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STORIE D’HOBOKEN| Gli americani e le due ruote

La mia cittadina americana sull’Hudson è un piccolo fantastico microcosmo di disavventure, americanate e di bellezza. Ne ho parlato nell’articolo più cliccato del mio sito. Oggi vi riporto lì per parlarvi dei nuovi giocattoli su due ruote che stanno portando scompiglio e paura nella comunità: i monopattini elettrici.

Una delle prime cose che un italiano può notare visitando gli Stati Uniti è la mancanza quasi assoluta di motorini.

Firenze ne è praticamente sommersa. La stessa cosa si può dire di Milano, Roma o Napoli. Oggetti che fanno parte integrante della nostra cultura da italiani.

A New York e Hoboken se ne possono vedere alcuni, ma per certo contabili su un palmo della mano.

Qualche vespacon la quale parola l’americano medio indica l’intera categoria di motorini, non solo la due ruote della Piaggio – si può vedere (nel Village principalmente).

Scooter come li conosciamo noi sono guidati per la maggior parte dai fattorini delle consegne di GrubHub or Seamless.

Se poi vi capita di vedere il mitico SH dell’Honda, uno dei modelli più venduti in Italia, non abbiate dubbi: siete vicini ad un Istituto, che sia Consolato o altro, dove lavorano i nostri connazionali.

Se potessi, non ci penserei due volte nemmeno io e me lo farei spedire senza esitazione!

HOBOKEN E LE DUE RUOTE

Questo breve prologo era necessario per introdurvi all’ultima novità – su due ruote – arrivata da qualche settimana a Hoboken: i monopattini elettrici.

monopattini elettrici a due ruote

Oh yes. Non solo biciclette o macchine a noleggio, ora ad Hoboken si può essere tranquillamente investiti da un monopattino elettrico!!

Sono piccoli, verdi, leggeri, economici. Li si può prendere praticamente in tutta la città, lasciarli sul marciapiede, al lato della strada, in mezzo di strada, davanti alla fermata dell’autobus.

parcheggio abusivo a due ruote
Un parcheggio abusivo

Sono apparsi un giorno all’improvviso e piano piano sono diventati il centro della mia attenzione. Non perché siano belli da vedere, ma perché è molto divertente vedere la totale incapacità dei guidatori.

C’è chi non ha il minimo senso dell’equilibrio, chi prova a spingersi con il piede, chi non sa come fermarsi, chi non sa che è illegale guidarli sui marciapiedi, chi lo sa e se ne frega minimamente e chi non ha capito che non è un gioco per mettere sotto più pedoni possibili.

Insomma un piccolo circo, che dopo tre giorni ha fatto pubblicare pezzi del genere sulla stampa:

Caos dopo solo 3 giorni degli scooter elettrici a Hoboken.

Il caos.

Le forze dell’ordine hanno anche messo dei cartelli di notevole grandezza per salvaguardare la salute dei pedoni. Uno spasso.

Eppure, nonostante sia tanto contenta di non vedere tanta gente sui motorini o le moto, qualcosa devo riconoscere: gli americani sono curiosi, attivi, si mettono sempre alla prova con cose con cui non sono familiari. Non si fanno problemi, salgono sul monopattino e vanno con sguardo fiero senza far traspirare che in verità non sanno come guidare.

Per adesso per fortuna, devo fare i conti con questi giocattoli solo quando sono ad Hoboken, visto che a New York sono illegali (già disponibili invece a DC, San Francisco e varie città del Midwest).

In fondo, lo Stato di New York, come New York stessa, di problemi con il traffico ne ha già troppi, con macchine, skateboard, biciclette, pedoni, macchine taxi e chi ne ha più ne metta ad intasare le strade tutti i giorni 24 su 24, si legge su un recente pezzo del NYT.

“Forse si potrebbero testare sul molo di Rockaway” dice qualcuno. “Prendete la bicicletta e fate esercizio”, ribatte il candidato presidenziale De Blasio, che ad aprile ha fatto sparire anche le biciclette elettrice dal Bike sharing per questioni di sicurezza con i freni.

Siamo ancora all’inizio della sperimentazione, quindi sono positiva che le andranno solo a migliorare, con il rispetto per gli altri e del codice stradale. Intanto mi godo il divertimento.

Alla prossima STORIA D’HOBOKEN!

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Sopravvivere ad una sparatoria di massa e decidere di morire 1/2

La chiamano “survivor’s guilt”, la sindrome del sopravvissuto. È una condizione medica che colpisce i sopravvissuti di forti traumi e porta i soggetti che ne soffrono a sentirsi in colpa per essere sfuggiti ad una catastrofe (che sia una guerra, un incidente aereo, un attacco terroristico) quando altri non ce l’hanno fatta.

Tra questi “forti traumi”nell’America del 2019 ci sono anche le sparatorie di massa – dove per massa si attesta la morte di almeno 5 persone (anche se non c’è una definizione accettata universalmente a riguardo) – in un incidente violento perpetrato con un’arma da fuoco come un fucile da guerra o una pistola.

I survivors sono spesso visti e considerati come quelli fortunati. Coloro che hanno avuto la possibilità di continuare a vivere e magari apprezzarne maggiormente il valore, proprio grazie al trauma vissuto.

Ma sono davvero così fortunati coloro che sopravvivono ad una sparatoria di massa?

Ci sono sopravvissuti che fanno di questa esperienza traumatica una occasione per vivere la vita “dopo sparatoria” con maggior enfasi e con maggiore consapevolezza di quello che avere una vita vuol dire, nel ricordo di chi è morto.

Ci sono sopravvissuti che decidono di dedicare la nuova vita all’attivismo per far sì che tragedie come la loro non accadano più.

Ci sono sopravvissuti che continuano con la loro vita, si sposano, hanno figli e nonostante tutto riescono ad avere una vita quasi normale.

E poi…

E poi ci sono poi quei sopravvissuti che sono sopraffatti dalla possibilità di una vita che è stata tolta alle altre vittime, che erano amici, fratelli, sorelle o figli.

Loro sono gli afflitti dalla sindrome del sopravvissuto. Una condizione psicologica che può portarli a sentirsi così in colpa da volersi togliere la vita con le loro stesse mani.

Perché loro sono sopravvissuti e gli altri no? Perché loro sono più degni di vivere dei loro fratelli o migliori amici?


In America il dibattito su questa sindrome, molto simile al PTSD – Disturbo da stress Post Traumatico – che affligge molti soldati dopo la loro partecipazione a tour in zone di guerra – è tornato sui titoli dei giornali nazionali a fine marzo quando due studenti sopravvissuti alla strage di massa di Parkland si sono tolti la vita nella città della Florida.

Ai due studenti si è aggiunto poi un terzo decesso in nemmeno dieci giorni, quando anche Jeremy Richman, padre di Avielle Richman – una delle vittime della sparatoria della scuola elementare Sandy Hook del 2012 dove a perdere la vita sono stati bambini per la maggior parte tra i 6 e i 7 anni – si è suicidato.


La prima a morire è stata Sydney Aiello, sopravvissuta alla sparatoria di Parkland del 2018 – che si è uccisa sparandosi un colpo alla testa il 24 marzo, scuotendo nuovamente una comunità ancora in lutto.

La madre, confermando il suicido della figlia ai media americani, ha sottolineato come Sydney non sia mai davvero uscita da quella scuola dove sono morti 17 dei suoi compagni, e una delle sue migliori amiche, Meadow Pollack.

A Sydney era stato diagnosticato il disturbo post traumatico da stress che le impediva di seguire i corsi all’università per paura che potesse succedere un’altra sparatoria“, racconta la madre Cara, “e sì, si sentiva in colpa per quello che era successo ai suoi compagni e a Meadow, anche se non ci aveva mai fatto sapere che aveva bisogno di aiuto“.

Sydney aveva 19 anni.


Dopo nemmeno una settimana a morire è un altro studente del secondo anno di Parkland il cui nome non è stato reso pubblico.

Due lutti che si aggiungono ai 17 dei deceduti il giorno stesso della sparatoria alla Marjory Stoneman Douglas di Parkland.

Il 27 marzo a suicidarsi è invece Jeremy Richman, attivista contro le violenza d’armi da fuoco e fondatore di una organizzazione sulla prevenzione delle malattie mentali in onore della figlia.

Mio marito è morto sotto il peso di un dolore da cui non poteva scappare“, ha commentato la moglie Jennifer, “crescere i nostri i figli senza di lui mi spezza il cuore, ma sono lo specchio del nostro amore e li amerò e lo amerò per sempre”.

Si può sopravvivere alla morte di una figlia che non è nemmeno diventata ragazza? Si può sopravvivere alla morte di amici, fratelli, sorelle che non hanno avuto la possibilità di diventare adulti?

La prossimità di queste morti ha scosso molti e fatto luce su un fenomeno conosciuto ma troppo spesso messo da parte in una società dove ormai non si pensa se ci sarà un’altra sparatoria, ma quando.


Il dibattito attorno all’argomento è molto vasto. Come si combatte questa “malattia”? Come vengono aiutati i sopravvissuti delle stragi? Quanto costa farsi aiutare da psicologi e psichiatri?


Avevo amici che mi accusavano di crogiolarmi nel mio dolore e di rifiutarmi di dimenticare quello che era successo. Mi dicevano che dovevo essere contenta di essere viva.

Non potevano capire che stavo ancora combattendo con un trauma troppo più grande di me.

Sherrie Lawson. SOPRAVVISSUTA alla sparatoria del Navy Yard a Washington nel 2013

Ne parlo approfonditamente nella prossima ed ultima parte.

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Morire a scuola | La storia della famiglia Oliver 1/2

Una foto della famiglia Oliver

La prima volta che ho visto Manuel Oliver e ascoltato la sua storia è stato durante la mia trasferta nello Stato del Connecticut, in una appiccicosa giornata estiva, per l’ultima fermata del tour estivo dei giovani del movimento Save Our Lives, intitolato Road to Change.

Manuel è un “uomone” alto dalla faccia buona e un sorriso affabile. Vestito sempre con t-shirt and pantaloni larghi da subito l’impressione di un uomo per bene, disponibile e gentile.

Quando mi avvicino a lui a fine giornata ha l’aria stanca di una persona che vuole solo andare in albergo a rinfrescarsi e una piccola fila di ragazzi he ci vogliono parlare prima di me. Eppure alla mia richiesta di una parola, Manuel non ha fatto una piega.

Mi ha sfoderato un grande sorriso, ascoltando con gentilezza la mia proposta per un’intervista e accettando di buon grado di vederci due giorni dopo a New York City, dove avrebbe alloggiato per altri giorni di interviste televisive.

Manuel Oliver

Sinceramente era più di quanto sperassi di ottenere. I ragazzi del movimento che avevano organizzato il tour infatti non erano mai stati troppo aperti a concedere interviste. Specialmente a giornalisti che avevano come pubblico di riferimento un pubblico straniero.

Li ho visti rifiutare interviste con la Rai per esempio, non essendo quello il target dove volevano arrivare, in un modo anche particolarmente ignorante.

Ma da subito ho notato che Manuel è diverso. Lui non fa distinzione tra interlocutori, gli basta raccontare la sua storia.

Per quanto atroce e dolorosa, parlarne per lui vuol dire far rivivere ancora suo figlio Joaquin. Il motivo per cui si trova in Connecticut. Il motivo per cui ha lasciato la Florida, il lavoro, un’altra figlia e si era messo on the road.

LA FAMIGLIA OLIVER

Due giorni dopo, io Manuel e la moglie Patricia siamo a Manhattan, nella hall del loro albergo tra la sesta e Broadway.

In ritardo per un’altra intervista che si era prolungata, hanno l’aria stanca di chi ha dormito appena. Con un aereo che li aspetta la sera stessa per portarli nuovamente in Florida.

Gli Oliver sono il ritratto di due genitori giovanili, innamorati pazzi l’uno dell’altro così come dei loro figl con i quali si sono lasciati alle spalle il Venezuela, uno dei paesi considerato dal governo americano, ad oggi, come uno dei più pericolosi al mondo.

2012, 2018

Arrivati più di quindici anni fa, Manuel, Patricia, Andrea e Joaquin, hanno scelto di vivere a Parkland in Florida, dove la comunità ispanica è molto radicata. Uno stato dove il sole splende per la gran parte dell’anno, ed è scelta come meta di pensionamento da tantissimi americani.  

La vita degli Oliver scorre tranquilla. Manuel lavora come grafico e consulente per grandi brand americani. Patricia si dedica ai ragazzi.

Arriva il 2012, l’anno in cui la figlia maggio si diploma con la sua classe alla Marjory Stoneman Douglas, una scuola tra le migliori della zona che predilige materie come l’educazione civica, il giornalismo e i dibattiti per formare dei giovani informati e attivi nella comunità.

Tra la folla di genitori e familiari che partecipano alla cerimonia ci sono tutti e tre, Manuel, Patricia e Joaquin, emozionati e felici. Testimoni di un passo importante per una famiglia che ha scommesso su una nuova vita negli Stati Uniti.

Sei anni dopo. Primavera 2018. Nello stesso auditorium, con le stesse sedie e gli stessi colori, ci si prepara ad un altra cerimonia di diploma. A lasciare il liceo stavolta è la classe del loro figlio più piccolo, Joaquin, chiamato da tutti affettuosamente Guac.

Ma Joaquin su quel palco non ci è mai salito.

Al suo posto è salita mamma Patricia – senza toga o capello, senza vestito elegante o tacchi – ma con indosso una maglietta con su scritto solamente:

“Questo dovrebbe essere mio figlio”. 

Patricia Oliver alla cerimonia di diploma del figlio Joaquin.

JOAQUIN | UN LICEALE COME TANTI

Joaquin è infatti morto il giorno di San Valentino a soli diciassette anni per mano di un altro studente, Nikolas Cruz, che il 14 febbraio è entrato nel suo liceo con un fucile d’assalto AR-15 con il solo scopo di uccidere più persone possibili. Portando a compimento la sua missione e massacrando diciassette persone tra compagni e insegnanti. 

Mi chiamo Nik e diventerò famoso come lo school shooter del 2018. Vedrete le news stasera e saprete tutti chi sono. Il mio obiettivo è uccidere almeno 20 persone. Camminerò nei corridoi con il mio fucile e tutti fuggiranno alla mia vista.
Mi sono stancato di essere considerato un perdente. La mia vita ormai non ha più senso.

Manuel e Patricia non amano parlare di quel giorno. Come se lo avessero chiuso in un cassetto della mente che non va aperto.

C’è poco da dire su quella mattina. Ho accompagnato mio figlio a scuola”, racconta Manuel, “e prima che scendesse dalla macchina ci siamo detti che ci volevamo bene, come sempre quando ci salutavamo. Poi sono andato a lavoro e aspettavo di risentirlo a metà giornata, come di consueto. Ho aspettato la sua chiamata, ma non è mai arrivata.”

Dopo la notizia della sparatoria al liceo del figlio, i coniugi Oliver non hanno saputo niente sulle sorti di Guac per tutto il resto del giorno e della notte successiva. “Abbiamo saputo che era ufficialmente morto solo il giorno dopo alle prime luci della mattina. Da lì è stato come se il sole non fosse mai sorto“.

Ho portato i miei figli e mia moglie negli Stati Uniti in cerca di un paese dove potessero avere una vita felice e sicura. Ma poi ho visto morire mio figlio in uno dei luoghi considerati tra i più sicuri: la sua scuola. 

Cosa vuol dire vedere morire il proprio figlio adolescente a scuola dopo che lo hai portato via da un paese con il più alto tasso di criminalità nel mondo? Sono sensazioni che solo gli Oliver possono descrivere a parole, se solo le trovassero. 

Joaquin era un ragazzo favoloso. Molto affettuoso a casa e attivo nella comunità”, racconta Patricia che porta al collo un medaglione dorato con una sua foto, “un ragazzo intelligente con un futuro radioso davanti a sé”.

Una persona dolce, un amico sincero. Una persona onesta con un sorriso che ti entrava nel cuore“, mi dicono di lui le persone che lo hanno incrociato sulla propria strada, e testimoniato anche dalle tante foto e messaggi di ricordo ancora presenti sui suoi account social, attivi ancora oggi.

Joacquin andandosene sotto i colpi di un fucile d’assalto ha lasciato una sorella, una fidanzata, un paio di scarpe da ginnastica – che hanno però continuato a camminare con suo padre – e sopratuttto una vita fatta di sogni e speranze spezzate a metà.

Guac ha lasciato soprattuto un vuoto che i genitori stanno cerando di compensare con l‘attivismo e l’appoggio ai giovani sopravvissuti, i quali hanno deciso di combattere le stesse armi che si sono visti puntati in faccia o alla schiena.

Attivismo, sopravvivenza, voglia di giustizia e voglia di non dimenticare il viso tanto amato del figlio sono alla base del progetto Change the Ref, cambiamo l’arbitro. 

Ne parlo nel prossimo articolo dedicato a questa famiglia di persone straordinarie che ho avuto la fortuna di conoscere nel mio cammino americano.



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Giovani contro le armi | La lotta continua

E’ ormai inverno inoltrato a New York City. Il fine settimana ci ha fatto fare un viaggio in Siberia non richiesto, con temperature percepite fino a – 21 gradi e l’estate sembra un ricordo lontano o un desiderio impossibile.

Eppure,

la scorsa estate, l’estate 2018, con il suo caldo oppressivo, l’area condizionata gelida e con diversi treni e autobus presi e persi, è ancora lucidamente impressa nella mia mente.

Non solo perché l’estate è uno di quei ricordi sempre piacevoli, ma anche perché quest’estate ho avuto l’occasione di venire a contatto con delle persone straordinarie, seppure nella loro normalità.

giovani volontari nel Bronx
Una delle fermate del Tour nel cuore del Bronx

Giovani liceali, ragazzi delle scuole medie, genitori e bambini delle elementari, che hanno girato il paese in lungo e in largo per mandare un messaggio a tutta l’America: basta vedere i nostri figli, i nostri fratelli, le nostre sorelle, morire nelle scuole (ma anche nei cinema, nelle sale giochi, nei centri commerciali) sotto i proiettili di una pistola o un fucile che appartiene ai campi di guerra. 

Il loro tour, chiamato Road to Change, era già iniziato quando ho iniziato a seguirli in varie tappe del progetto, da Washington, Virginia, New York, Morristown e Connecticut. Ma non per questo è stato meno bello, seppur difficile e doloroso, partecipare al progetto come ascoltatrice e giornalista.

giovani volontari
Virginia. Agosto 2018. Manifestazione davanti ad una delle più importanti fabbriche di armi in America.

Del loro movimento in Italia non si è mai parlato molto – a parte per la grande marcia (March for Our Lives) che organizzarono il 24 marzo scorso a Washington D.C., che vide la partecipazione di tantissimi giovani e non solo, da tutta America. Nonostante tutt’ora trovi qua e là riferimenti ed articoli a riguardo su settimanali e siti internet.

Ma era la cosa giusta da fare perché non si vedono tutti i giorni atti di coraggio, di ribellione, di sfida al governo come questi da parte di una generazione di sedicenni che hanno tra le altre cose raccolto attorno a loro un intero mondo di altri ragazzi, adulti, volontari, associazioni, politici e attori che hanno amplificato il messaggio e fatto loro la lotta.

giovani volontari del movimento a NY
Townhall in New York City

Da i giovani di Chicago o del Bronx che lottano per non vedere morire i loro coetanei per strada.

Ai genitori di Newton che cercano di lasciare un mondo migliore a figli che gli sono rimasti, poiché gli altri glieli ha portati via la sparatoria di Sandy Hook.

Un movimento ormai morto

Ma torniamo ad oggi.

Un amico e collega mi ha detto a fine agosto: “Era un bel movimento, peccato il modo in cui sia finito. Ormai non fanno più nulla”. 

E potrebbe davvero sembrare che il movimento si sia fermato, diviso e perso, poiché non riempie più le copertine delle riviste o le piazze. Ma così non è.

Il movimento non si è mai fermato, e continua localmente e a livello nazionale a piantare semi per far crescere più forte la loro pianta: una pianta che di nome fa America e ha come foglie meno pistole e fucili d’assalto.

Le elezioni di metà mandato 2018

Non dimentichiamoci inoltre come il movimento e le organizzazioni contro la violenza da armi da fuoco si siano fatti sentire a gran voce anche durante le elezioni di metà mandato del novembre 2018, che hanno segnato un ritorno dei giovani alle urne in massa, come non succedeva da 24 anni.

Votando per la maggior parte candidati democratici che potessero portare al centro dell’agenda politica nazionale una regolamentazione sul possesso di armi da fuoco.

We estimate that this is by far the highest level of participation among youth in the past quarter century

Sono stati infatti più del 30% i giovani che hanno deciso di far sentire la propria voce, secondo un sondaggio della Research on Civic Learning and Engagement presso la Tufts University di Boston, che ha iniziato nel lontano 1994 a tenere conto del voto delle nuove generazioni.

When people tell us that their vote doesn’t matter or their vote won’t make a difference, we tell them that it will. We tell them that your vote will save a life.

Quando le persone ci dicono che il loro voto non conta o non farà la differenza, noi li ricordiamo che non è vero, il loro voto a qualcosa serve: a salvare una vita!

Appoggio politico sempre più forte

La loro battaglia non si è fermata anche perché è sempre più ascoltata e appoggiata da personalità politiche di rilievo, come per esempio la neo eletta speaker della Camera Nancy Pelosi. 

A gennaio per esempio, rappresentanti di vari movimenti anti armi sono stati ospitati al Campidoglio per far risuonare alto il loro messaggio. Trovando una nuova platea politica pronta ad ascoltarli e muoversi per fare qualcosa di concreto a riguardo.

Ma sapete sopratutto perché un movimento come questo non potrà mai fermarsi?

Perché se c’è una triste certezza in questa pazza America, è che ci sarà sempre un’altra sparatoria. Ci saranno sempre altri sopravvissuti, altri genitori, fratelli, figli e alunni in lacrime fuori dalle scuole, ripresi dagli elicotteri dei notiziari nazionali.

Non è questione di se accadrà, ma solo di QUANDO accadrà.

Il prossimo capitolo

Purtroppo l’estate scorsa non mi è stato possibile seguire tutto il tour e le cose da raccontare sarebbero state tantissime. Purtroppo l’obiettivo di pubblicare su giornali e magazine italiani le storie dei sopravvissuti e dei sostenitori del movimento non è stato raggiunto, scontrandosi con le difficoltà del giornalismo italiano attuale.

Ma in tutti questi purtroppo, non ne vedo uno che mi faccia venire voglia di non continuare a raccontare la lotta di questa generazione.

Perché se lo meritano questi giovani, e se lo meritano anche i lettori italiani di leggere delle storie di coraggio quotidiano. Storie di lotta. Storie di speranza.

giovani in marcia
Massachusetts, agosto 2018

Sarà il 2019 l’anno che vedrà fare dei passi avanti all’America in tema di armi da fuoco? Diminuiranno le sparatorie nelle scuole? I giovani americani moriranno ancora al cinema? Al supermercato? In un bar? In una sala di videogiochi?

Solo il tempo ce lo dirà. Io intanto scriverò dell’argomento qui sul mio blog e sulla pagina Facebook che ho dedicato al movimento qui.

Partendo dalla mia intervista (in due parti) a Manuel e Patricia Oliver, i genitori di Guac. Assassinato a Parkland lo scorso febbraio 2018.



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Vivere all’estero. Quel dolore all’improvviso

Da quando ho iniziato la mia avventura americana ho quasi sempre scritto delle cose che mi hanno reso felice e fiera della mia scelta.

Le emozioni, i tramonti, l’eccitazione delle scoperte, la speranza per un futuro migliore. 

Ma un’esperienza come questa è fatta anche di tanto, tanto dolore. E se prima il dolore mi ha sempre spinto ad essere più prolifica nella scrittura, in questo caso è stato il contrario.

Ho dato un calcio al dolore, alle paure, alla tristezza e le ho messe in un angolo della mente che non volevo guardare.

Perché a così tanti chilometri di distanza da tutto ciò che è familiare sapevo che quel dolore mi avrebbe schiacciato in un modo totalmente nuovo.

Eppure il dolore va fatto nostro e l’unico modo per superarlo è viverlo.

Ecco perché oggi sento il bisogno di fare proprio questo: guardarlo negli occhi e scriverne.

Ma quale dolore ?

Principalmente il dolore della distanza e della solitudine. Sono questi due tipi di sofferenza che possono attanagliare qualcuno che per diverso tempo vive all’estero, specialmente nei primi anni di un trasferimento, quando gli amici sono pochi e le difficoltà sono tante.

Oggi, che per un motivo o un altro esco da mesi di stress, speranza infrante e il cuore che seppur brevemente ha trovato il modo di battere in quel modo un po’ speciale, questi due dolori sono al massimo del loro livello. E sembrano anche tanto difficili da affrontare.

Le chiamate agli amici e alla famiglia aiutano. Facetime, Whatsapp sono un’ancora impagabile, grazie ai quali puoi ritrovare quei sorrisi familiari che anche solo per cinque minuti in una lunga giornata ti danno amore e conforto. Ma poi arriva quello stupido fuso orario e ti ritrovi sola di nuovo. Nessuno da chiamare, nessuno dall’altra parte del divano a commentare quella puntata del tuo telefilm preferito. 

Uscire nella folla di NYC aiuta. Vedere gente, la vita, la voglia di andare avanti di tutti nelle sofferenze personali che sono sicura ognuno di noi nasconde sotto i propri cappotti invernali, ti dona una forza inaspettata. Ma quando cala il buio e al tuo fianco il posto è vuoto e gli sconosciuti si stringono ai loro affetti, la folla può diventare un’arma a doppio taglio.

Fare nuove scoperte, leggere, studiare, incontrare il diverso e qualcosa di non visto aiuta. Ma a volte vorresti solo girarti, vedere la tua migliore amica e dirle: hai visto bello? Piace anche a te? Ma ti giri e non c’è nessuno.

Da persona abituata ad avere sempre qualcuno a portata di chiamata, di aperitivo o di “passo cinque minuti per un saluto” il non conoscere tante persone può pesare come si fosse stati abbandonati da tutto il mondo.

Sta poi a noi trovare il modo di ballare nella solitudine e di prenderla come un dono per fare le cose che non puoi fare quando sei in mezzo agli altri. Anche se è volte è più difficile del previsto.

Ci vuole coraggio per fare qualsiasi cosa nella vita. E quello che ho fatto io non è nulla, niente, in confronto a quello che persone che ho conosciuto qui a New York hanno dovuto e devono affrontare nel loro quotidiano.

Ci vuole coraggio anche ad ammettere le proprie sofferenze e i propri difetti. Ma è senza dubbio il primo passo per prendere un respiro grande, inspirare quest’aria fredda di una giornata invernale newyorchese e andare avanti, con un nuovo sorriso sulla faccia, e la forza innata che è in ognuno di noi di continuare, giorno per giorno, a vivere i nostri sogni e vederli realizzati, nonostante tutto il dolore e la sofferenza che può venirci addosso.

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Cartoline da Newtown|Yolanda Renee King

A Newtown, Connecticut, un’ora e mezza da New York, le previsioni del tempo mettevano pioggia a dirotto tutto il giorno.

L’ultima tappa del progetto Road to Change – un tour estivo in più di venti stati americani organizzato dai giovanissimi del movimento March for Our Lives –  è iniziata da qualche ora e sullo stretto palco si alternano ragazzi dalla Florida, da Sandy Hook, New York, Milwaukee e Chicago che hanno urlato a squarciagola la loro frustrazione e la loro rabbia.

“Ci sono troppi letti vuoti in questo paese”, dice Jaclyn, una delle organizzatrici del movimento con la voce spezzata e gli occhi lucidi.

C’è chi è presente perché ha perso il figlio e tiene alta la sua foto, chi canta una canzone per il fratellino di sei anni che non avrà più un futuro, chi ha perso amici e non riesce a sorridere.

Ognuno di loro ha una storia da raccontare e tutti ricevono un applauso, un grido di approvazione, un abbraccio vocale di solidarietà.

Vedere chiaramente cosa accadde sul palco non è semplice, a causa della calca di persone che assistono al rally, insieme alla polizia, necessaria per questioni di sicurezza – molti dei ragazzi del movimento infatti sono spesso stati minacciati. 

Quasi alla fine dell’evento, quando il caldo appiccicoso di una giornata estiva non dà tregua e i ragazzini più giovani vogliono mettersi in fila per fare una foto con i loro beniamini preferiti – questo infatti sono diventati molti degli organizzatori del movimento – dal palco arriva una voce di bambina.

In un momento tutti si muovono, telefonino alla mano verso di lei. Davanti a me una bambina dalla maglietta gialla si sporge il più possibile con il suo smartphone per registrare il momento. Accanto a lei in un attimo c’è anche Lauren Hogg, la sorella di David, uno degli esponenti più in vista del movimento, che correndo guarda verso il palco e anche lei riprende la scena con l’i-phone. 

Yolanda King

La folla urla e si capisce che chi è salito sul palco non è una persona qualunque. E’ piccola ma è grande. Grandissima.

Si chiama Yolanda Renee e di cognome fa King, come suo nonno Martin Luther King.

E credeteci se vi dicono che non è solo il nome che condivide con lui. A nove anni Yolanda ha la grinta di un’adulta, la voglia di combattere di quei ragazzi con cui condivide il palco – come ha già fatto nella grande marcia del 24 marzo scorso a Washington – e nessuna paura di stare con un microfono in mano.

“Chi siamo?”, chiede alla folla,”Siamo quelli di cui abbiamo bisogno”, rispondono.

“Start the fire”, continua, “Non avete sentito? In tutta la nazione. Saremo una grande generazione”. 

Non avrà detto tanto, non avrà fatto il discorso che fece a Washington DC e l’ha portata alle luci della ribalta internazionale, ma in quei pochi minuti che era sul palco, non c’era un orecchio o un volto che non guardasse il suo sorriso e avesse capito di che pasta fosse fatta.

E’ così che si chiude il rally. Con un botta e risposta incitato da una piccola futura speaker che ha già le idee ben chiare. 

E’ la forza di questo movimento. Gli eroi di questa generazione sono ragazzi proprio come loro. Hanno la loro stessa età, alcuni di loro non possono ancora votare, ma hanno deciso che non staranno con le mani in mano a vedere la vita scorrergli accanto. Saranno loro il cambiamento che vogliono nella società. 

All’evento qualcuno ha detto: “Il cambiamento e il coraggio a volte saltano una generazione”. Yolanda King ha tutte le carte in regola per diventare la voce di questo coraggio e cambiamento. 

Chi è Yolanda Reese King 

Yolanda ha nove anni ed è la figlia di Martin Luther King III and Andrea Waters. E’ nata nello stato della Giorgia ed è cresciuta ad Atlanta. Ha preso il suo nome dalla zia Yolanda King, morta per un problema di cuore nel 2007. E’ l’unica nipote di Marti Luther King e la moglie Coretta.

Il discorso alla marcia di Washington del 24 marzo scorso 

La piccola Yolanda è arrivata all’attenzione dei media internazionali grazie alla partecipazione alla “Marcia per le nostre vite” di Washington DC, lo scorso 24 marzo 2018.

Dove dal sogno di suo nonno è nato un nuovo sogno: un mondo senza armi! 

Mio nonno aveva un sogno che i suoi quattro figli non fossero giudicati dal colore della loro pelle, ma dal loro carattere. Io invece ho il sogno che quando è troppo è troppo. Questo dovrebbe essere un mondo senza armi. Punto



Fare del buon giornalismo è bellissimo. E’ una passione, un onore e un privilegio. Ma fare giornalismo, soprattutto all’estero è anche una spesa. Se non fossi andata sul posto a vedere con i miei occhi i suoni, gli odori e le facce delle persone che erano presenti a questo rally sabato 6 agosto non sarei probabilmente riuscita a farlo così pieno e vero.  Ma in ogni caso, che sia un articolo con una ricerca di immagini, video e foto fatto al computer o dal vero, un giornalista andrebbe, secondo la mia modesta opinione, ringraziato e sostenuto per averci da guida in un fatto di cronaca o una situazione. Se vi è quindi piaciuto questo pezzo, vorreste saperne di più e mi volete dare una mano a raccontarvi altre storie su questa generazione in cammino, potete farlo qui: https://www.produzionidalbasso.com/project/road-to-change-un-inchiesta-giornalistica-sulla-generazione-che-vuole-cambiare-l-america/

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I liceali americani tornano a scuola | Tra guardie armate, metal detector e recinzioni

Durante il Road to Change, il tour estivo dei ragazzi di March For Our Lives (di cui scrivo qui), ho parlato con uno degli studenti fondatori Matt Deitsch, che mi ha raccontato come la sua sorella minore, ormai da settimane nel mezzo della notte, lo svegli per essere consolata non riuscendo a dormire per la paura di tornare nella sua scuola, la Stoneman Douglas di Parkland (Florida), dove quattro delle sue migliori amiche sono morte lo scorso febbraio in una delle sparatorie di massa americane più letali della storia 

matt

Oggi, 15 agosto, lei e milioni di altri studenti americani torneranno nei loro campus in tutto il paese. Ma per molti le scuole che troveranno non saranno le stesse che hanno lasciato.

Come cambia la scuola della strage di Parkland

In primis ovviamente proprio la scuola della sorella di Matt, la Stoneman Douglas, dove gli studenti troveranno:

  1. tre poliziotti armati,
  2. recinzioni lungo il perimetro delle classi del campus, 
  3. entrate con metal detector, 
  4. più telecamere lungo i corridoi,  
  5. serrature delle classi che si chiudono automaticamente dall’interno ,
  6. badge personale per ogni studente, 
  7. più cartelli con i motto della Florida (In God We Trust), mandatori per la legge dello stato 

In altre scuole invece, oltre ai metal detector, sono state installate anche telecamere con riconoscimento facciale.

Ma c’è di più. In una zona rurale del West Virginia – nelle scuole del distretto di Lee County – insegnanti e membri dello staff (che già avevano un permesso per possedere un’arma) potranno partecipare a corsi di aggiornamento per portare le stesse nei campus. E’ il primo distretto a permettere una cosa del genere nello Stato. 

Le misure messe in atto nell’ultimo periodo vogliono dare una sensazione di sicurezza maggiore ai ragazzi, ma sono davvero abbastanza? E’ davvero questa la direzione giusta? La zia di Jaime, una delle ragazze uccise a Parkland, ha espresso i suoi sentimenti con un post su Facebook.

Estremamente rappresentativo del pensiero del movimento anti-armi che sta spingendo per riforme concrete per evitare un’altra strage di massa in una scuola americana. 

Six Months since Parkland, a New School Year Begins…Six months ago today, my niece Jaime Guttenberg, and 16 other…

Pubblicato da Abbie Guttenberg Youkilis su Lunedì 13 agosto 2018

Qui i punti salienti: 

“Siamo grati che sia stato fatto qualcosa per i nostri ragazzi. Che siano state messe in atto misure per rendere le scuole più sicure con più poliziotti e psicologi per la prevenzione.

scuole usa

“MA i nostri bambini non dovrebbero proprio essere costretti a essere perquisiti e comprare vestiti o caschi a prova di armi per permettere agli adulti di avere un accesso senza restrizioni alle armi.

Abbiamo bisogno di una strategia complessiva che includa la sicurezza delle nostre scuole, un migliore piano di salute mentale e leggi sensate in materia di controllo delle armi.”

“Sembra che ormai l’installazione di metal detectors è diventata una obbligatoria, vista la nostra inabilità di bilanciare la sicurezza pubblica e un’interpretazione assurda del Secondo Emendamento. E quindi il sacrosanto diritto dei nostri bambini di crescere felici viene sacrificato perché la nostra generazione li ha falliti.

E quindi il sacrosanto diritto dei nostri bambini di crescere felici viene sacrificato perché la nostra generazione li ha falliti. 

Sono triste che i nostri ragazzi inizieranno la loro giornata sotto una nuvola di sospetto e paura mentre tireranno fuori le loro cose dalle tasche e si toglieranno le scarpe. 

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Sono ancora più triste che debbano pensare alle armi ogni giorno, quando entrano a scuola e quando devono fare le esercitazioni per una sparatoria in atto. 

Ma soprattutto credo che mettere dei metal detectors all’entrata della scuola è come coprire una ferita da proiettile con un cerotto. Non risolverà, probabilmente, il problema.” 

On

Una generazione in marcia | Contro l’NRA

Come due squadre di calcio che aspettano il fischio di inizio e si squadrano a vicenda – il 6 agosto a Fairfax, nello stato della Virginia alle porte di Washington D.C. – i sostenitori della National Rifle Association (la potente lobby delle armi americane) e i sostenitori dei movimenti per leggi più restrittive in temi di acquisto e vendita delle armi (against gun violence) – si sono ritrovati gli uni davanti agli altri separati solo da una decina di agenti della polizia di stato, davanti alla sede ufficiale dell’NRA, in Waples Mill Road.

[Pillole da Firefax – la risposta della lobby delle armi sui social]Ma l'NRA come ha risposto alle proteste davanti…

Pubblicato da Road to change – Un crowdfunding giornalistico su Giovedì 9 agosto 2018
Momenti prima dell’inizio della manifestazione


La manifestazione, chiamata March on the NRA (Marcia contro l’NRA), è stata organizzata dai ragazzi (solo uno ha più di 24 anni) del movimento National Organization for Change, (Movimento nazionale per il cambiamento).

Un gruppo nato sulla scia di quello creato dai sopravvissuti della sparatoria di Parkland (Florida)  March for our Lives (In Marcia per le nostre vite) e autori di quella grande marcia su Washington DC a cui hanno partecipato milioni di persone e dal cui palco una generazione ha urlato in diretta mondiale richieste ben precise:

  • Basta morire nelle scuole perché uno studente prende in mano un’arma e inizia a sparare ai compagni.
  • Basta a nessun controllo (della fedina penale e della salute mentale) su chi acquista le armi.
  • Basta con l’accesso facilitato ai fucili d’assalto.
  • Basta votare senatori e rappresentanti del Congresso che prendono fondi dall’NRA.
Un recapito della manifestazione di D.C del Washington Post 

Girasoli e Fucili 

Dalla parte del movimento contro le armi donne, uomini e ragazzi di ogni età con abiti colorati e girasoli a simboleggiare le persone ammazzate con pistole e fucili. 

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Dall’altra parte della “barricata” invece, in numero inferiore ma non meno agguerrito, uomini di mezza età e oltre, con qualche fucile, molti cartelli dai colori patriottici (rosso, bianco e blu), bandiere di Trump-Pence e megafoni per far arrivare il messaggio forte e chiaro dall’altra parte della strada. 

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Sopra entrambi un sole che brucia le spalle e infiamma ancora di più degli animi già bollenti. Sì, perché l’argomento è uno dei più delicati di sempre negli Stati Uniti.

Un argomento che si dice irrisolvibile poiché troppo radicato nella cultura americana, nei valori fondanti del paese stesso.

“Il secondo emendamento non si tocca”; “E’ un nostro diritto fondamentale poter avere le armi e usarle. Se mi tocchi questo diritto è come se mi togliessi anche quello di parola”; “Se prima o poi qualcuno arriverà a casa tua per prendersela e mandarti via, come ti difenderai? Io avrò la mia arma e tu?”; “Il problema non sono le armi, sono le persone che usano le armi”.

Questi sono solo alcuni degli slogan dei gruppi pro-armi negli Stati Uniti che ho sentito ripetere in questa giornata. Argomenti da cui non sono disposti a muoversi di un millimetro.

L’unico argomento che raggiunge il centro della terra di nessuno di Fairfax e in qualche modo riesce a far trovare un punto d’incontro tra le due parti è un background check universale più restrittivo: ovvero il controllo massiccio prima di poter acquistare le armi. Su quello – magari – si può discutere.

Perché in fondo una persona che compra un’arma (o entra in possesso di una) e spara sulla folla in una scuola elementare, ad un concerto, in un cinema o un centro commerciale, fa male ad ogni singolo onesto cittadino che possiede le sue armi per andare a sparare la domenica al poligono.

Su un cartello tra i tanti si legge: “le persone oneste con le armi sono con voi e vi sostengono”.

E’ sabato e l’ufficio dell’NRA è chiuso, i suoi impiegati sono a casa e solo il museo sulle armi è aperto. Un museo che ospita 15 gallerie, 85 mostre, più di 3000 armi da fuoco e racconta “700 anni di storia delle armi, della libertà e dell’esperienza americana”, si legge nella bio sul sito ufficiale, “le armi raccontano storie di come sono state usate per assicurare sicurezza e nutrimento ai primi coloni arrivati, come abbiano donato libertà e indipendenza e da sempre aiutino a preservare queste libertà”.

Tra la folla c’è la voglia di parlare, di sconfiggere il caldo che viene dall’asfalto con un sit-in, magari poco organizzato – la stampa si pesta i piedi a vicenda, i manifestanti si mettono sulla traiettoria delle telecamere, si inizia in ritardo  – ma non meno duro nei toni e nei racconti di coloro che intervengono a parlare.

Un fiocco per Jaime 

“A inizio 2018 ho perso mio fratello per un cancro diagnosticatogli dopo aver prestato servizio l’11 settembre 2001  – ha iniziato Fred Guttenberg, un uomo di mezza età vestito d’arancione  – “e pensavo che quella fosse l’ultima tragedia nazionale che avrebbe colpito la mia famiglia. Mi sbagliavo. Perché il 14 febbraio, il giorno di San Valentino, una giornata che è iniziata come tutte le altre in casa mia: ovvero con il caos più totale – con i ragazzi in ritardo per scuola e io e mia moglie in ritardo per andare a lavoro – è finita con il ritorno a casa di uno dei miei figli.

Un estratto del discorso di Fred Guttenberg al rally 

Mia figlia è morta inseguita da una persona con un fucile AR-15 a cui è bastato un solo colpo per ucciderla centrandola alla spina dorsale”.

La figlia di Fred si chiamava Jaime Guttenberg e aveva 14 anni quando è morta. Avrebbe fatto 15 anni lo scorso 13 luglio. Una ragazzina come le altre che amava ballare. Oggi di lei, oltre il ricordo del padre, degli amici e della famiglia, rimane l’associazione che hanno creato in sua memoria: “Un fiocco arancione per Jaime”, nata per sostenere cause care alla famiglia come la danza, il bullismo e ovviamente riforme in tema di armi.

parkland shooting

“Io vivo a Parkland. In uno di quei quartieri dove ci avevano detto che una cosa del genere non sarebbe mai potuta succedere. Credetemi non è vero. Mi dicono che con il tempo le cose andranno meglio. Soffrirò meno. Non è vero. Ogni giorno è dolore e sofferenza. Per questo motivo sono qui oggi e per questo motivo non mi fermerò.”

Queste sono solo alcune delle parole che Fred ha deciso di condividere con la stampa e i manifestanti sulla sua famiglia. Ma è stato lo stesso Frank ha mandare un messaggio forte contro l’NRA, mentre alcuni dei suoi sostenitori in sottofondo lo chiamavano moron, stupido.


“Io credo nel secondo emendamento. Ma non nella rappresentazione sbagliata che la NRA ci vuole vendere. Ed è proprio questa lettura sbagliata che ha ucciso mia figlia e ha permesso di far circolare più armi. Nel 2003 quando mia figlia è nata l’azienda Smith and Wesson non ha fabbricato nemmeno un fucile d’assalto per uso personale, quest’anno ne hanno prodotti più di 5100. Ed è solo un’azienda.

Io credo che quando si mettono così tanti fucili d’assalto nelle nostre strade c’è solo un risultato: delle persone muoiono. Anche la lobby lo sa. Anche i sostenitori al Congresso e al Senato dell’NRA lo sanno.

Mia figlia e le altre vittime avevano il diritto di credere nel secondo emendamento, di sostenerlo, ma i loro diritti sono finiti. Perché sono morti. 

Io vorrei dire a coloro che sono qui e hanno un fucile con loro: se siete un possessore di armi che segue le regole – anche se odio il fatto che tu dobbiate venire qui armi che hanno ucciso le persone a noi care – io supporto il vostro diritto di farlo. Ma lasciatemi dire che sono necessarie delle limitazioni e delle regole. L’idea che possiate venire qui a minacciarci e mettere le nostre vite in pericolo senza che nessuno possa dire nulla, è assurdo e sbagliato.

Per questo ci stiamo battendo e (alle prossime elezioni ndr), manderemo a casa i rappresentanti che permettono delle cose del genere di succedere”. 

March for Our Lives Protest Against NRA in Virginia

We're in Fairfax, Virginia where a "March for Our Lives" rally is taking place in front of the NRA with students and family members from Marjory Stoneman Douglas High School in attendance. https://abcn.ws/2LW5BaP

Pubblicato da ABC News Live su Sabato 4 agosto 2018
Un video riassuntivo firmato ABC dei più importanti interventi della giornata!

In ricordo di Guac 

Fred non è l’unico padre nella folla ad aver perso un figlio però. Tra la folla è presente anche Manuel Oliver, che nella sparatoria di Parkland ha perso il figlio diciassettenne Joaquin – detto Guac – che avrebbe compiuto 18 anni proprio il giorno della marcia. 

Oliver non parla tanto come Fred. Ha deciso di lasciare parlare la sua arte, con dei lenzuoli bianchi con impresso il volto del figlio a diverse età e  colorando un muro con 18 candeline per il figlio,  che non potrà mai spegnere.

“Mi chiedono come io faccia ad essere forte in questo momento. La risposta siete voi, le persone che sono qui oggi. Io non mi fermerò, continuerò a parlare per proteggere i ragazzi che ancora oggi sono vivi, anche quelli dei sostenitori dell’NRA. Perché hanno il diritto di rimanere vivi.”

La creazione di un “muro di richieste”, wall of demands, è diventato un vero e proprio simbolo della lotta di Oliver, un modo per esprimere al meglio la sua rabbia e le sue richieste dopo il suo lutto. Ne ha disegnato uno a Parkland, Chicago, Los Angeles, Springfield (MA) e Orlando.

Come Fiocchi arancioni per Jaimie anche “Guac” ha una associazione a suo nome, che si chiama Change the Ref. Un’associazione per futuri leader che vuole donare ai più giovani strumenti per diventare cittadini informati e attivi. 

guac

E mentre i padri ricordano i figli, è bene ricordare che sono stati i figli ad organizzare la manifestazione. Sono stati loro che ci hanno messo la faccia per primi e dire basta, never again.  La maggior parte degli speaker che cantano, parlano e urlano durante la giornata non hanno più di 18 anni. Ma hanno senza dubbio una voglia di combattere che va ben oltre l’età anagrafica.

A prendere la parola sono state per la maggior parte ragazze. Da un background culturale diverso – una ragazza era musulmana, una ispanica e una ragazza di colore – ma tutte ferite in qualche modo dalle armi da fuoco e decise a far sentire la propria voce. 

NRA rally

In special modo la voce delle minoranze e di quelle fasce della società che combattono con la violenza da armi dal fuoco ogni giorno da molto prima della strage di Parkland e le precedenti. 

Perché dobbiamo pregare i nostri rappresentanti che si prendono cura di noi? 
Si chiede una delle speaker della giornata!

Padri, figli, madri e sorelle. A Fairfax sono stata testimone di una protesta fatta di toni forti, di emozioni urlate e diritti che non vogliono essere persi. Ho visto la faccia dell’America che non riesce a stare zitta, da nessuna parte della barricata. 

Ma questa marcia – e il tour di Road to Change – che sta volgendo al termine, è in verità solo l’inizio di un cambiamento che non si fermerà e non si vuole fermare fino al 6 novembre, giorno delle elezioni di metà mandato. Il momento in cui i ragazzi hanno promesso:  voteremo fuori tutti quelli che  prendono i soldi dell’NRA e che hanno sulle loro mani il nostro sangue.  



Fare del buon giornalismo è bellissimo. E’ una passione, un onore e un privilegio. Ma fare giornalismo, soprattutto all’estero è anche una spesa. Se non fossi andata sul posto a vedere con i miei occhi i suoni, gli odori e le facce delle persone che erano presenti a questo rally sabato 6 agosto non sarei probabilmente riuscita a farlo così pieno e vero.  Ma in ogni caso, che sia un articolo con una ricerca di immagini, video e foto fatto al computer o dal vero, un giornalista andrebbe, secondo la mia modesta opinione, ringraziato e sostenuto per averci da guida in un fatto di cronaca o una situazione. Se vi è quindi piaciuto questo pezzo, vorreste saperne di più e mi volete dare una mano a raccontarvi altre storie su questa generazione in cammino, potete farlo qui: https://www.produzionidalbasso.com/project/road-to-change-un-inchiesta-giornalistica-sulla-generazione-che-vuole-cambiare-l-america/

On

[Raod To Change] Il movimento #NeverAgain

Come ho scritto qui, ho deciso di iniziare un progetto giornalistico dedicato al movimento studentesco #NeverAgainMSD (chiamato dopo la marcia su Washington dello scorso 24 marzo più comunemente March for our lives movement), che da febbraio 2018 ha ispirato una generazione di giovani a far sentire la propria voce sul tema delle armi negli Stati Uniti.

Li seguirò da venerdì 4 agosto fino al 6 novembre, seguendoli nell’ultima parte del loro tour nazionale Road to Change. Una strada del cambiamento.

Ma facciamo un po’ di ordine:

  • ROAD TO CHANGE è un tour itinerante a livello nazionale americano (iniziato lo scorso 15 giugno a Chicago, Illinois e che si concluderà il 12 agosto a Newtown in Connecticut) con il quale i fondatori e i sostenitori del movimento #NeverAgain stanno girando più di venti stati americani per parlare, discutere e confrontarsi su:  1. il problema delle armi da fuoco negli Stati Uniti; 2. i senatori e rappresentanti del Congresso sponsorizzati dall’NRA;  3. il portare più giovani americani a votare alle prossime elezioni del 6  novembre. 
  • #NEVERAGAIN (Mai più) è invece tante cose in una frase. E’ un hashtag su Twitter. E’ un grido. Ma allo stesso tempo una promessa fatta da un gruppo di ragazzi subito dopo che un ex studente della loro scuola, la Marjory Stoneman Douglas di Parkland in Florida,  è entrato nel plesso scolastico e ha ucciso a sangue freddo 17 tra loro compagni di scuola e professori in una normale giornata di scuola, lo scorso 14 febbraio. La promessa? Mai più una strage come quella che abbiamo subito noi. Mai più ragazzi innocenti (e purtroppo anche bambini) uccisi nei plessi scolastici americani.

 

Noi siamo la nuova generazione di americani. Se la vecchia generazione ha fallito è questo il momento in cui noi dobbiamo farci avanti. Facendo di questo il nostro problema e trovando noi una soluzione.

  • E’ da questa sparatoria che nasce il primo focolare di rivolta allo status quo. Un gruppo ristretto dei sopravvissuti alla strage, nemmeno una settimana dopo che essa è accaduta, decide che le cose devono cambiare. Stavolta non si può solo pregare e pensare alle famiglie coinvolte per una settimana e poi aggiungere la lista dei morti alla lunghissima lista di morti da sparatorie negli Stati Uniti. 
  • I primi ragazzi coinvolti e attualmente i più visibili sono: Camoron Kasky, Emma Gonzales, David Hogg, Alex Wind, Sarah Chadwick, Jaclyn Corin, Sofie Whitney. 

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Subito dopo la sparatoria questi giovani hanno iniziato a parlare, twittare, farsi sentire. Non più ragazzi, ma sopravvissuti, attivisti e giornalisti. Un percorso che ha visto il primo grande passaggio dallo spazio virtuale di internet alla “piazza” reale, con la grande Marcia per le nostre vite (March for our lives) lo scorso 24 marzo scorso a Washington DC e in altre 800 città in tutto il paese.

“Ascoltate. La nostra missione è semplice e la nostra ambizione imbattibile. Teniamo le armi lontano dalle persone sbagliate e teniamole nelle mani delle persone sane e ragionevoli. Potete quindi aiutarci o stare dalla parte della storia che mette prima le armi delle vite degli altri .”

Se il primo obiettivo di questi ragazzi era farsi vedere, ascoltare e rendersi credibili, adesso e fino al 6 novembre  i più importanti obiettivi dei ragazzi sono scritti nel Manifesto di Parkland: 

  1. Controllo universale del passato di ogni singola persona che acquista armi da fuoco – Universal, comprehensive background checks
  2. Creazione di un database digitale dell’ATF (Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms, and Explosives), un’agenzia del governo degli Stati Uniti d’America, preposta a indagare sui reati federali relativi all’uso, alla fabbricazione e al possesso di armi da fuoco ed esplosivi; che regola inoltre la concessione di licenze la vendita, il possesso e il trasporto di armi da fuoco, munizioni ed esplosivi nel commercio intestatale.
  3. Finanziare il Centro per  la prevenzione e il controllo delle malattie (detto CDC) per trattare il problema della violenza da armi da fuoco come una vera e propria epidemia.
  4. Messa al bando dei caricatori ad alta capacità e dei fucili d’assalto semi automatici 

Con Road to Change l’obiettivo principale è invece quello di portare più giovani possibili a votare e escludere tutti i rappresentanti pagati dalla grande lobby delle armi americana, l’NRA! Di questo parleremo più approfonditamente nel prossimo post! 

Stay tuned!

 

 

On

La storia dietro ‘Road to change: un crowdfounding giornalistico!’

Ci sono milioni di storie che potremmo raccontare dagli Stati Uniti. Storie di sofferenze, di lusso, di speranza, di lavoro, di amore.

Una delle mie prime visite al  Consolato italiano a New York ho incontro Giovanna Pancheri, la corrispondente di SkyTg 24 che sostituiva Liliana Faccioli Pintozzi, appena trasferita a Londra.

Mi sono presentata timidamente e le ho detto che lei, come Liliana, era per una fonte di ispirazione. Perché era una donna. Ma anche una giornalista. Perché i suoi servizi non erano mai scontati e in ognuno di essi si poteva vedere la sua grande passione per il giornalismo.

Avremo parlato sì e no due minuti, mi ha dato l’impressione di essere una persona molto timida, ma la frase che mi ha detto mi è rimasta impressa nella memoria: “Ci sono così tante storie da raccontare in questo paese. Trovane una e seguila con tutte le forze. In bocca al lupo”. Ok, magari non erano queste esatte parole – soprattutto la seconda parte – ma il messaggio era proprio questo: ci sono milioni di storie da raccontare, trovale!

Per tanto tempo ho pensato che sarebbe stato impossibile, da freelance, trovare storie originali e interessanti da raccontare. Per tanto tempo non ne ho trovate.

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Poi c’è stato il 14 febbraio. In Florida c’è stata un’altra sparatoria di massa in una scuola, sono morte 17 persone e sembrava che la solita scaletta post sparatoria di massa dovessi ripetersi come ogni volta:

  • prima arrivano i media,
  • vediamo le immagini dei ragazzi che a mani alzate escono dalla scuola e  i genitori  che piangono aspettandoli,
  • poi i commentatori politici dei principali programmi nazionali organizzano panel a tutte le ore del giorno per discutere dell’accesso alle armi e del problema della salute mentale,
  • l’NRA dirama un comunicato dicendo che non è colpa delle armi da fuoco ma delle persone,
  • il presidente degli Stati Uniti invia le sue preghiere e le condoglianze alle famiglie

Il tutto si conclude con  i morti, l’omicida e i genitori che vengono lentamente dimenticati e messi insieme a tutti gli altri genitori, morti e assassini che li hanno preceduti.

Invece stavolta le cose sono andate molto diversamente. I sopravvissuti hanno combattuto per far sì che la scaletta non si ripetesse. Nemmeno dopo una settimana dalla tragedia un ristretto gruppo di studenti si è ritrovato e ha fondato il movimento #NeverAgain. Hanno marciato su Washington il marzo successivo, smettendo di  essere sopravvissuti e diventando attivisti.

E così, in un attimo, ecco che avevo trovato la mia storia.  Una bellissima e complicata storia.

Ho iniziato a seguire il movimento sui social, cercando di capire chi sono e cosa vogliono questi giovani. Ho partecipato alla marcia del 24 marzo a New York.

A partire dal 4 agosto e fino al 6 novembre ho deciso che li voglio vedere dal vivo, in azione e li seguirò sull’east coast nell’ultimo pezzo del loro tour nazionale, “Road to change”. Per fare questo ho deciso di iniziare un crowdfunding giornalistico, per sostenere le spese di viaggio e di alloggio.

Potete scoprire tutto su questo progetto sul sito Produzioni da Basso qui.

roadtochange

Non so se qualcuno mi aiuterà in questo reportage, se qualcuno, soprattutto uno sconosciuto,  sarà disposto a spendere q
ualche euro per un prodotto giornalistico, ma io lo spero. Perché per me, come tanti miei coetanei, fare giornalismo non è un lavoro, ma è una passione, una necessità. 

E fare giornalismo in questo preciso momento storico è più difficile che mai, con contratti solo per pochi eletti, riviste che chiudono e lettori interessati molto di più a video di cani e gatti rispetto a quelli dedicati a  tematiche più pesanti, proprio come l’uso delle  armi negli Stati Uniti.

Come ho detto non so se riceverò degli aiuti sostanziali, oltre a quelli già ricevuti, ma se non ci avessi provato me ne sarei pentita.

Quindi anche tu, lettore, se ti piace cosa dico e  come lo dico, se hai voglia di scoprire di più di questo pazzo paese e di ragazzi coraggiosi che stanno cercando di cambiare la sua faccia un voto alla volta, vieni con me sulla strada del cambiamento anche con un contributo minimo qui. 

Se invece non sei disposto a farlo, non c’è problema, ma  vieni lo stesso con me in questo viaggio americano e fatti inspirare dalla forza di questa nuova generazione!

neveragain

 

 

 

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