city about their kids being kidnapped or their parties being raided or their drinks being spiked. There’s a kind of hysteria about that.” (M.R.)

“I watched a lot of television as a kid, and the suburbs to me – that was exotic! Like, a mom and dad who lived in the same house and had jobs and cooked breakfast at the same time every morning and did laundry in a washing machine and dryer? That was like, ‘Woah! Who are they? How do you get to be like that?’ ” (G.F.)

Per altre interessante citazioni sul tema, dai un’occhiata qui.

 

On

Perché amare Hoboken, New Jersey

“Vado a stare un po’ a New York” mi sono detta innumerevoli lune fa. Tutto perché New York è il centro del mondo. La City è dove tutto accade, dove tutti passano, dove il mondo inizia e finisce. Lo credono gli americani, lo credo anche io.

New York è una calamita di gente, di culture ma soprattutto di sogni. E anche io, come tanti altri, non volevo più vedere la città solo come luogo di vacanza per quindici giorni, ma più come una casa.

Per comprendere davvero cosa voleva dire vivere tra il traffico pazzo, lo sporco dei marciapiedi, l’inverno con la neve alta, i taxi gialli che sembrano insetti che corrono tra le Avenue, e tante altre cose di cui mi sono, insieme al mondo intero, innamorata nelle scene più famose dei film.

Eppure la mia personale storia mi ha portato a considerare casa – almeno fisicamente – la piccola cittadina affacciata sull’Hudson chiamata Hoboken. (Con la H aspirata, mi raccomando).

Una città che a molti dirà poco o niente, che ai più golosi ricorderà il Boss delle Torte del programma televisivo (il suo negozio origianale è proprio qui sulla strada principale: Washington Ave), che agli americani ricorda Frank Sinatra – che qui è nato (la casa è ancora luogo di pellegrinaggio per i fan più sfegatati), ma che tutti concordano possiede una delle viste più belle dello skyline di Manhattan, dal One World Center fino all’Empire State Building e oltre!

Certo è che all’inizio l’idea di non vivere a New York era come dire vado a vivere a Prato al posto di Firenze (con tutto il massimo rispetto per Prato)! Non mi andava proprio giù di non poter vivere nel caos e dire vivo al centro del mondo!

Eppure…

Eppure adesso che per scelta e un po’ per obbligo mi sono sistemata dall’altra parte dell’Hudson in terra di New Jersey, mi sono resa conto che non è poi tanto male guardare da vicino New York ma non poterla toccare!

Qui sotto qualche riflessione sul perché Hoboken mi piace sempre di più!

1. Perché mi ricorda una cittadina di provincia! 

New York nella sua bellezza, straordinarietà e unicità, non è l’America. New York ha sapore d’Europa, di globalizzazione e anche se tutto riporta all’universo americano – i fast food, 7eleven, Sturbucks – non è la vera America. Quella delle città sperdute nei campi o affacciate sull’Oceano, quelle del profondo Sud immerse nel bayou. E anche se Hoboken non è nulla di tutto questo – troppo vicino a NY per non assomigliarle – è qualcosa che possiamo definire: in the middle. 

Una delle cose che apprezzo di più è che le strade sono pulite! E quando fai un giro nel quartiere, o stai andando a fare la spesa, state sicuri che è una cosa che fa piacere! Così come fa piacere riuscire a camminarci sui marciapiedi…a New York molte volte infatti anche camminare diventa una sfida che vinci solo se eviti più gente possibile e non osi mai fermarti di colpo mentre cammini!

Hoboken inoltre, come le tipiche cittadine americane ha tutti i principali negozi – Starbucks, McDonald, gelati e pizzerie – posizionati lungo un’unica direttrice. In questo caso Washington Ave.

La strada dove vuoi andare a fare shopping, a bere una birra, vedere la partita la domenica, ma state certi: dove non vuoi vivere!

Ma non mi dimentico nemmeno una cosa fondamentale: di provincia questa cittadina ha anche che a pochi minuti di Uber e di Light Rail (in italiano diremmo una tramvia) possiamo andare ad un vero e proprio mall, (il centro commerciale, of course). Luogo di pellegrinaggio per ogni famiglia americana che si rispetti.

 

2. Perché ha una vista spettacolare su Manhattan 

La prima volta che ho visto il profilo di Manhattan di notte stavo per mettermi a piangere. Giuro. Credo fosse una delle cose più belle che avessi mai visto. Lo guardavo dal finestrino dall’auto che mi portava in un’altra cittadina del New Jersey e pensavo: no, lasciatemi qui. Non portatemi via. Lasciatemi contemplare questa meraviglia. Lasciatemi a NYC.

Poi quando a NY ci sono tornata di notte con più calma mi sono innamorata ancora di più del profilo dei grattaceli nella notte, visti dal basso, immersa nelle ragnatele delle strade della City. Però come tutte le cose per giudicarle correttamente devi tenere a una distanza di sicurezza.

Quella distanza e quella sicurezza l’ho ritrovata proprio ad Hoboken. Di notte. Sul waterfront lungo l’Hudson, quando tutta Manhattan è ai tuoi piedi. E vedi ogni minimo dettaglio. E puoi disegnare il suo profilo con un dito. Dal One World Center fino a Central Park, e oltre.

3. Perché Hoboken è vicina a tutto 

Adoro Hoboken anche perché è vicina a tutto e soprattuto è nel mezzo. Nel mezzo tra il New Jersey e New York. Nel mezzo tra il New Jersey e il resto dell’America.Ma allo stesso tempo è vicina al mare, ma anche vicino alle montagne. E’ vicina all’areoporto di Newark, molto più semplice per i viaggi intercontinentali, che arrivare fino al JFK e prendere metro e navette.

Soprattutto però è vicina a New York: quindici-venti minuti di autobus ed eccoti nel casino, nello sporco, nel rumore, nella vita frenetica del centro del mondo! Tutto bello, bellissimo, veloce e affascinante!

Eppure, quando la sera scendo dall’autobus a Hoboken, quando è tardi e per strada non c’è nessuno – se non qualche ragazzo che torna a casa dopo una serata o qualcuno che porta fuori il cane, o magari qualcuno che a lavoro ci sta andando in quel momento – e tutto intorno a me è solo silenzio e calma… in quel preciso istante mi rendo conto di quanto sì, New York sia bellissima, ma anche quanto sia grata di avere la possibilità di staccare e vivere in una piccola realtà che permettere di goderti il meglio dei due mondi. Quello Newyorkese e quello americano!

N.B Per non parlare di quanti italiani ci sono in città: Deli italiani, festival italiani, un club della Juventus, un pub italo-americano e tantissimi ristoranti italiani, come Jhonny Pepperoni (con due o tre P, a scelta), dalle tovaglie a quadri rosse bianche. In perfetto stile Lilly e il Vagabondo!

Ma di questo parliamo in un prossimo post!

Per ora farewell da New York…oops dal New Jersey!

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