On

I liceali americani tornano a scuola | Tra guardie armate, metal detector e recinzioni

Durante il Road to Change, il tour estivo dei ragazzi di March For Our Lives (di cui scrivo qui), ho parlato con uno degli studenti fondatori Matt Deitsch, che mi ha raccontato come la sua sorella minore, ormai da settimane nel mezzo della notte, lo svegli per essere consolata non riuscendo a dormire per la paura di tornare nella sua scuola, la Stoneman Douglas di Parkland (Florida), dove quattro delle sue migliori amiche sono morte lo scorso febbraio in una delle sparatorie di massa americane più letali della storia 

matt

Oggi, 15 agosto, lei e milioni di altri studenti americani torneranno nei loro campus in tutto il paese. Ma per molti le scuole che troveranno non saranno le stesse che hanno lasciato.

Come cambia la scuola della strage di Parkland

In primis ovviamente proprio la scuola della sorella di Matt, la Stoneman Douglas, dove gli studenti troveranno:

  1. tre poliziotti armati,
  2. recinzioni lungo il perimetro delle classi del campus, 
  3. entrate con metal detector, 
  4. più telecamere lungo i corridoi,  
  5. serrature delle classi che si chiudono automaticamente dall’interno ,
  6. badge personale per ogni studente, 
  7. più cartelli con i motto della Florida (In God We Trust), mandatori per la legge dello stato 

In altre scuole invece, oltre ai metal detector, sono state installate anche telecamere con riconoscimento facciale.

Ma c’è di più. In una zona rurale del West Virginia – nelle scuole del distretto di Lee County – insegnanti e membri dello staff (che già avevano un permesso per possedere un’arma) potranno partecipare a corsi di aggiornamento per portare le stesse nei campus. E’ il primo distretto a permettere una cosa del genere nello Stato. 

Le misure messe in atto nell’ultimo periodo vogliono dare una sensazione di sicurezza maggiore ai ragazzi, ma sono davvero abbastanza? E’ davvero questa la direzione giusta? La zia di Jaime, una delle ragazze uccise a Parkland, ha espresso i suoi sentimenti con un post su Facebook.

Estremamente rappresentativo del pensiero del movimento anti-armi che sta spingendo per riforme concrete per evitare un’altra strage di massa in una scuola americana. 

Six Months since Parkland, a New School Year Begins…Six months ago today, my niece Jaime Guttenberg, and 16 other…

Pubblicato da Abbie Guttenberg Youkilis su Lunedì 13 agosto 2018

Qui i punti salienti: 

“Siamo grati che sia stato fatto qualcosa per i nostri ragazzi. Che siano state messe in atto misure per rendere le scuole più sicure con più poliziotti e psicologi per la prevenzione.

scuole usa

“MA i nostri bambini non dovrebbero proprio essere costretti a essere perquisiti e comprare vestiti o caschi a prova di armi per permettere agli adulti di avere un accesso senza restrizioni alle armi.

Abbiamo bisogno di una strategia complessiva che includa la sicurezza delle nostre scuole, un migliore piano di salute mentale e leggi sensate in materia di controllo delle armi.”

“Sembra che ormai l’installazione di metal detectors è diventata una obbligatoria, vista la nostra inabilità di bilanciare la sicurezza pubblica e un’interpretazione assurda del Secondo Emendamento. E quindi il sacrosanto diritto dei nostri bambini di crescere felici viene sacrificato perché la nostra generazione li ha falliti.

E quindi il sacrosanto diritto dei nostri bambini di crescere felici viene sacrificato perché la nostra generazione li ha falliti. 

Sono triste che i nostri ragazzi inizieranno la loro giornata sotto una nuvola di sospetto e paura mentre tireranno fuori le loro cose dalle tasche e si toglieranno le scarpe. 

metal-detectors-large-1000x500

Sono ancora più triste che debbano pensare alle armi ogni giorno, quando entrano a scuola e quando devono fare le esercitazioni per una sparatoria in atto. 

Ma soprattutto credo che mettere dei metal detectors all’entrata della scuola è come coprire una ferita da proiettile con un cerotto. Non risolverà, probabilmente, il problema.” 

On

Una generazione in marcia | Contro l’NRA

Come due squadre di calcio che aspettano il fischio di inizio e si squadrano a vicenda – il 6 agosto a Fairfax, nello stato della Virginia alle porte di Washington D.C. – i sostenitori della National Rifle Association (la potente lobby delle armi americane) e i sostenitori dei movimenti per leggi più restrittive in temi di acquisto e vendita delle armi (against gun violence) – si sono ritrovati gli uni davanti agli altri separati solo da una decina di agenti della polizia di stato, davanti alla sede ufficiale dell’NRA, in Waples Mill Road.

[Pillole da Firefax – la risposta della lobby delle armi sui social]Ma l'NRA come ha risposto alle proteste davanti…

Pubblicato da Road to change – Un crowdfunding giornalistico su Giovedì 9 agosto 2018
Momenti prima dell’inizio della manifestazione


La manifestazione, chiamata March on the NRA (Marcia contro l’NRA), è stata organizzata dai ragazzi (solo uno ha più di 24 anni) del movimento National Organization for Change, (Movimento nazionale per il cambiamento).

Un gruppo nato sulla scia di quello creato dai sopravvissuti della sparatoria di Parkland (Florida)  March for our Lives (In Marcia per le nostre vite) e autori di quella grande marcia su Washington DC a cui hanno partecipato milioni di persone e dal cui palco una generazione ha urlato in diretta mondiale richieste ben precise:

  • Basta morire nelle scuole perché uno studente prende in mano un’arma e inizia a sparare ai compagni.
  • Basta a nessun controllo (della fedina penale e della salute mentale) su chi acquista le armi.
  • Basta con l’accesso facilitato ai fucili d’assalto.
  • Basta votare senatori e rappresentanti del Congresso che prendono fondi dall’NRA.
Un recapito della manifestazione di D.C del Washington Post 

Girasoli e Fucili 

Dalla parte del movimento contro le armi donne, uomini e ragazzi di ogni età con abiti colorati e girasoli a simboleggiare le persone ammazzate con pistole e fucili. 

MARCHOURLIFE

Dall’altra parte della “barricata” invece, in numero inferiore ma non meno agguerrito, uomini di mezza età e oltre, con qualche fucile, molti cartelli dai colori patriottici (rosso, bianco e blu), bandiere di Trump-Pence e megafoni per far arrivare il messaggio forte e chiaro dall’altra parte della strada. 

nra

Sopra entrambi un sole che brucia le spalle e infiamma ancora di più degli animi già bollenti. Sì, perché l’argomento è uno dei più delicati di sempre negli Stati Uniti.

Un argomento che si dice irrisolvibile poiché troppo radicato nella cultura americana, nei valori fondanti del paese stesso.

“Il secondo emendamento non si tocca”; “E’ un nostro diritto fondamentale poter avere le armi e usarle. Se mi tocchi questo diritto è come se mi togliessi anche quello di parola”; “Se prima o poi qualcuno arriverà a casa tua per prendersela e mandarti via, come ti difenderai? Io avrò la mia arma e tu?”; “Il problema non sono le armi, sono le persone che usano le armi”.

Questi sono solo alcuni degli slogan dei gruppi pro-armi negli Stati Uniti che ho sentito ripetere in questa giornata. Argomenti da cui non sono disposti a muoversi di un millimetro.

L’unico argomento che raggiunge il centro della terra di nessuno di Fairfax e in qualche modo riesce a far trovare un punto d’incontro tra le due parti è un background check universale più restrittivo: ovvero il controllo massiccio prima di poter acquistare le armi. Su quello – magari – si può discutere.

Perché in fondo una persona che compra un’arma (o entra in possesso di una) e spara sulla folla in una scuola elementare, ad un concerto, in un cinema o un centro commerciale, fa male ad ogni singolo onesto cittadino che possiede le sue armi per andare a sparare la domenica al poligono.

Su un cartello tra i tanti si legge: “le persone oneste con le armi sono con voi e vi sostengono”.

E’ sabato e l’ufficio dell’NRA è chiuso, i suoi impiegati sono a casa e solo il museo sulle armi è aperto. Un museo che ospita 15 gallerie, 85 mostre, più di 3000 armi da fuoco e racconta “700 anni di storia delle armi, della libertà e dell’esperienza americana”, si legge nella bio sul sito ufficiale, “le armi raccontano storie di come sono state usate per assicurare sicurezza e nutrimento ai primi coloni arrivati, come abbiano donato libertà e indipendenza e da sempre aiutino a preservare queste libertà”.

Tra la folla c’è la voglia di parlare, di sconfiggere il caldo che viene dall’asfalto con un sit-in, magari poco organizzato – la stampa si pesta i piedi a vicenda, i manifestanti si mettono sulla traiettoria delle telecamere, si inizia in ritardo  – ma non meno duro nei toni e nei racconti di coloro che intervengono a parlare.

Un fiocco per Jaime 

“A inizio 2018 ho perso mio fratello per un cancro diagnosticatogli dopo aver prestato servizio l’11 settembre 2001  – ha iniziato Fred Guttenberg, un uomo di mezza età vestito d’arancione  – “e pensavo che quella fosse l’ultima tragedia nazionale che avrebbe colpito la mia famiglia. Mi sbagliavo. Perché il 14 febbraio, il giorno di San Valentino, una giornata che è iniziata come tutte le altre in casa mia: ovvero con il caos più totale – con i ragazzi in ritardo per scuola e io e mia moglie in ritardo per andare a lavoro – è finita con il ritorno a casa di uno dei miei figli.

Un estratto del discorso di Fred Guttenberg al rally 

Mia figlia è morta inseguita da una persona con un fucile AR-15 a cui è bastato un solo colpo per ucciderla centrandola alla spina dorsale”.

La figlia di Fred si chiamava Jaime Guttenberg e aveva 14 anni quando è morta. Avrebbe fatto 15 anni lo scorso 13 luglio. Una ragazzina come le altre che amava ballare. Oggi di lei, oltre il ricordo del padre, degli amici e della famiglia, rimane l’associazione che hanno creato in sua memoria: “Un fiocco arancione per Jaime”, nata per sostenere cause care alla famiglia come la danza, il bullismo e ovviamente riforme in tema di armi.

parkland shooting

“Io vivo a Parkland. In uno di quei quartieri dove ci avevano detto che una cosa del genere non sarebbe mai potuta succedere. Credetemi non è vero. Mi dicono che con il tempo le cose andranno meglio. Soffrirò meno. Non è vero. Ogni giorno è dolore e sofferenza. Per questo motivo sono qui oggi e per questo motivo non mi fermerò.”

Queste sono solo alcune delle parole che Fred ha deciso di condividere con la stampa e i manifestanti sulla sua famiglia. Ma è stato lo stesso Frank ha mandare un messaggio forte contro l’NRA, mentre alcuni dei suoi sostenitori in sottofondo lo chiamavano moron, stupido.


“Io credo nel secondo emendamento. Ma non nella rappresentazione sbagliata che la NRA ci vuole vendere. Ed è proprio questa lettura sbagliata che ha ucciso mia figlia e ha permesso di far circolare più armi. Nel 2003 quando mia figlia è nata l’azienda Smith and Wesson non ha fabbricato nemmeno un fucile d’assalto per uso personale, quest’anno ne hanno prodotti più di 5100. Ed è solo un’azienda.

Io credo che quando si mettono così tanti fucili d’assalto nelle nostre strade c’è solo un risultato: delle persone muoiono. Anche la lobby lo sa. Anche i sostenitori al Congresso e al Senato dell’NRA lo sanno.

Mia figlia e le altre vittime avevano il diritto di credere nel secondo emendamento, di sostenerlo, ma i loro diritti sono finiti. Perché sono morti. 

Io vorrei dire a coloro che sono qui e hanno un fucile con loro: se siete un possessore di armi che segue le regole – anche se odio il fatto che tu dobbiate venire qui armi che hanno ucciso le persone a noi care – io supporto il vostro diritto di farlo. Ma lasciatemi dire che sono necessarie delle limitazioni e delle regole. L’idea che possiate venire qui a minacciarci e mettere le nostre vite in pericolo senza che nessuno possa dire nulla, è assurdo e sbagliato.

Per questo ci stiamo battendo e (alle prossime elezioni ndr), manderemo a casa i rappresentanti che permettono delle cose del genere di succedere”. 

March for Our Lives Protest Against NRA in Virginia

We're in Fairfax, Virginia where a "March for Our Lives" rally is taking place in front of the NRA with students and family members from Marjory Stoneman Douglas High School in attendance. https://abcn.ws/2LW5BaP

Pubblicato da ABC News Live su Sabato 4 agosto 2018
Un video riassuntivo firmato ABC dei più importanti interventi della giornata!

In ricordo di Guac 

Fred non è l’unico padre nella folla ad aver perso un figlio però. Tra la folla è presente anche Manuel Oliver, che nella sparatoria di Parkland ha perso il figlio diciassettenne Joaquin – detto Guac – che avrebbe compiuto 18 anni proprio il giorno della marcia. 

Oliver non parla tanto come Fred. Ha deciso di lasciare parlare la sua arte, con dei lenzuoli bianchi con impresso il volto del figlio a diverse età e  colorando un muro con 18 candeline per il figlio,  che non potrà mai spegnere.

“Mi chiedono come io faccia ad essere forte in questo momento. La risposta siete voi, le persone che sono qui oggi. Io non mi fermerò, continuerò a parlare per proteggere i ragazzi che ancora oggi sono vivi, anche quelli dei sostenitori dell’NRA. Perché hanno il diritto di rimanere vivi.”

La creazione di un “muro di richieste”, wall of demands, è diventato un vero e proprio simbolo della lotta di Oliver, un modo per esprimere al meglio la sua rabbia e le sue richieste dopo il suo lutto. Ne ha disegnato uno a Parkland, Chicago, Los Angeles, Springfield (MA) e Orlando.

Come Fiocchi arancioni per Jaimie anche “Guac” ha una associazione a suo nome, che si chiama Change the Ref. Un’associazione per futuri leader che vuole donare ai più giovani strumenti per diventare cittadini informati e attivi. 

guac

E mentre i padri ricordano i figli, è bene ricordare che sono stati i figli ad organizzare la manifestazione. Sono stati loro che ci hanno messo la faccia per primi e dire basta, never again.  La maggior parte degli speaker che cantano, parlano e urlano durante la giornata non hanno più di 18 anni. Ma hanno senza dubbio una voglia di combattere che va ben oltre l’età anagrafica.

A prendere la parola sono state per la maggior parte ragazze. Da un background culturale diverso – una ragazza era musulmana, una ispanica e una ragazza di colore – ma tutte ferite in qualche modo dalle armi da fuoco e decise a far sentire la propria voce. 

NRA rally

In special modo la voce delle minoranze e di quelle fasce della società che combattono con la violenza da armi dal fuoco ogni giorno da molto prima della strage di Parkland e le precedenti. 

Perché dobbiamo pregare i nostri rappresentanti che si prendono cura di noi? 
Si chiede una delle speaker della giornata!

Padri, figli, madri e sorelle. A Fairfax sono stata testimone di una protesta fatta di toni forti, di emozioni urlate e diritti che non vogliono essere persi. Ho visto la faccia dell’America che non riesce a stare zitta, da nessuna parte della barricata. 

Ma questa marcia – e il tour di Road to Change – che sta volgendo al termine, è in verità solo l’inizio di un cambiamento che non si fermerà e non si vuole fermare fino al 6 novembre, giorno delle elezioni di metà mandato. Il momento in cui i ragazzi hanno promesso:  voteremo fuori tutti quelli che  prendono i soldi dell’NRA e che hanno sulle loro mani il nostro sangue.  



Fare del buon giornalismo è bellissimo. E’ una passione, un onore e un privilegio. Ma fare giornalismo, soprattutto all’estero è anche una spesa. Se non fossi andata sul posto a vedere con i miei occhi i suoni, gli odori e le facce delle persone che erano presenti a questo rally sabato 6 agosto non sarei probabilmente riuscita a farlo così pieno e vero.  Ma in ogni caso, che sia un articolo con una ricerca di immagini, video e foto fatto al computer o dal vero, un giornalista andrebbe, secondo la mia modesta opinione, ringraziato e sostenuto per averci da guida in un fatto di cronaca o una situazione. Se vi è quindi piaciuto questo pezzo, vorreste saperne di più e mi volete dare una mano a raccontarvi altre storie su questa generazione in cammino, potete farlo qui: https://www.produzionidalbasso.com/project/road-to-change-un-inchiesta-giornalistica-sulla-generazione-che-vuole-cambiare-l-america/

On

La storia dietro ‘Road to change: un crowdfounding giornalistico!’

Ci sono milioni di storie che potremmo raccontare dagli Stati Uniti. Storie di sofferenze, di lusso, di speranza, di lavoro, di amore.

Una delle mie prime visite al  Consolato italiano a New York ho incontro Giovanna Pancheri, la corrispondente di SkyTg 24 che sostituiva Liliana Faccioli Pintozzi, appena trasferita a Londra.

Mi sono presentata timidamente e le ho detto che lei, come Liliana, era per una fonte di ispirazione. Perché era una donna. Ma anche una giornalista. Perché i suoi servizi non erano mai scontati e in ognuno di essi si poteva vedere la sua grande passione per il giornalismo.

Avremo parlato sì e no due minuti, mi ha dato l’impressione di essere una persona molto timida, ma la frase che mi ha detto mi è rimasta impressa nella memoria: “Ci sono così tante storie da raccontare in questo paese. Trovane una e seguila con tutte le forze. In bocca al lupo”. Ok, magari non erano queste esatte parole – soprattutto la seconda parte – ma il messaggio era proprio questo: ci sono milioni di storie da raccontare, trovale!

Per tanto tempo ho pensato che sarebbe stato impossibile, da freelance, trovare storie originali e interessanti da raccontare. Per tanto tempo non ne ho trovate.

march

Poi c’è stato il 14 febbraio. In Florida c’è stata un’altra sparatoria di massa in una scuola, sono morte 17 persone e sembrava che la solita scaletta post sparatoria di massa dovessi ripetersi come ogni volta:

  • prima arrivano i media,
  • vediamo le immagini dei ragazzi che a mani alzate escono dalla scuola e  i genitori  che piangono aspettandoli,
  • poi i commentatori politici dei principali programmi nazionali organizzano panel a tutte le ore del giorno per discutere dell’accesso alle armi e del problema della salute mentale,
  • l’NRA dirama un comunicato dicendo che non è colpa delle armi da fuoco ma delle persone,
  • il presidente degli Stati Uniti invia le sue preghiere e le condoglianze alle famiglie

Il tutto si conclude con  i morti, l’omicida e i genitori che vengono lentamente dimenticati e messi insieme a tutti gli altri genitori, morti e assassini che li hanno preceduti.

Invece stavolta le cose sono andate molto diversamente. I sopravvissuti hanno combattuto per far sì che la scaletta non si ripetesse. Nemmeno dopo una settimana dalla tragedia un ristretto gruppo di studenti si è ritrovato e ha fondato il movimento #NeverAgain. Hanno marciato su Washington il marzo successivo, smettendo di  essere sopravvissuti e diventando attivisti.

E così, in un attimo, ecco che avevo trovato la mia storia.  Una bellissima e complicata storia.

Ho iniziato a seguire il movimento sui social, cercando di capire chi sono e cosa vogliono questi giovani. Ho partecipato alla marcia del 24 marzo a New York.

A partire dal 4 agosto e fino al 6 novembre ho deciso che li voglio vedere dal vivo, in azione e li seguirò sull’east coast nell’ultimo pezzo del loro tour nazionale, “Road to change”. Per fare questo ho deciso di iniziare un crowdfunding giornalistico, per sostenere le spese di viaggio e di alloggio.

Potete scoprire tutto su questo progetto sul sito Produzioni da Basso qui.

roadtochange

Non so se qualcuno mi aiuterà in questo reportage, se qualcuno, soprattutto uno sconosciuto,  sarà disposto a spendere q
ualche euro per un prodotto giornalistico, ma io lo spero. Perché per me, come tanti miei coetanei, fare giornalismo non è un lavoro, ma è una passione, una necessità. 

E fare giornalismo in questo preciso momento storico è più difficile che mai, con contratti solo per pochi eletti, riviste che chiudono e lettori interessati molto di più a video di cani e gatti rispetto a quelli dedicati a  tematiche più pesanti, proprio come l’uso delle  armi negli Stati Uniti.

Come ho detto non so se riceverò degli aiuti sostanziali, oltre a quelli già ricevuti, ma se non ci avessi provato me ne sarei pentita.

Quindi anche tu, lettore, se ti piace cosa dico e  come lo dico, se hai voglia di scoprire di più di questo pazzo paese e di ragazzi coraggiosi che stanno cercando di cambiare la sua faccia un voto alla volta, vieni con me sulla strada del cambiamento anche con un contributo minimo qui. 

Se invece non sei disposto a farlo, non c’è problema, ma  vieni lo stesso con me in questo viaggio americano e fatti inspirare dalla forza di questa nuova generazione!

neveragain

 

 

 

On

Mi è sembrato di vedere un BLOG | Vendere se stessi

Il mio sito è nato: siamo online!

La parte difficile (che non ho fatto solo io, ma Mirco) è conclusa. Vero?

Ora è tutto in discesa. Tutti visiteranno il mio sito e via…sono certa che il New York Times mi chiamerà e mi assumerà. Giusto? 

Sarebbe bello. Ma purtroppo non è così che funziona. Me lo ha insegnato la mia blogger preferita Valina, che su Valinapost.it quotidianamente si impegna a creare a contenuti di qualità, scattare immagini creative, trovare le idee giuste e “vendere” se stessa.

Continue reading “Mi è sembrato di vedere un BLOG | Vendere se stessi”

Sono la persona giusta…

Se state cercando una giornalista pubblicista con esperienza sia nel giornalismo online che in quello cartaceo.
Se avete bisogno "di una penna" motivata, intraprendente e piena di idee da mettere su carta o schermo.

Dal Blog
Come contattarmi
Per feedback, domande e anche solo salutarmi potete mandarmi una mail a magnanellieleonora@gmail.com
Oppure scrivermi tramite il form che trovate nei Contatti
Social