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Morire a scuola | La storia della famiglia Oliver 1/2

Una foto della famiglia Oliver

La prima volta che ho visto Manuel Oliver e ascoltato la sua storia è stato durante la mia trasferta nello Stato del Connecticut, in una appiccicosa giornata estiva, per l’ultima fermata del tour estivo dei giovani del movimento Save Our Lives, intitolato Road to Change.

Manuel è un “uomone” alto dalla faccia buona e un sorriso affabile. Vestito sempre con t-shirt and pantaloni larghi da subito l’impressione di un uomo per bene, disponibile e gentile.

Quando mi avvicino a lui a fine giornata ha l’aria stanca di una persona che vuole solo andare in albergo a rinfrescarsi e una piccola fila di ragazzi he ci vogliono parlare prima di me. Eppure alla mia richiesta di una parola, Manuel non ha fatto una piega.

Mi ha sfoderato un grande sorriso, ascoltando con gentilezza la mia proposta per un’intervista e accettando di buon grado di vederci due giorni dopo a New York City, dove avrebbe alloggiato per altri giorni di interviste televisive.

Manuel Oliver

Sinceramente era più di quanto sperassi di ottenere. I ragazzi del movimento che avevano organizzato il tour infatti non erano mai stati troppo aperti a concedere interviste. Specialmente a giornalisti che avevano come pubblico di riferimento un pubblico straniero.

Li ho visti rifiutare interviste con la Rai per esempio, non essendo quello il target dove volevano arrivare, in un modo anche particolarmente ignorante.

Ma da subito ho notato che Manuel è diverso. Lui non fa distinzione tra interlocutori, gli basta raccontare la sua storia.

Per quanto atroce e dolorosa, parlarne per lui vuol dire far rivivere ancora suo figlio Joaquin. Il motivo per cui si trova in Connecticut. Il motivo per cui ha lasciato la Florida, il lavoro, un’altra figlia e si era messo on the road.

LA FAMIGLIA OLIVER

Due giorni dopo, io Manuel e la moglie Patricia siamo a Manhattan, nella hall del loro albergo tra la sesta e Broadway.

In ritardo per un’altra intervista che si era prolungata, hanno l’aria stanca di chi ha dormito appena. Con un aereo che li aspetta la sera stessa per portarli nuovamente in Florida.

Gli Oliver sono il ritratto di due genitori giovanili, innamorati pazzi l’uno dell’altro così come dei loro figl con i quali si sono lasciati alle spalle il Venezuela, uno dei paesi considerato dal governo americano, ad oggi, come uno dei più pericolosi al mondo.

2012, 2018

Arrivati più di quindici anni fa, Manuel, Patricia, Andrea e Joaquin, hanno scelto di vivere a Parkland in Florida, dove la comunità ispanica è molto radicata. Uno stato dove il sole splende per la gran parte dell’anno, ed è scelta come meta di pensionamento da tantissimi americani.  

La vita degli Oliver scorre tranquilla. Manuel lavora come grafico e consulente per grandi brand americani. Patricia si dedica ai ragazzi.

Arriva il 2012, l’anno in cui la figlia maggio si diploma con la sua classe alla Marjory Stoneman Douglas, una scuola tra le migliori della zona che predilige materie come l’educazione civica, il giornalismo e i dibattiti per formare dei giovani informati e attivi nella comunità.

Tra la folla di genitori e familiari che partecipano alla cerimonia ci sono tutti e tre, Manuel, Patricia e Joaquin, emozionati e felici. Testimoni di un passo importante per una famiglia che ha scommesso su una nuova vita negli Stati Uniti.

Sei anni dopo. Primavera 2018. Nello stesso auditorium, con le stesse sedie e gli stessi colori, ci si prepara ad un altra cerimonia di diploma. A lasciare il liceo stavolta è la classe del loro figlio più piccolo, Joaquin, chiamato da tutti affettuosamente Guac.

Ma Joaquin su quel palco non ci è mai salito.

Al suo posto è salita mamma Patricia – senza toga o capello, senza vestito elegante o tacchi – ma con indosso una maglietta con su scritto solamente:

“Questo dovrebbe essere mio figlio”. 

Patricia Oliver alla cerimonia di diploma del figlio Joaquin.

JOAQUIN | UN LICEALE COME TANTI

Joaquin è infatti morto il giorno di San Valentino a soli diciassette anni per mano di un altro studente, Nikolas Cruz, che il 14 febbraio è entrato nel suo liceo con un fucile d’assalto AR-15 con il solo scopo di uccidere più persone possibili. Portando a compimento la sua missione e massacrando diciassette persone tra compagni e insegnanti. 

Mi chiamo Nik e diventerò famoso come lo school shooter del 2018. Vedrete le news stasera e saprete tutti chi sono. Il mio obiettivo è uccidere almeno 20 persone. Camminerò nei corridoi con il mio fucile e tutti fuggiranno alla mia vista.
Mi sono stancato di essere considerato un perdente. La mia vita ormai non ha più senso.

Manuel e Patricia non amano parlare di quel giorno. Come se lo avessero chiuso in un cassetto della mente che non va aperto.

C’è poco da dire su quella mattina. Ho accompagnato mio figlio a scuola”, racconta Manuel, “e prima che scendesse dalla macchina ci siamo detti che ci volevamo bene, come sempre quando ci salutavamo. Poi sono andato a lavoro e aspettavo di risentirlo a metà giornata, come di consueto. Ho aspettato la sua chiamata, ma non è mai arrivata.”

Dopo la notizia della sparatoria al liceo del figlio, i coniugi Oliver non hanno saputo niente sulle sorti di Guac per tutto il resto del giorno e della notte successiva. “Abbiamo saputo che era ufficialmente morto solo il giorno dopo alle prime luci della mattina. Da lì è stato come se il sole non fosse mai sorto“.

Ho portato i miei figli e mia moglie negli Stati Uniti in cerca di un paese dove potessero avere una vita felice e sicura. Ma poi ho visto morire mio figlio in uno dei luoghi considerati tra i più sicuri: la sua scuola. 

Cosa vuol dire vedere morire il proprio figlio adolescente a scuola dopo che lo hai portato via da un paese con il più alto tasso di criminalità nel mondo? Sono sensazioni che solo gli Oliver possono descrivere a parole, se solo le trovassero. 

Joaquin era un ragazzo favoloso. Molto affettuoso a casa e attivo nella comunità”, racconta Patricia che porta al collo un medaglione dorato con una sua foto, “un ragazzo intelligente con un futuro radioso davanti a sé”.

Una persona dolce, un amico sincero. Una persona onesta con un sorriso che ti entrava nel cuore“, mi dicono di lui le persone che lo hanno incrociato sulla propria strada, e testimoniato anche dalle tante foto e messaggi di ricordo ancora presenti sui suoi account social, attivi ancora oggi.

Joacquin andandosene sotto i colpi di un fucile d’assalto ha lasciato una sorella, una fidanzata, un paio di scarpe da ginnastica – che hanno però continuato a camminare con suo padre – e sopratuttto una vita fatta di sogni e speranze spezzate a metà.

Guac ha lasciato soprattuto un vuoto che i genitori stanno cerando di compensare con l‘attivismo e l’appoggio ai giovani sopravvissuti, i quali hanno deciso di combattere le stesse armi che si sono visti puntati in faccia o alla schiena.

Attivismo, sopravvivenza, voglia di giustizia e voglia di non dimenticare il viso tanto amato del figlio sono alla base del progetto Change the Ref, cambiamo l’arbitro. 

Ne parlo nel prossimo articolo dedicato a questa famiglia di persone straordinarie che ho avuto la fortuna di conoscere nel mio cammino americano.



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Una generazione in marcia | Contro l’NRA

Come due squadre di calcio che aspettano il fischio di inizio e si squadrano a vicenda – il 6 agosto a Fairfax, nello stato della Virginia alle porte di Washington D.C. – i sostenitori della National Rifle Association (la potente lobby delle armi americane) e i sostenitori dei movimenti per leggi più restrittive in temi di acquisto e vendita delle armi (against gun violence) – si sono ritrovati gli uni davanti agli altri separati solo da una decina di agenti della polizia di stato, davanti alla sede ufficiale dell’NRA, in Waples Mill Road.

[Pillole da Firefax – la risposta della lobby delle armi sui social]Ma l'NRA come ha risposto alle proteste davanti…

Pubblicato da Road to change – Un crowdfunding giornalistico su Giovedì 9 agosto 2018
Momenti prima dell’inizio della manifestazione


La manifestazione, chiamata March on the NRA (Marcia contro l’NRA), è stata organizzata dai ragazzi (solo uno ha più di 24 anni) del movimento National Organization for Change, (Movimento nazionale per il cambiamento).

Un gruppo nato sulla scia di quello creato dai sopravvissuti della sparatoria di Parkland (Florida)  March for our Lives (In Marcia per le nostre vite) e autori di quella grande marcia su Washington DC a cui hanno partecipato milioni di persone e dal cui palco una generazione ha urlato in diretta mondiale richieste ben precise:

  • Basta morire nelle scuole perché uno studente prende in mano un’arma e inizia a sparare ai compagni.
  • Basta a nessun controllo (della fedina penale e della salute mentale) su chi acquista le armi.
  • Basta con l’accesso facilitato ai fucili d’assalto.
  • Basta votare senatori e rappresentanti del Congresso che prendono fondi dall’NRA.
Un recapito della manifestazione di D.C del Washington Post 

Girasoli e Fucili 

Dalla parte del movimento contro le armi donne, uomini e ragazzi di ogni età con abiti colorati e girasoli a simboleggiare le persone ammazzate con pistole e fucili. 

MARCHOURLIFE

Dall’altra parte della “barricata” invece, in numero inferiore ma non meno agguerrito, uomini di mezza età e oltre, con qualche fucile, molti cartelli dai colori patriottici (rosso, bianco e blu), bandiere di Trump-Pence e megafoni per far arrivare il messaggio forte e chiaro dall’altra parte della strada. 

nra

Sopra entrambi un sole che brucia le spalle e infiamma ancora di più degli animi già bollenti. Sì, perché l’argomento è uno dei più delicati di sempre negli Stati Uniti.

Un argomento che si dice irrisolvibile poiché troppo radicato nella cultura americana, nei valori fondanti del paese stesso.

“Il secondo emendamento non si tocca”; “E’ un nostro diritto fondamentale poter avere le armi e usarle. Se mi tocchi questo diritto è come se mi togliessi anche quello di parola”; “Se prima o poi qualcuno arriverà a casa tua per prendersela e mandarti via, come ti difenderai? Io avrò la mia arma e tu?”; “Il problema non sono le armi, sono le persone che usano le armi”.

Questi sono solo alcuni degli slogan dei gruppi pro-armi negli Stati Uniti che ho sentito ripetere in questa giornata. Argomenti da cui non sono disposti a muoversi di un millimetro.

L’unico argomento che raggiunge il centro della terra di nessuno di Fairfax e in qualche modo riesce a far trovare un punto d’incontro tra le due parti è un background check universale più restrittivo: ovvero il controllo massiccio prima di poter acquistare le armi. Su quello – magari – si può discutere.

Perché in fondo una persona che compra un’arma (o entra in possesso di una) e spara sulla folla in una scuola elementare, ad un concerto, in un cinema o un centro commerciale, fa male ad ogni singolo onesto cittadino che possiede le sue armi per andare a sparare la domenica al poligono.

Su un cartello tra i tanti si legge: “le persone oneste con le armi sono con voi e vi sostengono”.

E’ sabato e l’ufficio dell’NRA è chiuso, i suoi impiegati sono a casa e solo il museo sulle armi è aperto. Un museo che ospita 15 gallerie, 85 mostre, più di 3000 armi da fuoco e racconta “700 anni di storia delle armi, della libertà e dell’esperienza americana”, si legge nella bio sul sito ufficiale, “le armi raccontano storie di come sono state usate per assicurare sicurezza e nutrimento ai primi coloni arrivati, come abbiano donato libertà e indipendenza e da sempre aiutino a preservare queste libertà”.

Tra la folla c’è la voglia di parlare, di sconfiggere il caldo che viene dall’asfalto con un sit-in, magari poco organizzato – la stampa si pesta i piedi a vicenda, i manifestanti si mettono sulla traiettoria delle telecamere, si inizia in ritardo  – ma non meno duro nei toni e nei racconti di coloro che intervengono a parlare.

Un fiocco per Jaime 

“A inizio 2018 ho perso mio fratello per un cancro diagnosticatogli dopo aver prestato servizio l’11 settembre 2001  – ha iniziato Fred Guttenberg, un uomo di mezza età vestito d’arancione  – “e pensavo che quella fosse l’ultima tragedia nazionale che avrebbe colpito la mia famiglia. Mi sbagliavo. Perché il 14 febbraio, il giorno di San Valentino, una giornata che è iniziata come tutte le altre in casa mia: ovvero con il caos più totale – con i ragazzi in ritardo per scuola e io e mia moglie in ritardo per andare a lavoro – è finita con il ritorno a casa di uno dei miei figli.

Un estratto del discorso di Fred Guttenberg al rally 

Mia figlia è morta inseguita da una persona con un fucile AR-15 a cui è bastato un solo colpo per ucciderla centrandola alla spina dorsale”.

La figlia di Fred si chiamava Jaime Guttenberg e aveva 14 anni quando è morta. Avrebbe fatto 15 anni lo scorso 13 luglio. Una ragazzina come le altre che amava ballare. Oggi di lei, oltre il ricordo del padre, degli amici e della famiglia, rimane l’associazione che hanno creato in sua memoria: “Un fiocco arancione per Jaime”, nata per sostenere cause care alla famiglia come la danza, il bullismo e ovviamente riforme in tema di armi.

parkland shooting

“Io vivo a Parkland. In uno di quei quartieri dove ci avevano detto che una cosa del genere non sarebbe mai potuta succedere. Credetemi non è vero. Mi dicono che con il tempo le cose andranno meglio. Soffrirò meno. Non è vero. Ogni giorno è dolore e sofferenza. Per questo motivo sono qui oggi e per questo motivo non mi fermerò.”

Queste sono solo alcune delle parole che Fred ha deciso di condividere con la stampa e i manifestanti sulla sua famiglia. Ma è stato lo stesso Frank ha mandare un messaggio forte contro l’NRA, mentre alcuni dei suoi sostenitori in sottofondo lo chiamavano moron, stupido.


“Io credo nel secondo emendamento. Ma non nella rappresentazione sbagliata che la NRA ci vuole vendere. Ed è proprio questa lettura sbagliata che ha ucciso mia figlia e ha permesso di far circolare più armi. Nel 2003 quando mia figlia è nata l’azienda Smith and Wesson non ha fabbricato nemmeno un fucile d’assalto per uso personale, quest’anno ne hanno prodotti più di 5100. Ed è solo un’azienda.

Io credo che quando si mettono così tanti fucili d’assalto nelle nostre strade c’è solo un risultato: delle persone muoiono. Anche la lobby lo sa. Anche i sostenitori al Congresso e al Senato dell’NRA lo sanno.

Mia figlia e le altre vittime avevano il diritto di credere nel secondo emendamento, di sostenerlo, ma i loro diritti sono finiti. Perché sono morti. 

Io vorrei dire a coloro che sono qui e hanno un fucile con loro: se siete un possessore di armi che segue le regole – anche se odio il fatto che tu dobbiate venire qui armi che hanno ucciso le persone a noi care – io supporto il vostro diritto di farlo. Ma lasciatemi dire che sono necessarie delle limitazioni e delle regole. L’idea che possiate venire qui a minacciarci e mettere le nostre vite in pericolo senza che nessuno possa dire nulla, è assurdo e sbagliato.

Per questo ci stiamo battendo e (alle prossime elezioni ndr), manderemo a casa i rappresentanti che permettono delle cose del genere di succedere”. 

March for Our Lives Protest Against NRA in Virginia

We're in Fairfax, Virginia where a "March for Our Lives" rally is taking place in front of the NRA with students and family members from Marjory Stoneman Douglas High School in attendance. https://abcn.ws/2LW5BaP

Pubblicato da ABC News Live su Sabato 4 agosto 2018
Un video riassuntivo firmato ABC dei più importanti interventi della giornata!

In ricordo di Guac 

Fred non è l’unico padre nella folla ad aver perso un figlio però. Tra la folla è presente anche Manuel Oliver, che nella sparatoria di Parkland ha perso il figlio diciassettenne Joaquin – detto Guac – che avrebbe compiuto 18 anni proprio il giorno della marcia. 

Oliver non parla tanto come Fred. Ha deciso di lasciare parlare la sua arte, con dei lenzuoli bianchi con impresso il volto del figlio a diverse età e  colorando un muro con 18 candeline per il figlio,  che non potrà mai spegnere.

“Mi chiedono come io faccia ad essere forte in questo momento. La risposta siete voi, le persone che sono qui oggi. Io non mi fermerò, continuerò a parlare per proteggere i ragazzi che ancora oggi sono vivi, anche quelli dei sostenitori dell’NRA. Perché hanno il diritto di rimanere vivi.”

La creazione di un “muro di richieste”, wall of demands, è diventato un vero e proprio simbolo della lotta di Oliver, un modo per esprimere al meglio la sua rabbia e le sue richieste dopo il suo lutto. Ne ha disegnato uno a Parkland, Chicago, Los Angeles, Springfield (MA) e Orlando.

Come Fiocchi arancioni per Jaimie anche “Guac” ha una associazione a suo nome, che si chiama Change the Ref. Un’associazione per futuri leader che vuole donare ai più giovani strumenti per diventare cittadini informati e attivi. 

guac

E mentre i padri ricordano i figli, è bene ricordare che sono stati i figli ad organizzare la manifestazione. Sono stati loro che ci hanno messo la faccia per primi e dire basta, never again.  La maggior parte degli speaker che cantano, parlano e urlano durante la giornata non hanno più di 18 anni. Ma hanno senza dubbio una voglia di combattere che va ben oltre l’età anagrafica.

A prendere la parola sono state per la maggior parte ragazze. Da un background culturale diverso – una ragazza era musulmana, una ispanica e una ragazza di colore – ma tutte ferite in qualche modo dalle armi da fuoco e decise a far sentire la propria voce. 

NRA rally

In special modo la voce delle minoranze e di quelle fasce della società che combattono con la violenza da armi dal fuoco ogni giorno da molto prima della strage di Parkland e le precedenti. 

Perché dobbiamo pregare i nostri rappresentanti che si prendono cura di noi? 
Si chiede una delle speaker della giornata!

Padri, figli, madri e sorelle. A Fairfax sono stata testimone di una protesta fatta di toni forti, di emozioni urlate e diritti che non vogliono essere persi. Ho visto la faccia dell’America che non riesce a stare zitta, da nessuna parte della barricata. 

Ma questa marcia – e il tour di Road to Change – che sta volgendo al termine, è in verità solo l’inizio di un cambiamento che non si fermerà e non si vuole fermare fino al 6 novembre, giorno delle elezioni di metà mandato. Il momento in cui i ragazzi hanno promesso:  voteremo fuori tutti quelli che  prendono i soldi dell’NRA e che hanno sulle loro mani il nostro sangue.  



Fare del buon giornalismo è bellissimo. E’ una passione, un onore e un privilegio. Ma fare giornalismo, soprattutto all’estero è anche una spesa. Se non fossi andata sul posto a vedere con i miei occhi i suoni, gli odori e le facce delle persone che erano presenti a questo rally sabato 6 agosto non sarei probabilmente riuscita a farlo così pieno e vero.  Ma in ogni caso, che sia un articolo con una ricerca di immagini, video e foto fatto al computer o dal vero, un giornalista andrebbe, secondo la mia modesta opinione, ringraziato e sostenuto per averci da guida in un fatto di cronaca o una situazione. Se vi è quindi piaciuto questo pezzo, vorreste saperne di più e mi volete dare una mano a raccontarvi altre storie su questa generazione in cammino, potete farlo qui: https://www.produzionidalbasso.com/project/road-to-change-un-inchiesta-giornalistica-sulla-generazione-che-vuole-cambiare-l-america/

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