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Morire a scuola | La storia della famiglia Oliver 1/2

Una foto della famiglia Oliver

La prima volta che ho visto Manuel Oliver e ascoltato la sua storia è stato durante la mia trasferta nello Stato del Connecticut, in una appiccicosa giornata estiva, per l’ultima fermata del tour estivo dei giovani del movimento Save Our Lives, intitolato Road to Change.

Manuel è un “uomone” alto dalla faccia buona e un sorriso affabile. Vestito sempre con t-shirt and pantaloni larghi da subito l’impressione di un uomo per bene, disponibile e gentile.

Quando mi avvicino a lui a fine giornata ha l’aria stanca di una persona che vuole solo andare in albergo a rinfrescarsi e una piccola fila di ragazzi he ci vogliono parlare prima di me. Eppure alla mia richiesta di una parola, Manuel non ha fatto una piega.

Mi ha sfoderato un grande sorriso, ascoltando con gentilezza la mia proposta per un’intervista e accettando di buon grado di vederci due giorni dopo a New York City, dove avrebbe alloggiato per altri giorni di interviste televisive.

Manuel Oliver

Sinceramente era più di quanto sperassi di ottenere. I ragazzi del movimento che avevano organizzato il tour infatti non erano mai stati troppo aperti a concedere interviste. Specialmente a giornalisti che avevano come pubblico di riferimento un pubblico straniero.

Li ho visti rifiutare interviste con la Rai per esempio, non essendo quello il target dove volevano arrivare, in un modo anche particolarmente ignorante.

Ma da subito ho notato che Manuel è diverso. Lui non fa distinzione tra interlocutori, gli basta raccontare la sua storia.

Per quanto atroce e dolorosa, parlarne per lui vuol dire far rivivere ancora suo figlio Joaquin. Il motivo per cui si trova in Connecticut. Il motivo per cui ha lasciato la Florida, il lavoro, un’altra figlia e si era messo on the road.

LA FAMIGLIA OLIVER

Due giorni dopo, io Manuel e la moglie Patricia siamo a Manhattan, nella hall del loro albergo tra la sesta e Broadway.

In ritardo per un’altra intervista che si era prolungata, hanno l’aria stanca di chi ha dormito appena. Con un aereo che li aspetta la sera stessa per portarli nuovamente in Florida.

Gli Oliver sono il ritratto di due genitori giovanili, innamorati pazzi l’uno dell’altro così come dei loro figl con i quali si sono lasciati alle spalle il Venezuela, uno dei paesi considerato dal governo americano, ad oggi, come uno dei più pericolosi al mondo.

2012, 2018

Arrivati più di quindici anni fa, Manuel, Patricia, Andrea e Joaquin, hanno scelto di vivere a Parkland in Florida, dove la comunità ispanica è molto radicata. Uno stato dove il sole splende per la gran parte dell’anno, ed è scelta come meta di pensionamento da tantissimi americani.  

La vita degli Oliver scorre tranquilla. Manuel lavora come grafico e consulente per grandi brand americani. Patricia si dedica ai ragazzi.

Arriva il 2012, l’anno in cui la figlia maggio si diploma con la sua classe alla Marjory Stoneman Douglas, una scuola tra le migliori della zona che predilige materie come l’educazione civica, il giornalismo e i dibattiti per formare dei giovani informati e attivi nella comunità.

Tra la folla di genitori e familiari che partecipano alla cerimonia ci sono tutti e tre, Manuel, Patricia e Joaquin, emozionati e felici. Testimoni di un passo importante per una famiglia che ha scommesso su una nuova vita negli Stati Uniti.

Sei anni dopo. Primavera 2018. Nello stesso auditorium, con le stesse sedie e gli stessi colori, ci si prepara ad un altra cerimonia di diploma. A lasciare il liceo stavolta è la classe del loro figlio più piccolo, Joaquin, chiamato da tutti affettuosamente Guac.

Ma Joaquin su quel palco non ci è mai salito.

Al suo posto è salita mamma Patricia – senza toga o capello, senza vestito elegante o tacchi – ma con indosso una maglietta con su scritto solamente:

“Questo dovrebbe essere mio figlio”. 

Patricia Oliver alla cerimonia di diploma del figlio Joaquin.

JOAQUIN | UN LICEALE COME TANTI

Joaquin è infatti morto il giorno di San Valentino a soli diciassette anni per mano di un altro studente, Nikolas Cruz, che il 14 febbraio è entrato nel suo liceo con un fucile d’assalto AR-15 con il solo scopo di uccidere più persone possibili. Portando a compimento la sua missione e massacrando diciassette persone tra compagni e insegnanti. 

Mi chiamo Nik e diventerò famoso come lo school shooter del 2018. Vedrete le news stasera e saprete tutti chi sono. Il mio obiettivo è uccidere almeno 20 persone. Camminerò nei corridoi con il mio fucile e tutti fuggiranno alla mia vista.
Mi sono stancato di essere considerato un perdente. La mia vita ormai non ha più senso.

Manuel e Patricia non amano parlare di quel giorno. Come se lo avessero chiuso in un cassetto della mente che non va aperto.

C’è poco da dire su quella mattina. Ho accompagnato mio figlio a scuola”, racconta Manuel, “e prima che scendesse dalla macchina ci siamo detti che ci volevamo bene, come sempre quando ci salutavamo. Poi sono andato a lavoro e aspettavo di risentirlo a metà giornata, come di consueto. Ho aspettato la sua chiamata, ma non è mai arrivata.”

Dopo la notizia della sparatoria al liceo del figlio, i coniugi Oliver non hanno saputo niente sulle sorti di Guac per tutto il resto del giorno e della notte successiva. “Abbiamo saputo che era ufficialmente morto solo il giorno dopo alle prime luci della mattina. Da lì è stato come se il sole non fosse mai sorto“.

Ho portato i miei figli e mia moglie negli Stati Uniti in cerca di un paese dove potessero avere una vita felice e sicura. Ma poi ho visto morire mio figlio in uno dei luoghi considerati tra i più sicuri: la sua scuola. 

Cosa vuol dire vedere morire il proprio figlio adolescente a scuola dopo che lo hai portato via da un paese con il più alto tasso di criminalità nel mondo? Sono sensazioni che solo gli Oliver possono descrivere a parole, se solo le trovassero. 

Joaquin era un ragazzo favoloso. Molto affettuoso a casa e attivo nella comunità”, racconta Patricia che porta al collo un medaglione dorato con una sua foto, “un ragazzo intelligente con un futuro radioso davanti a sé”.

Una persona dolce, un amico sincero. Una persona onesta con un sorriso che ti entrava nel cuore“, mi dicono di lui le persone che lo hanno incrociato sulla propria strada, e testimoniato anche dalle tante foto e messaggi di ricordo ancora presenti sui suoi account social, attivi ancora oggi.

Joacquin andandosene sotto i colpi di un fucile d’assalto ha lasciato una sorella, una fidanzata, un paio di scarpe da ginnastica – che hanno però continuato a camminare con suo padre – e sopratuttto una vita fatta di sogni e speranze spezzate a metà.

Guac ha lasciato soprattuto un vuoto che i genitori stanno cerando di compensare con l‘attivismo e l’appoggio ai giovani sopravvissuti, i quali hanno deciso di combattere le stesse armi che si sono visti puntati in faccia o alla schiena.

Attivismo, sopravvivenza, voglia di giustizia e voglia di non dimenticare il viso tanto amato del figlio sono alla base del progetto Change the Ref, cambiamo l’arbitro. 

Ne parlo nel prossimo articolo dedicato a questa famiglia di persone straordinarie che ho avuto la fortuna di conoscere nel mio cammino americano.



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Giovani contro le armi | La lotta continua

E’ ormai inverno inoltrato a New York City. Il fine settimana ci ha fatto fare un viaggio in Siberia non richiesto, con temperature percepite fino a – 21 gradi e l’estate sembra un ricordo lontano o un desiderio impossibile.

Eppure,

la scorsa estate, l’estate 2018, con il suo caldo oppressivo, l’area condizionata gelida e con diversi treni e autobus presi e persi, è ancora lucidamente impressa nella mia mente.

Non solo perché l’estate è uno di quei ricordi sempre piacevoli, ma anche perché quest’estate ho avuto l’occasione di venire a contatto con delle persone straordinarie, seppure nella loro normalità.

giovani volontari nel Bronx
Una delle fermate del Tour nel cuore del Bronx

Giovani liceali, ragazzi delle scuole medie, genitori e bambini delle elementari, che hanno girato il paese in lungo e in largo per mandare un messaggio a tutta l’America: basta vedere i nostri figli, i nostri fratelli, le nostre sorelle, morire nelle scuole (ma anche nei cinema, nelle sale giochi, nei centri commerciali) sotto i proiettili di una pistola o un fucile che appartiene ai campi di guerra. 

Il loro tour, chiamato Road to Change, era già iniziato quando ho iniziato a seguirli in varie tappe del progetto, da Washington, Virginia, New York, Morristown e Connecticut. Ma non per questo è stato meno bello, seppur difficile e doloroso, partecipare al progetto come ascoltatrice e giornalista.

giovani volontari
Virginia. Agosto 2018. Manifestazione davanti ad una delle più importanti fabbriche di armi in America.

Del loro movimento in Italia non si è mai parlato molto – a parte per la grande marcia (March for Our Lives) che organizzarono il 24 marzo scorso a Washington D.C., che vide la partecipazione di tantissimi giovani e non solo, da tutta America. Nonostante tutt’ora trovi qua e là riferimenti ed articoli a riguardo su settimanali e siti internet.

Ma era la cosa giusta da fare perché non si vedono tutti i giorni atti di coraggio, di ribellione, di sfida al governo come questi da parte di una generazione di sedicenni che hanno tra le altre cose raccolto attorno a loro un intero mondo di altri ragazzi, adulti, volontari, associazioni, politici e attori che hanno amplificato il messaggio e fatto loro la lotta.

giovani volontari del movimento a NY
Townhall in New York City

Da i giovani di Chicago o del Bronx che lottano per non vedere morire i loro coetanei per strada.

Ai genitori di Newton che cercano di lasciare un mondo migliore a figli che gli sono rimasti, poiché gli altri glieli ha portati via la sparatoria di Sandy Hook.

Un movimento ormai morto

Ma torniamo ad oggi.

Un amico e collega mi ha detto a fine agosto: “Era un bel movimento, peccato il modo in cui sia finito. Ormai non fanno più nulla”. 

E potrebbe davvero sembrare che il movimento si sia fermato, diviso e perso, poiché non riempie più le copertine delle riviste o le piazze. Ma così non è.

Il movimento non si è mai fermato, e continua localmente e a livello nazionale a piantare semi per far crescere più forte la loro pianta: una pianta che di nome fa America e ha come foglie meno pistole e fucili d’assalto.

Le elezioni di metà mandato 2018

Non dimentichiamoci inoltre come il movimento e le organizzazioni contro la violenza da armi da fuoco si siano fatti sentire a gran voce anche durante le elezioni di metà mandato del novembre 2018, che hanno segnato un ritorno dei giovani alle urne in massa, come non succedeva da 24 anni.

Votando per la maggior parte candidati democratici che potessero portare al centro dell’agenda politica nazionale una regolamentazione sul possesso di armi da fuoco.

We estimate that this is by far the highest level of participation among youth in the past quarter century

Sono stati infatti più del 30% i giovani che hanno deciso di far sentire la propria voce, secondo un sondaggio della Research on Civic Learning and Engagement presso la Tufts University di Boston, che ha iniziato nel lontano 1994 a tenere conto del voto delle nuove generazioni.

When people tell us that their vote doesn’t matter or their vote won’t make a difference, we tell them that it will. We tell them that your vote will save a life.

Quando le persone ci dicono che il loro voto non conta o non farà la differenza, noi li ricordiamo che non è vero, il loro voto a qualcosa serve: a salvare una vita!

Appoggio politico sempre più forte

La loro battaglia non si è fermata anche perché è sempre più ascoltata e appoggiata da personalità politiche di rilievo, come per esempio la neo eletta speaker della Camera Nancy Pelosi. 

A gennaio per esempio, rappresentanti di vari movimenti anti armi sono stati ospitati al Campidoglio per far risuonare alto il loro messaggio. Trovando una nuova platea politica pronta ad ascoltarli e muoversi per fare qualcosa di concreto a riguardo.

Ma sapete sopratutto perché un movimento come questo non potrà mai fermarsi?

Perché se c’è una triste certezza in questa pazza America, è che ci sarà sempre un’altra sparatoria. Ci saranno sempre altri sopravvissuti, altri genitori, fratelli, figli e alunni in lacrime fuori dalle scuole, ripresi dagli elicotteri dei notiziari nazionali.

Non è questione di se accadrà, ma solo di QUANDO accadrà.

Il prossimo capitolo

Purtroppo l’estate scorsa non mi è stato possibile seguire tutto il tour e le cose da raccontare sarebbero state tantissime. Purtroppo l’obiettivo di pubblicare su giornali e magazine italiani le storie dei sopravvissuti e dei sostenitori del movimento non è stato raggiunto, scontrandosi con le difficoltà del giornalismo italiano attuale.

Ma in tutti questi purtroppo, non ne vedo uno che mi faccia venire voglia di non continuare a raccontare la lotta di questa generazione.

Perché se lo meritano questi giovani, e se lo meritano anche i lettori italiani di leggere delle storie di coraggio quotidiano. Storie di lotta. Storie di speranza.

giovani in marcia
Massachusetts, agosto 2018

Sarà il 2019 l’anno che vedrà fare dei passi avanti all’America in tema di armi da fuoco? Diminuiranno le sparatorie nelle scuole? I giovani americani moriranno ancora al cinema? Al supermercato? In un bar? In una sala di videogiochi?

Solo il tempo ce lo dirà. Io intanto scriverò dell’argomento qui sul mio blog e sulla pagina Facebook che ho dedicato al movimento qui.

Partendo dalla mia intervista (in due parti) a Manuel e Patricia Oliver, i genitori di Guac. Assassinato a Parkland lo scorso febbraio 2018.



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Una generazione in marcia | Contro l’NRA

Come due squadre di calcio che aspettano il fischio di inizio e si squadrano a vicenda – il 6 agosto a Fairfax, nello stato della Virginia alle porte di Washington D.C. – i sostenitori della National Rifle Association (la potente lobby delle armi americane) e i sostenitori dei movimenti per leggi più restrittive in temi di acquisto e vendita delle armi (against gun violence) – si sono ritrovati gli uni davanti agli altri separati solo da una decina di agenti della polizia di stato, davanti alla sede ufficiale dell’NRA, in Waples Mill Road.

[Pillole da Firefax – la risposta della lobby delle armi sui social]Ma l'NRA come ha risposto alle proteste davanti…

Pubblicato da Road to change – Un crowdfunding giornalistico su Giovedì 9 agosto 2018
Momenti prima dell’inizio della manifestazione


La manifestazione, chiamata March on the NRA (Marcia contro l’NRA), è stata organizzata dai ragazzi (solo uno ha più di 24 anni) del movimento National Organization for Change, (Movimento nazionale per il cambiamento).

Un gruppo nato sulla scia di quello creato dai sopravvissuti della sparatoria di Parkland (Florida)  March for our Lives (In Marcia per le nostre vite) e autori di quella grande marcia su Washington DC a cui hanno partecipato milioni di persone e dal cui palco una generazione ha urlato in diretta mondiale richieste ben precise:

  • Basta morire nelle scuole perché uno studente prende in mano un’arma e inizia a sparare ai compagni.
  • Basta a nessun controllo (della fedina penale e della salute mentale) su chi acquista le armi.
  • Basta con l’accesso facilitato ai fucili d’assalto.
  • Basta votare senatori e rappresentanti del Congresso che prendono fondi dall’NRA.
Un recapito della manifestazione di D.C del Washington Post 

Girasoli e Fucili 

Dalla parte del movimento contro le armi donne, uomini e ragazzi di ogni età con abiti colorati e girasoli a simboleggiare le persone ammazzate con pistole e fucili. 

MARCHOURLIFE

Dall’altra parte della “barricata” invece, in numero inferiore ma non meno agguerrito, uomini di mezza età e oltre, con qualche fucile, molti cartelli dai colori patriottici (rosso, bianco e blu), bandiere di Trump-Pence e megafoni per far arrivare il messaggio forte e chiaro dall’altra parte della strada. 

nra

Sopra entrambi un sole che brucia le spalle e infiamma ancora di più degli animi già bollenti. Sì, perché l’argomento è uno dei più delicati di sempre negli Stati Uniti.

Un argomento che si dice irrisolvibile poiché troppo radicato nella cultura americana, nei valori fondanti del paese stesso.

“Il secondo emendamento non si tocca”; “E’ un nostro diritto fondamentale poter avere le armi e usarle. Se mi tocchi questo diritto è come se mi togliessi anche quello di parola”; “Se prima o poi qualcuno arriverà a casa tua per prendersela e mandarti via, come ti difenderai? Io avrò la mia arma e tu?”; “Il problema non sono le armi, sono le persone che usano le armi”.

Questi sono solo alcuni degli slogan dei gruppi pro-armi negli Stati Uniti che ho sentito ripetere in questa giornata. Argomenti da cui non sono disposti a muoversi di un millimetro.

L’unico argomento che raggiunge il centro della terra di nessuno di Fairfax e in qualche modo riesce a far trovare un punto d’incontro tra le due parti è un background check universale più restrittivo: ovvero il controllo massiccio prima di poter acquistare le armi. Su quello – magari – si può discutere.

Perché in fondo una persona che compra un’arma (o entra in possesso di una) e spara sulla folla in una scuola elementare, ad un concerto, in un cinema o un centro commerciale, fa male ad ogni singolo onesto cittadino che possiede le sue armi per andare a sparare la domenica al poligono.

Su un cartello tra i tanti si legge: “le persone oneste con le armi sono con voi e vi sostengono”.

E’ sabato e l’ufficio dell’NRA è chiuso, i suoi impiegati sono a casa e solo il museo sulle armi è aperto. Un museo che ospita 15 gallerie, 85 mostre, più di 3000 armi da fuoco e racconta “700 anni di storia delle armi, della libertà e dell’esperienza americana”, si legge nella bio sul sito ufficiale, “le armi raccontano storie di come sono state usate per assicurare sicurezza e nutrimento ai primi coloni arrivati, come abbiano donato libertà e indipendenza e da sempre aiutino a preservare queste libertà”.

Tra la folla c’è la voglia di parlare, di sconfiggere il caldo che viene dall’asfalto con un sit-in, magari poco organizzato – la stampa si pesta i piedi a vicenda, i manifestanti si mettono sulla traiettoria delle telecamere, si inizia in ritardo  – ma non meno duro nei toni e nei racconti di coloro che intervengono a parlare.

Un fiocco per Jaime 

“A inizio 2018 ho perso mio fratello per un cancro diagnosticatogli dopo aver prestato servizio l’11 settembre 2001  – ha iniziato Fred Guttenberg, un uomo di mezza età vestito d’arancione  – “e pensavo che quella fosse l’ultima tragedia nazionale che avrebbe colpito la mia famiglia. Mi sbagliavo. Perché il 14 febbraio, il giorno di San Valentino, una giornata che è iniziata come tutte le altre in casa mia: ovvero con il caos più totale – con i ragazzi in ritardo per scuola e io e mia moglie in ritardo per andare a lavoro – è finita con il ritorno a casa di uno dei miei figli.

Un estratto del discorso di Fred Guttenberg al rally 

Mia figlia è morta inseguita da una persona con un fucile AR-15 a cui è bastato un solo colpo per ucciderla centrandola alla spina dorsale”.

La figlia di Fred si chiamava Jaime Guttenberg e aveva 14 anni quando è morta. Avrebbe fatto 15 anni lo scorso 13 luglio. Una ragazzina come le altre che amava ballare. Oggi di lei, oltre il ricordo del padre, degli amici e della famiglia, rimane l’associazione che hanno creato in sua memoria: “Un fiocco arancione per Jaime”, nata per sostenere cause care alla famiglia come la danza, il bullismo e ovviamente riforme in tema di armi.

parkland shooting

“Io vivo a Parkland. In uno di quei quartieri dove ci avevano detto che una cosa del genere non sarebbe mai potuta succedere. Credetemi non è vero. Mi dicono che con il tempo le cose andranno meglio. Soffrirò meno. Non è vero. Ogni giorno è dolore e sofferenza. Per questo motivo sono qui oggi e per questo motivo non mi fermerò.”

Queste sono solo alcune delle parole che Fred ha deciso di condividere con la stampa e i manifestanti sulla sua famiglia. Ma è stato lo stesso Frank ha mandare un messaggio forte contro l’NRA, mentre alcuni dei suoi sostenitori in sottofondo lo chiamavano moron, stupido.


“Io credo nel secondo emendamento. Ma non nella rappresentazione sbagliata che la NRA ci vuole vendere. Ed è proprio questa lettura sbagliata che ha ucciso mia figlia e ha permesso di far circolare più armi. Nel 2003 quando mia figlia è nata l’azienda Smith and Wesson non ha fabbricato nemmeno un fucile d’assalto per uso personale, quest’anno ne hanno prodotti più di 5100. Ed è solo un’azienda.

Io credo che quando si mettono così tanti fucili d’assalto nelle nostre strade c’è solo un risultato: delle persone muoiono. Anche la lobby lo sa. Anche i sostenitori al Congresso e al Senato dell’NRA lo sanno.

Mia figlia e le altre vittime avevano il diritto di credere nel secondo emendamento, di sostenerlo, ma i loro diritti sono finiti. Perché sono morti. 

Io vorrei dire a coloro che sono qui e hanno un fucile con loro: se siete un possessore di armi che segue le regole – anche se odio il fatto che tu dobbiate venire qui armi che hanno ucciso le persone a noi care – io supporto il vostro diritto di farlo. Ma lasciatemi dire che sono necessarie delle limitazioni e delle regole. L’idea che possiate venire qui a minacciarci e mettere le nostre vite in pericolo senza che nessuno possa dire nulla, è assurdo e sbagliato.

Per questo ci stiamo battendo e (alle prossime elezioni ndr), manderemo a casa i rappresentanti che permettono delle cose del genere di succedere”. 

March for Our Lives Protest Against NRA in Virginia

We're in Fairfax, Virginia where a "March for Our Lives" rally is taking place in front of the NRA with students and family members from Marjory Stoneman Douglas High School in attendance. https://abcn.ws/2LW5BaP

Pubblicato da ABC News Live su Sabato 4 agosto 2018
Un video riassuntivo firmato ABC dei più importanti interventi della giornata!

In ricordo di Guac 

Fred non è l’unico padre nella folla ad aver perso un figlio però. Tra la folla è presente anche Manuel Oliver, che nella sparatoria di Parkland ha perso il figlio diciassettenne Joaquin – detto Guac – che avrebbe compiuto 18 anni proprio il giorno della marcia. 

Oliver non parla tanto come Fred. Ha deciso di lasciare parlare la sua arte, con dei lenzuoli bianchi con impresso il volto del figlio a diverse età e  colorando un muro con 18 candeline per il figlio,  che non potrà mai spegnere.

“Mi chiedono come io faccia ad essere forte in questo momento. La risposta siete voi, le persone che sono qui oggi. Io non mi fermerò, continuerò a parlare per proteggere i ragazzi che ancora oggi sono vivi, anche quelli dei sostenitori dell’NRA. Perché hanno il diritto di rimanere vivi.”

La creazione di un “muro di richieste”, wall of demands, è diventato un vero e proprio simbolo della lotta di Oliver, un modo per esprimere al meglio la sua rabbia e le sue richieste dopo il suo lutto. Ne ha disegnato uno a Parkland, Chicago, Los Angeles, Springfield (MA) e Orlando.

Come Fiocchi arancioni per Jaimie anche “Guac” ha una associazione a suo nome, che si chiama Change the Ref. Un’associazione per futuri leader che vuole donare ai più giovani strumenti per diventare cittadini informati e attivi. 

guac

E mentre i padri ricordano i figli, è bene ricordare che sono stati i figli ad organizzare la manifestazione. Sono stati loro che ci hanno messo la faccia per primi e dire basta, never again.  La maggior parte degli speaker che cantano, parlano e urlano durante la giornata non hanno più di 18 anni. Ma hanno senza dubbio una voglia di combattere che va ben oltre l’età anagrafica.

A prendere la parola sono state per la maggior parte ragazze. Da un background culturale diverso – una ragazza era musulmana, una ispanica e una ragazza di colore – ma tutte ferite in qualche modo dalle armi da fuoco e decise a far sentire la propria voce. 

NRA rally

In special modo la voce delle minoranze e di quelle fasce della società che combattono con la violenza da armi dal fuoco ogni giorno da molto prima della strage di Parkland e le precedenti. 

Perché dobbiamo pregare i nostri rappresentanti che si prendono cura di noi? 
Si chiede una delle speaker della giornata!

Padri, figli, madri e sorelle. A Fairfax sono stata testimone di una protesta fatta di toni forti, di emozioni urlate e diritti che non vogliono essere persi. Ho visto la faccia dell’America che non riesce a stare zitta, da nessuna parte della barricata. 

Ma questa marcia – e il tour di Road to Change – che sta volgendo al termine, è in verità solo l’inizio di un cambiamento che non si fermerà e non si vuole fermare fino al 6 novembre, giorno delle elezioni di metà mandato. Il momento in cui i ragazzi hanno promesso:  voteremo fuori tutti quelli che  prendono i soldi dell’NRA e che hanno sulle loro mani il nostro sangue.  



Fare del buon giornalismo è bellissimo. E’ una passione, un onore e un privilegio. Ma fare giornalismo, soprattutto all’estero è anche una spesa. Se non fossi andata sul posto a vedere con i miei occhi i suoni, gli odori e le facce delle persone che erano presenti a questo rally sabato 6 agosto non sarei probabilmente riuscita a farlo così pieno e vero.  Ma in ogni caso, che sia un articolo con una ricerca di immagini, video e foto fatto al computer o dal vero, un giornalista andrebbe, secondo la mia modesta opinione, ringraziato e sostenuto per averci da guida in un fatto di cronaca o una situazione. Se vi è quindi piaciuto questo pezzo, vorreste saperne di più e mi volete dare una mano a raccontarvi altre storie su questa generazione in cammino, potete farlo qui: https://www.produzionidalbasso.com/project/road-to-change-un-inchiesta-giornalistica-sulla-generazione-che-vuole-cambiare-l-america/

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[Raod To Change] Il movimento #NeverAgain

Come ho scritto qui, ho deciso di iniziare un progetto giornalistico dedicato al movimento studentesco #NeverAgainMSD (chiamato dopo la marcia su Washington dello scorso 24 marzo più comunemente March for our lives movement), che da febbraio 2018 ha ispirato una generazione di giovani a far sentire la propria voce sul tema delle armi negli Stati Uniti.

Li seguirò da venerdì 4 agosto fino al 6 novembre, seguendoli nell’ultima parte del loro tour nazionale Road to Change. Una strada del cambiamento.

Ma facciamo un po’ di ordine:

  • ROAD TO CHANGE è un tour itinerante a livello nazionale americano (iniziato lo scorso 15 giugno a Chicago, Illinois e che si concluderà il 12 agosto a Newtown in Connecticut) con il quale i fondatori e i sostenitori del movimento #NeverAgain stanno girando più di venti stati americani per parlare, discutere e confrontarsi su:  1. il problema delle armi da fuoco negli Stati Uniti; 2. i senatori e rappresentanti del Congresso sponsorizzati dall’NRA;  3. il portare più giovani americani a votare alle prossime elezioni del 6  novembre. 
  • #NEVERAGAIN (Mai più) è invece tante cose in una frase. E’ un hashtag su Twitter. E’ un grido. Ma allo stesso tempo una promessa fatta da un gruppo di ragazzi subito dopo che un ex studente della loro scuola, la Marjory Stoneman Douglas di Parkland in Florida,  è entrato nel plesso scolastico e ha ucciso a sangue freddo 17 tra loro compagni di scuola e professori in una normale giornata di scuola, lo scorso 14 febbraio. La promessa? Mai più una strage come quella che abbiamo subito noi. Mai più ragazzi innocenti (e purtroppo anche bambini) uccisi nei plessi scolastici americani.

 

Noi siamo la nuova generazione di americani. Se la vecchia generazione ha fallito è questo il momento in cui noi dobbiamo farci avanti. Facendo di questo il nostro problema e trovando noi una soluzione.

  • E’ da questa sparatoria che nasce il primo focolare di rivolta allo status quo. Un gruppo ristretto dei sopravvissuti alla strage, nemmeno una settimana dopo che essa è accaduta, decide che le cose devono cambiare. Stavolta non si può solo pregare e pensare alle famiglie coinvolte per una settimana e poi aggiungere la lista dei morti alla lunghissima lista di morti da sparatorie negli Stati Uniti. 
  • I primi ragazzi coinvolti e attualmente i più visibili sono: Camoron Kasky, Emma Gonzales, David Hogg, Alex Wind, Sarah Chadwick, Jaclyn Corin, Sofie Whitney. 

neveragain

Subito dopo la sparatoria questi giovani hanno iniziato a parlare, twittare, farsi sentire. Non più ragazzi, ma sopravvissuti, attivisti e giornalisti. Un percorso che ha visto il primo grande passaggio dallo spazio virtuale di internet alla “piazza” reale, con la grande Marcia per le nostre vite (March for our lives) lo scorso 24 marzo scorso a Washington DC e in altre 800 città in tutto il paese.

“Ascoltate. La nostra missione è semplice e la nostra ambizione imbattibile. Teniamo le armi lontano dalle persone sbagliate e teniamole nelle mani delle persone sane e ragionevoli. Potete quindi aiutarci o stare dalla parte della storia che mette prima le armi delle vite degli altri .”

Se il primo obiettivo di questi ragazzi era farsi vedere, ascoltare e rendersi credibili, adesso e fino al 6 novembre  i più importanti obiettivi dei ragazzi sono scritti nel Manifesto di Parkland: 

  1. Controllo universale del passato di ogni singola persona che acquista armi da fuoco – Universal, comprehensive background checks
  2. Creazione di un database digitale dell’ATF (Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms, and Explosives), un’agenzia del governo degli Stati Uniti d’America, preposta a indagare sui reati federali relativi all’uso, alla fabbricazione e al possesso di armi da fuoco ed esplosivi; che regola inoltre la concessione di licenze la vendita, il possesso e il trasporto di armi da fuoco, munizioni ed esplosivi nel commercio intestatale.
  3. Finanziare il Centro per  la prevenzione e il controllo delle malattie (detto CDC) per trattare il problema della violenza da armi da fuoco come una vera e propria epidemia.
  4. Messa al bando dei caricatori ad alta capacità e dei fucili d’assalto semi automatici 

Con Road to Change l’obiettivo principale è invece quello di portare più giovani possibili a votare e escludere tutti i rappresentanti pagati dalla grande lobby delle armi americana, l’NRA! Di questo parleremo più approfonditamente nel prossimo post! 

Stay tuned!

 

 

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Un anno d’America: e ancora tanto da fare

Un anno fa ero sul balcone di casa con la mia migliore amica in mezzo alla notte. Guardavo Firenze addormentata. Via Bovio nel silenzio. Il bar di sempre, il forno, la macelleria con le serrande abbassate.

Un anno fa pensavo a questo momento. Pensavo a un anno dopo. Cosa sarebbe successo a me, alla mia migliore amica, alla mia famiglia. Ma in special modo alla mia vita.

La paura più grande era che Firenze sarebbe cambiata. La mia migliore amica e con lei gli affetti più cari avrebbero fatto lo stesso. Non avrebbero aspettato il mio ritorno, sarebbero andati avanti senza di me e non avrei potuto mai recuperare il tempo perduto.

“Certo che sarà tutto diverso”, mi ha confermato ad alta voce la mia amica. Lei che di lì a poco avrebbe pianto per entrambe. Mentre io avrei sdrammatizzato…sorridendo e facendo battute stupide, pur di non vederla piangere.

Perché in fondo, anche se sapevo che non l’avrei vista per almeno sei mesi o forse più, ero io quella con la consapevolezza di partire per il viaggio della mia vita. Per un’avventura emozionante. Lei quella che rimaneva nei luoghi di sempre in compagnia della mia assenza.

La paura del cambiamento ce l’avevamo entrambe. E io credo di avercela ancora, in qualche modo.

Ma se guardo indietro di 365 giorni vedo solamente un passo che andava fatto. Vedo una scommessa vinta con la mia vita e il mio carattere. Una sfida che mi ha dato gioie immense e dolori forti e mi ha posto davanti a tutti i limiti del mio carattere.

Potrei dire che è un’avventura che mi ha reso migliore e cambiato. Ma queste sono affermazioni che vanno fatte quando si mette il punto a qualcosa, e io ancora questa storia non l’ho finita di scrivere.

C’è ancora da fare, da scoprire. Persone da incontrare e tanta America da esplorare.

Posso però guardarmi indietro e pensare a gli sbagli e ai traguardi. Senza giudicarmi troppo: se non ho scritto quanto dovevo,  ho speso molto più del dovuto e fatto scelte che avrei decisamente non dovuto fare. Perché ormai quello che è fatto è fatto, diceva qualcuno.

Su quella finestra della mia camera adolescenziale ho detto addio a una parte di me, della mia famiglia e dei miei amici, per la persona che sono un anno dopo. Troppo presto per dire se migliore o peggiore, ma senza dubbio la migliore che posso essere adesso.

Tirando le somme. Di questi 365 giorni americani mi rimane tanto – ma tra il tanto – questo un pò più:

  • La pubblicazione sul Corriere della Sera online della storia di un ragazzo che ogni giorno mi dà ispirazione e mi stupisce sempre di più. La potete leggere qui.
  • La gentilezza di tanti giornalisti italiani. Professionisti che in mezzo al loro lavoro quotidiano hanno sempre trovato il modo di aiutarmi. Rispondendo prontamente a email. Aiutandomi a pubblicare lavori su giornali italiani. E allo stesso tempo mi hanno ispirato, incoraggiato, spinto e fatto sentire una di loro.
  • Due settimane di tennis mondiale a fianco di una squadra di amici e giornalisti matti da legare e indimenticabili.
  • La gentilezza, la solidarietà e allo stesso tempo l’egoismo e cattiveria degli americani. Così simili ma anche tanto diversi da noi italiani.
  • L’ignoranza e l’arroganza di tanti italiani in America. Che mi hanno insegnato che sei un italiano stronzo, rimani un italiano stronzo anche in un altro continente.
  • L’emozione di sentirsi a casa anche a milioni di chilometri da essa.
  • La bellezza di vedere ogni giorno coppie interrazziali, con tagli di occhi diversi e lingue diverse, ma con alla base lo stesso l’amore; a  cui non importa niente di di colore è la tua pelle.
  • Lo stupore di non vedere (praticamente) mai un bambino in un passeggino che abbia lo stesso colore della pelle della persona che lo spinge.
  • Un trasloco americano in pieno luglio: con annesso trasporto di una base per il letto per cinque piani di scale.
  • L’aver trovato persone che sono diventate amici veri. Di quelli che se finisci all’ospedale sei contento se ti vengono a salutare.
  • Poter lavorare al fianco di giornalisti e amici come Luca, che da un “Luca? Ciao. Sono una tua fan su Facebook”, ti hanno permesso di lavorare con loro a progetti come questo qui, e anche questo.
  • L’amore e l’affetto enorme che mi arriva ogni dall’altro capo del mondo. Tramite una parola, un gesto, un pensiero, un messaggio, un rimprovero.

Sono la persona giusta…

Se state cercando una giornalista pubblicista con esperienza sia nel giornalismo online che in quello cartaceo.
Se avete bisogno "di una penna" motivata, intraprendente e piena di idee da mettere su carta o schermo.

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