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La storia dietro ‘Road to change: un crowdfounding giornalistico!’

Ci sono milioni di storie che potremmo raccontare dagli Stati Uniti. Storie di sofferenze, di lusso, di speranza, di lavoro, di amore.

Una delle mie prime visite al  Consolato italiano a New York ho incontro Giovanna Pancheri, la corrispondente di SkyTg 24 che sostituiva Liliana Faccioli Pintozzi, appena trasferita a Londra.

Mi sono presentata timidamente e le ho detto che lei, come Liliana, era per una fonte di ispirazione. Perché era una donna. Ma anche una giornalista. Perché i suoi servizi non erano mai scontati e in ognuno di essi si poteva vedere la sua grande passione per il giornalismo.

Avremo parlato sì e no due minuti, mi ha dato l’impressione di essere una persona molto timida, ma la frase che mi ha detto mi è rimasta impressa nella memoria: “Ci sono così tante storie da raccontare in questo paese. Trovane una e seguila con tutte le forze. In bocca al lupo”. Ok, magari non erano queste esatte parole – soprattutto la seconda parte – ma il messaggio era proprio questo: ci sono milioni di storie da raccontare, trovale!

Per tanto tempo ho pensato che sarebbe stato impossibile, da freelance, trovare storie originali e interessanti da raccontare. Per tanto tempo non ne ho trovate.

march

Poi c’è stato il 14 febbraio. In Florida c’è stata un’altra sparatoria di massa in una scuola, sono morte 17 persone e sembrava che la solita scaletta post sparatoria di massa dovessi ripetersi come ogni volta:

  • prima arrivano i media,
  • vediamo le immagini dei ragazzi che a mani alzate escono dalla scuola e  i genitori  che piangono aspettandoli,
  • poi i commentatori politici dei principali programmi nazionali organizzano panel a tutte le ore del giorno per discutere dell’accesso alle armi e del problema della salute mentale,
  • l’NRA dirama un comunicato dicendo che non è colpa delle armi da fuoco ma delle persone,
  • il presidente degli Stati Uniti invia le sue preghiere e le condoglianze alle famiglie

Il tutto si conclude con  i morti, l’omicida e i genitori che vengono lentamente dimenticati e messi insieme a tutti gli altri genitori, morti e assassini che li hanno preceduti.

Invece stavolta le cose sono andate molto diversamente. I sopravvissuti hanno combattuto per far sì che la scaletta non si ripetesse. Nemmeno dopo una settimana dalla tragedia un ristretto gruppo di studenti si è ritrovato e ha fondato il movimento #NeverAgain. Hanno marciato su Washington il marzo successivo, smettendo di  essere sopravvissuti e diventando attivisti.

E così, in un attimo, ecco che avevo trovato la mia storia.  Una bellissima e complicata storia.

Ho iniziato a seguire il movimento sui social, cercando di capire chi sono e cosa vogliono questi giovani. Ho partecipato alla marcia del 24 marzo a New York.

A partire dal 4 agosto e fino al 6 novembre ho deciso che li voglio vedere dal vivo, in azione e li seguirò sull’east coast nell’ultimo pezzo del loro tour nazionale, “Road to change”. Per fare questo ho deciso di iniziare un crowdfunding giornalistico, per sostenere le spese di viaggio e di alloggio.

Potete scoprire tutto su questo progetto sul sito Produzioni da Basso qui.

roadtochange

Non so se qualcuno mi aiuterà in questo reportage, se qualcuno, soprattutto uno sconosciuto,  sarà disposto a spendere q
ualche euro per un prodotto giornalistico, ma io lo spero. Perché per me, come tanti miei coetanei, fare giornalismo non è un lavoro, ma è una passione, una necessità. 

E fare giornalismo in questo preciso momento storico è più difficile che mai, con contratti solo per pochi eletti, riviste che chiudono e lettori interessati molto di più a video di cani e gatti rispetto a quelli dedicati a  tematiche più pesanti, proprio come l’uso delle  armi negli Stati Uniti.

Come ho detto non so se riceverò degli aiuti sostanziali, oltre a quelli già ricevuti, ma se non ci avessi provato me ne sarei pentita.

Quindi anche tu, lettore, se ti piace cosa dico e  come lo dico, se hai voglia di scoprire di più di questo pazzo paese e di ragazzi coraggiosi che stanno cercando di cambiare la sua faccia un voto alla volta, vieni con me sulla strada del cambiamento anche con un contributo minimo qui. 

Se invece non sei disposto a farlo, non c’è problema, ma  vieni lo stesso con me in questo viaggio americano e fatti inspirare dalla forza di questa nuova generazione!

neveragain

 

 

 

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Barnes & Noble | I miei luoghi del cuore a New York

Barnes & Noble è uno dei miei posti del cuore a New York.

Qualsiasi libreria americana è bellissima, ti sfido davvero a trovarne una che non abbia un fascino e ti faccia sentire come in una casa piena di libri almeno per dieci minuti.

Certo Barnes & Noble  nel panorama librario è un po’ come la Fox Books di Tom Hanks in You’ve Got Mail, che fa fallire il The shop around the corner di Meg Ryan, piccola libreria a cui è impossibile non affezionarsi in particolare modo addobbata per le feste natalizie. E a volte mi chiedo quante di queste piccole librerie abbia fatto fallire Barnes & Noble…chissà. You've got mail libreria Meg Ryan

Ma a parte questa nota dolente, rimane uno dei posti dove posso spendere un’intera giornata senza mai provare un sentimento che sia noia o solitudine. È bello poter osservare la gente e  in particolare le persone di una certe età. Quelle che usano la caffetteria della libreria  per  studiare, leggere o magari anche per sentirsi meno soli.

Come Pike che mentre scrivo siede davanti al mio tavolo, il terzo che ho cambiato visto che il primo traballava, il secondo era accanto ad una persona che praticamente urlava e richiamava tutta la mia (notoriamente poca), attenzione.

Non so se si chiami davvero Pike, ma sulla tazza di cartone di Starbucks che ha davanti a sé quello è il nome che c’è scritto. E poi Pike è  un nome che gli dona. Dona al suo viso e le  mani rugose, così come alla barba bianca che gli dà un aria decisamente Hemingwaiana.  Starbucks coffe in Barnes & Noble

Pike è interessante da osservare: ha lo sguardo attento, non si distrae mai dal libro che sta leggendo ed è circondato completamente da altri volumi. Alcuni libri sono distesi, altri impilati, alcuni direttamente appoggiati tra il tavolo e la parete di legno. Dalla mia posizione non riesco a vedere tutti i titoli, ma voglio pensare che parlino di storia. Perché a quell’età credo si legga  di storia e di passato. Forse perché il corpo, come la mente, è rimasto legato ad un età e un’epoca che non c’è più. I magici scaffali di Barnes & Noble

Ma sto divagando…ed è proprio la parte più bella di questo mio posto del cuore, si divaga e ci si perde, tra riviste, libri, manuali di self-help (tanti manuali di self-help), di grammatica araba, grandi volumi sulla situazione del medio-oriente e anche (divertentissimi) libri per bambini dedicati al presidente Trump.

Barnes & Noble entra nella top tre dei miei luoghi del cuore newyorkese inoltre grazie a queste,  quasi banalissime, ragioni:

1. Posso leggere tutte le riviste che voglio

Sì, questa è decisamente la ragione che fa salire questa libreria in cima alla mia classifica. Perché posso leggere gratuitamente tutte le riviste che voglio. Le possono prendere, sfogliare, stropicciare, rileggere e semplicemente rimetterle a loro posto a fine lettura. Non c’è limite di tempo, non c’è limite di quanti se ne possono prendere. Te le affidano a tempo indeterminato (o almeno fino a che non le compri o il negozio chiude).

La mia preferita? Writer Digest.  Una piccola (ma solo come sfoglio) pubblicazione dedicata agli scrittori, che ogni mese dona consigli preziosi, racconti brevi di scrittori emergenti e tools per scrittori. Mi chiedo se esiste, e se no per quale assurdo motivo, non esista una cosa del genere in Italia. Leggere Writer Digest In America

2. L’atmosfera

Non solo da Barnes & Noble, ma in generale nelle librerie americane c’è un’atmosfera che in Italia non provo mai. C’è qualcosa di speciale che si crea tra il modo in cui queste librerie sono sistemate, gli scaffali, le luci e i colori delle copertine dei libri, e come si vivono le librerie, che non ha precedenti da noi. È difficile da spiegare, credo si capisca solo entrando in una.

3. Le copertine dei libri

Le copertine dei libri inglesi sono, aihmè, molto più belle di quelle delle nostre edizioni, almeno dal mio punto di vista. Sono coloratissime, accattivanti, intriganti, insomma ti fanno venire subito voglia di acquistarli tutti. Anche se non sono decisamente economici (il prezzo base di un libro nuovo si aggira intorno ai 22-25 euro, ma molto spesso arriva ai 30).

P.S Sono riuscita a vedere di sbieco il libro che legge Pike…è sui delfini. Non ci sono andata troppo lontana no?

Vuoi vedere più foto sulla mia New York? O la mia amata Hoboken (di cui parlo qui)?

Seguimi su Instagram qui @leonora.ma !

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Un anno d’America: e ancora tanto da fare

Un anno fa ero sul balcone di casa con la mia migliore amica in mezzo alla notte. Guardavo Firenze addormentata. Via Bovio nel silenzio. Il bar di sempre, il forno, la macelleria con le serrande abbassate.

Un anno fa pensavo a questo momento. Pensavo a un anno dopo. Cosa sarebbe successo a me, alla mia migliore amica, alla mia famiglia. Ma in special modo alla mia vita.

La paura più grande era che Firenze sarebbe cambiata. La mia migliore amica e con lei gli affetti più cari avrebbero fatto lo stesso. Non avrebbero aspettato il mio ritorno, sarebbero andati avanti senza di me e non avrei potuto mai recuperare il tempo perduto.

“Certo che sarà tutto diverso”, mi ha confermato ad alta voce la mia amica. Lei che di lì a poco avrebbe pianto per entrambe. Mentre io avrei sdrammatizzato…sorridendo e facendo battute stupide, pur di non vederla piangere.

Perché in fondo, anche se sapevo che non l’avrei vista per almeno sei mesi o forse più, ero io quella con la consapevolezza di partire per il viaggio della mia vita. Per un’avventura emozionante. Lei quella che rimaneva nei luoghi di sempre in compagnia della mia assenza.

La paura del cambiamento ce l’avevamo entrambe. E io credo di avercela ancora, in qualche modo.

Ma se guardo indietro di 365 giorni vedo solamente un passo che andava fatto. Vedo una scommessa vinta con la mia vita e il mio carattere. Una sfida che mi ha dato gioie immense e dolori forti e mi ha posto davanti a tutti i limiti del mio carattere.

Potrei dire che è un’avventura che mi ha reso migliore e cambiato. Ma queste sono affermazioni che vanno fatte quando si mette il punto a qualcosa, e io ancora questa storia non l’ho finita di scrivere.

C’è ancora da fare, da scoprire. Persone da incontrare e tanta America da esplorare.

Posso però guardarmi indietro e pensare a gli sbagli e ai traguardi. Senza giudicarmi troppo: se non ho scritto quanto dovevo,  ho speso molto più del dovuto e fatto scelte che avrei decisamente non dovuto fare. Perché ormai quello che è fatto è fatto, diceva qualcuno.

Su quella finestra della mia camera adolescenziale ho detto addio a una parte di me, della mia famiglia e dei miei amici, per la persona che sono un anno dopo. Troppo presto per dire se migliore o peggiore, ma senza dubbio la migliore che posso essere adesso.

Tirando le somme. Di questi 365 giorni americani mi rimane tanto – ma tra il tanto – questo un pò più:

  • La pubblicazione sul Corriere della Sera online della storia di un ragazzo che ogni giorno mi dà ispirazione e mi stupisce sempre di più. La potete leggere qui.
  • La gentilezza di tanti giornalisti italiani. Professionisti che in mezzo al loro lavoro quotidiano hanno sempre trovato il modo di aiutarmi. Rispondendo prontamente a email. Aiutandomi a pubblicare lavori su giornali italiani. E allo stesso tempo mi hanno ispirato, incoraggiato, spinto e fatto sentire una di loro.
  • Due settimane di tennis mondiale a fianco di una squadra di amici e giornalisti matti da legare e indimenticabili.
  • La gentilezza, la solidarietà e allo stesso tempo l’egoismo e cattiveria degli americani. Così simili ma anche tanto diversi da noi italiani.
  • L’ignoranza e l’arroganza di tanti italiani in America. Che mi hanno insegnato che sei un italiano stronzo, rimani un italiano stronzo anche in un altro continente.
  • L’emozione di sentirsi a casa anche a milioni di chilometri da essa.
  • La bellezza di vedere ogni giorno coppie interrazziali, con tagli di occhi diversi e lingue diverse, ma con alla base lo stesso l’amore; a  cui non importa niente di di colore è la tua pelle.
  • Lo stupore di non vedere (praticamente) mai un bambino in un passeggino che abbia lo stesso colore della pelle della persona che lo spinge.
  • Un trasloco americano in pieno luglio: con annesso trasporto di una base per il letto per cinque piani di scale.
  • L’aver trovato persone che sono diventate amici veri. Di quelli che se finisci all’ospedale sei contento se ti vengono a salutare.
  • Poter lavorare al fianco di giornalisti e amici come Luca, che da un “Luca? Ciao. Sono una tua fan su Facebook”, ti hanno permesso di lavorare con loro a progetti come questo qui, e anche questo.
  • L’amore e l’affetto enorme che mi arriva ogni dall’altro capo del mondo. Tramite una parola, un gesto, un pensiero, un messaggio, un rimprovero.
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Letture made in USA | How to talk Trump

Il paradiso di lettori a NYC è Barnes & Noble. Il mio personale è quello ad Union Square. Quattro piani di libri, riviste, articoli di cartoleria e mondi da esplorare.

La cosa più bella? Si possono impilare quanti libri e riviste si vogliono e leggerle anche per un giorno intero.Non ci sono limiti, non ci sono regole. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Certo sarebbe più comodo leggerle sul proprio letto o divano….ma visto che le riviste qui costano quasi tutte  tra i 6 e 12 dollari, Barnes & Noble è la soluzione migliore per rimanere aggiornati sul mondo che ci circonda, in maniera economica.

Questa settimana, una delle letture più interessanti (e decisamente divertente) in cui mi sono imbattuta è stato un articolo dell’Atlantic, ovviamente a tema Trump, che si intitola: “How to talk Trump” a firma di Kurt Andersen – lo trovate online qui.

the atlantic march 2018

Un breve e spiritoso pezzo, che ti insegna come parlare, scrivere – e magari pensare – come il presidente Trump. Da questo dizionario di termini, frasi ed aggettivi è nato un libro, che l’autore ha scritto con Alec Baldwin, impersonatone del tycoon al Saturday Night Live, (storico programma di satira americana in onda sull’emittente NBC) che si intitola: You Can’t Spell America Without Me: The Really Tremendous Inside Story of My Fantastic First Year as President Donald J. Trump (A So-Called Parody) e lo potete trovare in inglese su Amazon (o anche meglio in libreria, negli States).

Un libro scritto in prima persona dal vero Trump.

Io uso le parole migliori, bellissime parole. Le migliori frasi e – come le chiamate? – ah si paragrafi. Il miei ultimi libri erano grandiosi e hanno venduto molto bene, incredibilmente bene. Anche quelli che hanno scritto su di me i disonesti, disgustosi giornalisti. Si dice che se vuoi fare una cosa per bene, la devi fare da solo. Quindi ogni singola parola scritta in questo libro è stata scritta da me, usando un avanzato sistema di parole durante le tante, tante, notti che sono stato costretto a stare da solo nella Casa Bianca – solo io, da solo, fidatevi, nessuno mi ha mai aiutato. E tutto quello che è scritto in questo libro è vero, vero, vero – molti già dicono che probabilmente è il libro più vero che sia mai stato pubblicato nella storia della stampa. ENJOY!

 

Ma prima di leggerlo, dovete imparare a parlare Trumpiano.

Per gli aggettivi – negativi – si deve usare:

  • boring
  • complete and total
  • crooked
  • disgusting
  • dishonest
  • dopey
  • dumb
  • goofy
  • horrible
  • not good
  • obsolete
  • overrated
  • rude
  • terrible
  • unfair
  • weak
  • worst
  • sad stupid

Per quelli positivi:

  • amazing
  • beautiful
  • best
  • brilliant
  • elegant
  • good
  • great
  • happy
  • honest
  • top
  • strong
  • powerful
  • tremendous
  • unbelievable

Poi ci sono quelli extreme:

  • big
  • huge
  • major (or major major)
  • many (or many, many, many)
  • massive
  • tough
  • numerous

Le frasi speciali invece sono:

  • believe me
  • by the way
  • don’t have a clue
  • hit a home run
  • I’m doing very very well with
  • in all fairness
  • never seen before, ever
  • okay?
  • right?
  • zippo
  • very much involved
  • not gonna happen
  • laughing at us

Poi ci sono gli  avverbi (importantissimi):

  • absolutely
  • badly
  • totally
  • very
  • viciously
  • truly frankly

E ancora, le classiche frasi da Trump:

  • That’s just what I heard…
  • Ppl think it’s going to happen…
  • They are saying…
  • Everyone is now saying…
  • I’ve been hearing
  • I’ve seen this, and I’ve sort of witnessed it – in fact I have actually witnessed..
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La magia dei sobborghi americani dietro un vetro | Snow Edition (1/2)

I sobborghi americani sono un affascinante specchio dell’America. Perfetti, ma solo all’apparenza.

Per me hanno qualcosa di magico (senza dubbio legato al fatto che sono – siamo – cresciuti con le immagini di centinaia di film e serie tv americane). E solo quando sono nei sobborghi mi sento di osservare l’America più vera. Quella magari più ricca e più povera. Ma senza dubbio quella reale.

Perché New York è favolosa: un mondo di culture, religioni e sapori. Ma non è l’America.  

Dopo quasi un anno tra Italia e America tra freddo polare e caldo tropico, voglio condividere delle foto dedicate proprio a loro, i sobborghi (in questo caso innevati) del New Jersey.

New Jersey

America innevata

“The suburbs have this veneer of happiness, you know? This veneer of the ideal life. From afar, it’s all together – white picket fence, nice house – but you peel away one little layer, and it all comes crumbling down.”(J.J.)

club under the Snow

sobborghi americani

“I live in the suburbs, the final battleground of the American dream, where people get married and have kids and try to scratch out a happy life for themselves.” (H.B.)

“The suburbs are the American dream, right? Living in a nice house, having a good job, a happy family.” (C.H.)

american house snow

“There’s an overwhelming sense of paranoia in the suburbs. People there seem so much more paranoid to me than people in the city about their kids being kidnapped or their parties being raided or their drinks being spiked. There’s a kind of hysteria about that.” (M.R.)

“I watched a lot of television as a kid, and the suburbs to me – that was exotic! Like, a mom and dad who lived in the same house and had jobs and cooked breakfast at the same time every morning and did laundry in a washing machine and dryer? That was like, ‘Woah! Who are they? How do you get to be like that?’ ” (G.F.)

Per altre interessante citazioni sul tema, dai un’occhiata qui.

 

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Perché amare Hoboken, New Jersey

“Vado a stare un po’ a New York” mi sono detta innumerevoli lune fa. Tutto perché New York è il centro del mondo. La City è dove tutto accade, dove tutti passano, dove il mondo inizia e finisce. Lo credono gli americani, lo credo anche io.

New York è una calamita di gente, di culture ma soprattutto di sogni. E anche io, come tanti altri, non volevo più vedere la città solo come luogo di vacanza per quindici giorni, ma più come una casa.

Per comprendere davvero cosa voleva dire vivere tra il traffico pazzo, lo sporco dei marciapiedi, l’inverno con la neve alta, i taxi gialli che sembrano insetti che corrono tra le Avenue, e tante altre cose di cui mi sono, insieme al mondo intero, innamorata nelle scene più famose dei film.

Eppure la mia personale storia mi ha portato a considerare casa – almeno fisicamente – la piccola cittadina affacciata sull’Hudson chiamata Hoboken. (Con la H aspirata, mi raccomando).

Una città che a molti dirà poco o niente, che ai più golosi ricorderà il Boss delle Torte del programma televisivo (il suo negozio origianale è proprio qui sulla strada principale: Washington Ave), che agli americani ricorda Frank Sinatra – che qui è nato (la casa è ancora luogo di pellegrinaggio per i fan più sfegatati), ma che tutti concordano possiede una delle viste più belle dello skyline di Manhattan, dal One World Center fino all’Empire State Building e oltre!

Certo è che all’inizio l’idea di non vivere a New York era come dire vado a vivere a Prato al posto di Firenze (con tutto il massimo rispetto per Prato)! Non mi andava proprio giù di non poter vivere nel caos e dire vivo al centro del mondo!

Eppure…

Eppure adesso che per scelta e un po’ per obbligo mi sono sistemata dall’altra parte dell’Hudson in terra di New Jersey, mi sono resa conto che non è poi tanto male guardare da vicino New York ma non poterla toccare!

Qui sotto qualche riflessione sul perché Hoboken mi piace sempre di più!

1. Perché mi ricorda una cittadina di provincia! 

New York nella sua bellezza, straordinarietà e unicità, non è l’America. New York ha sapore d’Europa, di globalizzazione e anche se tutto riporta all’universo americano – i fast food, 7eleven, Sturbucks – non è la vera America. Quella delle città sperdute nei campi o affacciate sull’Oceano, quelle del profondo Sud immerse nel bayou. E anche se Hoboken non è nulla di tutto questo – troppo vicino a NY per non assomigliarle – è qualcosa che possiamo definire: in the middle. 

Una delle cose che apprezzo di più è che le strade sono pulite! E quando fai un giro nel quartiere, o stai andando a fare la spesa, state sicuri che è una cosa che fa piacere! Così come fa piacere riuscire a camminarci sui marciapiedi…a New York molte volte infatti anche camminare diventa una sfida che vinci solo se eviti più gente possibile e non osi mai fermarti di colpo mentre cammini!

Hoboken inoltre, come le tipiche cittadine americane ha tutti i principali negozi – Starbucks, McDonald, gelati e pizzerie – posizionati lungo un’unica direttrice. In questo caso Washington Ave.

La strada dove vuoi andare a fare shopping, a bere una birra, vedere la partita la domenica, ma state certi: dove non vuoi vivere!

Ma non mi dimentico nemmeno una cosa fondamentale: di provincia questa cittadina ha anche che a pochi minuti di Uber e di Light Rail (in italiano diremmo una tramvia) possiamo andare ad un vero e proprio mall, (il centro commerciale, of course). Luogo di pellegrinaggio per ogni famiglia americana che si rispetti.

 

2. Perché ha una vista spettacolare su Manhattan 

La prima volta che ho visto il profilo di Manhattan di notte stavo per mettermi a piangere. Giuro. Credo fosse una delle cose più belle che avessi mai visto. Lo guardavo dal finestrino dall’auto che mi portava in un’altra cittadina del New Jersey e pensavo: no, lasciatemi qui. Non portatemi via. Lasciatemi contemplare questa meraviglia. Lasciatemi a NYC.

Poi quando a NY ci sono tornata di notte con più calma mi sono innamorata ancora di più del profilo dei grattaceli nella notte, visti dal basso, immersa nelle ragnatele delle strade della City. Però come tutte le cose per giudicarle correttamente devi tenere a una distanza di sicurezza.

Quella distanza e quella sicurezza l’ho ritrovata proprio ad Hoboken. Di notte. Sul waterfront lungo l’Hudson, quando tutta Manhattan è ai tuoi piedi. E vedi ogni minimo dettaglio. E puoi disegnare il suo profilo con un dito. Dal One World Center fino a Central Park, e oltre.

3. Perché Hoboken è vicina a tutto 

Adoro Hoboken anche perché è vicina a tutto e soprattuto è nel mezzo. Nel mezzo tra il New Jersey e New York. Nel mezzo tra il New Jersey e il resto dell’America.Ma allo stesso tempo è vicina al mare, ma anche vicino alle montagne. E’ vicina all’areoporto di Newark, molto più semplice per i viaggi intercontinentali, che arrivare fino al JFK e prendere metro e navette.

Soprattutto però è vicina a New York: quindici-venti minuti di autobus ed eccoti nel casino, nello sporco, nel rumore, nella vita frenetica del centro del mondo! Tutto bello, bellissimo, veloce e affascinante!

Eppure, quando la sera scendo dall’autobus a Hoboken, quando è tardi e per strada non c’è nessuno – se non qualche ragazzo che torna a casa dopo una serata o qualcuno che porta fuori il cane, o magari qualcuno che a lavoro ci sta andando in quel momento – e tutto intorno a me è solo silenzio e calma… in quel preciso istante mi rendo conto di quanto sì, New York sia bellissima, ma anche quanto sia grata di avere la possibilità di staccare e vivere in una piccola realtà che permettere di goderti il meglio dei due mondi. Quello Newyorkese e quello americano!

N.B Per non parlare di quanti italiani ci sono in città: Deli italiani, festival italiani, un club della Juventus, un pub italo-americano e tantissimi ristoranti italiani, come Jhonny Pepperoni (con due o tre P, a scelta), dalle tovaglie a quadri rosse bianche. In perfetto stile Lilly e il Vagabondo!

Ma di questo parliamo in un prossimo post!

Per ora farewell da New York…oops dal New Jersey!

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Tutto quello che (a volte) odio…degli Americani!

In tutte le relazioni, anche quella con gli americani, dopo la prima fase dell’innamoramento dove tutto è bello e non si riesce a trovare nessun difetto, arriva inevitabilmente lo scontro con la realtà.

 

 

La realtà dei difetti e del non essere perfetti.

E come capita nelle relazioni tra due persone può capitare anche con qualcosa di diverso: come con la società americana e gli americani, per esempio.

Prima c’è la fase dell’innamoramento: in tv e al primo viaggio sembra tutto così bello, spettacolare, affascinante. Tutti sorridono e sono gentili, il cibo invitante e le notti fatte per ballare fino al mattino.

Poi però, dopo diversi mesi a stretto contatto con l’innamorato in questione fare una lista di tutti i suoi difetti è la cosa più semplice del mondo.

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L’America fa davvero per te? | Qualche consiglio prima di prendere quell’aereo!

Pensi di trasferirti per un periodo in America? Hai sempre sognato di vivere il vero stile di vita a stelle e strisce?

Di goderti ogni mattina bacon e uova strapazzate?

Se la risposta è Sì. Qui troverai qualche consiglio da una persona che la pensava proprio come te e ha deciso di partire, non più di tre mesi fa.

Troverai inoltre qualche riflessione per capire se l’America è il posto giusto per te!

Quindi iniziamo: l’America fa per te se… Continue reading “L’America fa davvero per te? | Qualche consiglio prima di prendere quell’aereo!”

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Vivere nei sobborghi americani | Dentro la casa di Dawson’s Creek

 

Te lo ricordi Dawson’s creek con le sue bellissime case vista laguna?

Te le ricordi quelle case tutte infila nei sobborghi, che hai imparato a conoscere nelle decine di tv show americani e nei film che hai visto crescendo? Quelle con il giardino tutto curato e la staccionata di legno, con due o tre garage che si alzano automaticamente e le caselle della posta tutte uguali con l’asticella rossa che si alza e si abbassa?

Per tanto tempo mi sono chiesta se fosse tutto vero quello che che vedevamo nello schermo. Se fosse così bello come appariva. Se fosse tutto così pulito e perfetto.

Poi adesso in una di queste villette mono familiari ci vivo…e per quanto sia tutto vero, non è tutto oro quello che luccica. 

Continue reading “Vivere nei sobborghi americani | Dentro la casa di Dawson’s Creek”

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Serie tv americane | Cosa c’è di nuovo in arrivo!

Le serie tv in America sono una cosa seria

Non solo perché sono viste da milioni di persone. Ma anche perché a differenza dell’Italia – dove per sapere le serie in uscita l’utente si deve rivolgere a Facebook o a siti specializzati – qui basta camminare per le strade per sapere quali sono le ultime novità in fatto di serie tv.

A New York le pubblicità delle serie sono ovunque: sugli autobus, nella stazioni della metro (dentro e fuori), sui grandi schermi luccicanti di Time Square.

Per non parlare sugli schermi di ogni televisore americano.

Qui ne elenco alcune che potrebbero rivelarsi davvero molto interessanti.

Continue reading “Serie tv americane | Cosa c’è di nuovo in arrivo!”

Sono la persona giusta…

Se state cercando una giornalista pubblicista con esperienza sia nel giornalismo online che in quello cartaceo.
Se avete bisogno "di una penna" motivata, intraprendente e piena di idee da mettere su carta o schermo.

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