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Il (mio) New Jersey al tempo del Covid-19

Per tornare a scrivere mi ci è voluto tempo. Quel tempo di cui adesso abbondiamo e di cui prima ci lamentavamo che non era mai abbastanza.

Amico-nemico tempo.

Potevamo avere due reazioni nei confronti di questa situazione: una era prenderla a testate e ballare sotto la pioggia, l’altra tirare su la coperta ed aspettare che la tempesta passasse. Ho preso la seconda strada per due settimane. Poi ho detto basta e ho abbracciato il tempo che ho.

Qui lo userò per raccontarvi cosa vedo intorno a me.

Jersey city

La situazione

Dove mi trovo: a Jersey City, stato del New Jersey (ne ho parlato qui, e anche qui).

Che ci faccio: scrivo, comunico, in questo momento tengo duro.

Il New Jersey è lo stato, dopo quello di New York , con il più alto numero di casi di Covid-19 negli Stati Uniti d’America.

Ci sono più o meno (quando scrivo) 55mila infettati e 1932 morti su una popolazione di 9 milioni di persone.

Probailmente il motivo per cui lo stato si trova in questa posizione così negativa è perché la maggior parte dei cittadini sono pendolari da New York City.  Il focolaio più esteso fin da quando il governo ha iniziato a fare i primi tamponi a tappeto: ovvero ad inizio marzo.

Ecco perché non stupisce che il primo paziente risultato positivo del New Jersey ha scoperto – in diretta tv tra le altre cose – di aver contratto il Covid-19, dopo aver partecipato ad un congresso in zona Time Square, a New York.

Jersey City & Hoboken

Jersey City – da dove guardo io ora fuori il mondo scorrere – è una delle città più colpite con 59 morti accertate e 2.071 casi di persone infettate. A 31 marzo un articolo di un giornale locale scriveva: “Ventitré stati americani e Washington D.C. hanno meno casi positivi da Covid-19 che la città di Jersey City”.

New Jersey 1

Non un primato che decisamente piace avere di questi tempi. Eppure Hoboken, che confina con Jersey City e da lei seguita nel giro di giorni, è stata la prima città dello stato ad aver preso le misure di sicurezza del contenimento chiudendo i bar, le discoteche, ristoranti (che possono fare solo take out e delivery), caffè e dopo una settimana anche tutti i business non considerati essenziali.

Dopo poco il presidente Trump avrebbe presentato alla stampa il suo piano di contenimento per il diffondersi del virus: 15 giorni di chiusura, 15 giorni di attesa. Che si sono poi trasformati in 30. Per adesso.

Lo stato di New York e uno spiraglio di luce

Le notizie che arrivano in Italia dagli Stati Uniti sono tragiche, come è normale che sia, perché lo sono:

i numeri altissimi di contagiati, gli ospedali pieni, il problema iniziale della mancanza di respiratori, ospedali da campo costruiti a Central Park, una nave da guerra trasformata in ospedale ancorata sull’Hudson River, Time Square deserta, 6.6 milioni di americani che hanno richiesto il sussidio di disoccupazione.

New York, come sottolineavo precedentemente, è lo stato più colpito con più casi di infetti da COVID-19 che qualsiasi paese nel mondo (esclusi gli Stati Uniti). Ma non dimentichiamoci anche che hanno fatto più test pro-capita dell’Italia, del Canada e Francia.

Anche se, ad oggi 10 aprile,  si vedono effettivamene dei risultati nello stato di New York, dove le ospedilizazzioni e i pazienti amessi in terapia intensiva già da più o meno cinque giorni sono scese constantemente donando a tutti un filo di speranza che il peggio sia passato. Ma con la consapevolezza che tutto potrebbe cambiare da un giorno all’altro.

Central park

Quindi, per quanto se ne dica degli americani, almeno nello stato di New York e nei tre stati limitrofi – che sono quelli di cui ho una conoscenza più diretta – le persone stanno prendendo l’ordine di stare a casa in maniera alquanto seria (anche se in ritardo purtroppo e non tutti ovviamente. La foto qua sopra è Central Park qualche giorno fa).

Anche se a livello federale non c’è un ordine di chiusura totale per tutti i 50 stati, i voli continuino a viaggiare tra Stato e Stato e non ci sia bisogno di una autocertificazione per uscire.

Il quartiere da vicino

New Jersey Covid

Il mio quartiere intanto sembra fermo ad una domenica perenne. I rumori sono ovattati e le ore scorrono lente. Le poche persone che sono in strada vanno in giro da sole a portare fuori i cani con mascherine e guanti, tenendo le distanze di sicurezza il più possibile e la sera sono sottoposti ad un coprifuoco, come lo sono io, dalle 20 alle 5 della mattina.

Gli autobus che una volta erano pieni di pendolari per la città viaggiano praticamente vuoti, e vedere New York apparire dietro una curva mette una grande tristezza.

Nelle poche botteghe, lavanderie e ristoranti ancora aperti, l’umore è di diffidenza per la possibile infezione ma anche di gratitudine per come la società sta supportando i local businesses.

Sono tantissimi infatti i ristoranti ancora aperti con staff ridotto che cercano di sopravvivere con ordini a domicilio o ritiro in negozio, in un settore quello dell’ospitalità che non si saprà quando potrà ripartire o come ne uscirà.

Le comunità di Hoboken e Jersey City sono comunità molto solidali che hanno innescato una vera e propria catena di sostegno tra cittadini e attività. Che significhi comprare un kit per fare la pasta da un ristorante, una bottiglia di vino dal tuo rivenditore di fiducia, spedire biglietti di sostengo ai medici degli ospedali locali o comprare per le infermiere in prima linea gift card da centinaia di dollari.

nj

I parchi sono un altro luogo simbolo della chiusura dello stato. Per mandato governativo sono stati tra i primi a chiudere. Le ultime le aree per i cani (non chiedetemi perché).

Alle sette della sera i residenti di Hoboken come New York – fino a che non si stancheranno anche loro come gli italiani – ringraziano i primi soccoritori, i medici, i dottori e le forze dell’ordine che stanno rischiando le loro vite ogni giorno.

Lo fanno applaudendo, uralando e facendo più rumore possibili. Un gesto di amore, un semplice gesto per sentirci più vicini.

L’America del presidente Trump si credeva invincibile. Si trova ad oggi che scrivo queste ultime parole (9 aprile 2020), con l’aver perso quasi 18 mila vite umane e ad avere 488,589 mila casi attivi. 

 

 

 

 

 

 

2 Comments

  1. Brava Eleonora … nonostante l’argomento così drammatico è un vero piacere “ leggerti”.
    Baci enormi
    Barbara

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