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Cartoline da Newtown|Yolanda Renee King

A Newtown, Connecticut, un’ora e mezza da New York, le previsioni del tempo mettevano pioggia a dirotto tutto il giorno.

L’ultima tappa del progetto Road to Change – un tour estivo in più di venti stati americani organizzato dai giovanissimi del movimento March for Our Lives –  è iniziata da qualche ora e sullo stretto palco si alternano ragazzi dalla Florida, da Sandy Hook, New York, Milwaukee e Chicago che hanno urlato a squarciagola la loro frustrazione e la loro rabbia.

“Ci sono troppi letti vuoti in questo paese”, dice Jaclyn, una delle organizzatrici del movimento con la voce spezzata e gli occhi lucidi.

C’è chi è presente perché ha perso il figlio e tiene alta la sua foto, chi canta una canzone per il fratellino di sei anni che non avrà più un futuro, chi ha perso amici e non riesce a sorridere.

Ognuno di loro ha una storia da raccontare e tutti ricevono un applauso, un grido di approvazione, un abbraccio vocale di solidarietà.

Vedere chiaramente cosa accadde sul palco non è semplice, a causa della calca di persone che assistono al rally, insieme alla polizia, necessaria per questioni di sicurezza – molti dei ragazzi del movimento infatti sono spesso stati minacciati. 

Quasi alla fine dell’evento, quando il caldo appiccicoso di una giornata estiva non dà tregua e i ragazzini più giovani vogliono mettersi in fila per fare una foto con i loro beniamini preferiti – questo infatti sono diventati molti degli organizzatori del movimento – dal palco arriva una voce di bambina.

In un momento tutti si muovono, telefonino alla mano verso di lei. Davanti a me una bambina dalla maglietta gialla si sporge il più possibile con il suo smartphone per registrare il momento. Accanto a lei in un attimo c’è anche Lauren Hogg, la sorella di David, uno degli esponenti più in vista del movimento, che correndo guarda verso il palco e anche lei riprende la scena con l’i-phone. 

Yolanda King

La folla urla e si capisce che chi è salito sul palco non è una persona qualunque. E’ piccola ma è grande. Grandissima.

Si chiama Yolanda Renee e di cognome fa King, come suo nonno Martin Luther King.

E credeteci se vi dicono che non è solo il nome che condivide con lui. A nove anni Yolanda ha la grinta di un’adulta, la voglia di combattere di quei ragazzi con cui condivide il palco – come ha già fatto nella grande marcia del 24 marzo scorso a Washington – e nessuna paura di stare con un microfono in mano.

“Chi siamo?”, chiede alla folla,”Siamo quelli di cui abbiamo bisogno”, rispondono.

“Start the fire”, continua, “Non avete sentito? In tutta la nazione. Saremo una grande generazione”. 

Non avrà detto tanto, non avrà fatto il discorso che fece a Washington DC e l’ha portata alle luci della ribalta internazionale, ma in quei pochi minuti che era sul palco, non c’era un orecchio o un volto che non guardasse il suo sorriso e avesse capito di che pasta fosse fatta.

E’ così che si chiude il rally. Con un botta e risposta incitato da una piccola futura speaker che ha già le idee ben chiare. 

E’ la forza di questo movimento. Gli eroi di questa generazione sono ragazzi proprio come loro. Hanno la loro stessa età, alcuni di loro non possono ancora votare, ma hanno deciso che non staranno con le mani in mano a vedere la vita scorrergli accanto. Saranno loro il cambiamento che vogliono nella società. 

All’evento qualcuno ha detto: “Il cambiamento e il coraggio a volte saltano una generazione”. Yolanda King ha tutte le carte in regola per diventare la voce di questo coraggio e cambiamento. 

Chi è Yolanda Reese King 

Yolanda ha nove anni ed è la figlia di Martin Luther King III and Andrea Waters. E’ nata nello stato della Giorgia ed è cresciuta ad Atlanta. Ha preso il suo nome dalla zia Yolanda King, morta per un problema di cuore nel 2007. E’ l’unica nipote di Marti Luther King e la moglie Coretta.

Il discorso alla marcia di Washington del 24 marzo scorso 

La piccola Yolanda è arrivata all’attenzione dei media internazionali grazie alla partecipazione alla “Marcia per le nostre vite” di Washington DC, lo scorso 24 marzo 2018.

Dove dal sogno di suo nonno è nato un nuovo sogno: un mondo senza armi! 

Mio nonno aveva un sogno che i suoi quattro figli non fossero giudicati dal colore della loro pelle, ma dal loro carattere. Io invece ho il sogno che quando è troppo è troppo. Questo dovrebbe essere un mondo senza armi. Punto



Fare del buon giornalismo è bellissimo. E’ una passione, un onore e un privilegio. Ma fare giornalismo, soprattutto all’estero è anche una spesa. Se non fossi andata sul posto a vedere con i miei occhi i suoni, gli odori e le facce delle persone che erano presenti a questo rally sabato 6 agosto non sarei probabilmente riuscita a farlo così pieno e vero.  Ma in ogni caso, che sia un articolo con una ricerca di immagini, video e foto fatto al computer o dal vero, un giornalista andrebbe, secondo la mia modesta opinione, ringraziato e sostenuto per averci da guida in un fatto di cronaca o una situazione. Se vi è quindi piaciuto questo pezzo, vorreste saperne di più e mi volete dare una mano a raccontarvi altre storie su questa generazione in cammino, potete farlo qui: https://www.produzionidalbasso.com/project/road-to-change-un-inchiesta-giornalistica-sulla-generazione-che-vuole-cambiare-l-america/

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[Raod To Change] Il movimento #NeverAgain

Come ho scritto qui, ho deciso di iniziare un progetto giornalistico dedicato al movimento studentesco #NeverAgainMSD (chiamato dopo la marcia su Washington dello scorso 24 marzo più comunemente March for our lives movement), che da febbraio 2018 ha ispirato una generazione di giovani a far sentire la propria voce sul tema delle armi negli Stati Uniti.

Li seguirò da venerdì 4 agosto fino al 6 novembre, seguendoli nell’ultima parte del loro tour nazionale Road to Change. Una strada del cambiamento.

Ma facciamo un po’ di ordine:

  • ROAD TO CHANGE è un tour itinerante a livello nazionale americano (iniziato lo scorso 15 giugno a Chicago, Illinois e che si concluderà il 12 agosto a Newtown in Connecticut) con il quale i fondatori e i sostenitori del movimento #NeverAgain stanno girando più di venti stati americani per parlare, discutere e confrontarsi su:  1. il problema delle armi da fuoco negli Stati Uniti; 2. i senatori e rappresentanti del Congresso sponsorizzati dall’NRA;  3. il portare più giovani americani a votare alle prossime elezioni del 6  novembre. 
  • #NEVERAGAIN (Mai più) è invece tante cose in una frase. E’ un hashtag su Twitter. E’ un grido. Ma allo stesso tempo una promessa fatta da un gruppo di ragazzi subito dopo che un ex studente della loro scuola, la Marjory Stoneman Douglas di Parkland in Florida,  è entrato nel plesso scolastico e ha ucciso a sangue freddo 17 tra loro compagni di scuola e professori in una normale giornata di scuola, lo scorso 14 febbraio. La promessa? Mai più una strage come quella che abbiamo subito noi. Mai più ragazzi innocenti (e purtroppo anche bambini) uccisi nei plessi scolastici americani.

 

Noi siamo la nuova generazione di americani. Se la vecchia generazione ha fallito è questo il momento in cui noi dobbiamo farci avanti. Facendo di questo il nostro problema e trovando noi una soluzione.

  • E’ da questa sparatoria che nasce il primo focolare di rivolta allo status quo. Un gruppo ristretto dei sopravvissuti alla strage, nemmeno una settimana dopo che essa è accaduta, decide che le cose devono cambiare. Stavolta non si può solo pregare e pensare alle famiglie coinvolte per una settimana e poi aggiungere la lista dei morti alla lunghissima lista di morti da sparatorie negli Stati Uniti. 
  • I primi ragazzi coinvolti e attualmente i più visibili sono: Camoron Kasky, Emma Gonzales, David Hogg, Alex Wind, Sarah Chadwick, Jaclyn Corin, Sofie Whitney. 

neveragain

Subito dopo la sparatoria questi giovani hanno iniziato a parlare, twittare, farsi sentire. Non più ragazzi, ma sopravvissuti, attivisti e giornalisti. Un percorso che ha visto il primo grande passaggio dallo spazio virtuale di internet alla “piazza” reale, con la grande Marcia per le nostre vite (March for our lives) lo scorso 24 marzo scorso a Washington DC e in altre 800 città in tutto il paese.

“Ascoltate. La nostra missione è semplice e la nostra ambizione imbattibile. Teniamo le armi lontano dalle persone sbagliate e teniamole nelle mani delle persone sane e ragionevoli. Potete quindi aiutarci o stare dalla parte della storia che mette prima le armi delle vite degli altri .”

Se il primo obiettivo di questi ragazzi era farsi vedere, ascoltare e rendersi credibili, adesso e fino al 6 novembre  i più importanti obiettivi dei ragazzi sono scritti nel Manifesto di Parkland: 

  1. Controllo universale del passato di ogni singola persona che acquista armi da fuoco – Universal, comprehensive background checks
  2. Creazione di un database digitale dell’ATF (Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms, and Explosives), un’agenzia del governo degli Stati Uniti d’America, preposta a indagare sui reati federali relativi all’uso, alla fabbricazione e al possesso di armi da fuoco ed esplosivi; che regola inoltre la concessione di licenze la vendita, il possesso e il trasporto di armi da fuoco, munizioni ed esplosivi nel commercio intestatale.
  3. Finanziare il Centro per  la prevenzione e il controllo delle malattie (detto CDC) per trattare il problema della violenza da armi da fuoco come una vera e propria epidemia.
  4. Messa al bando dei caricatori ad alta capacità e dei fucili d’assalto semi automatici 

Con Road to Change l’obiettivo principale è invece quello di portare più giovani possibili a votare e escludere tutti i rappresentanti pagati dalla grande lobby delle armi americana, l’NRA! Di questo parleremo più approfonditamente nel prossimo post! 

Stay tuned!

 

 

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