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Sul coraggio di scrivere | Una riflessione

Qualsiasi cosa si faccia ci vuole tanto coraggio. 

Una frase scontata? Forse. Si dice che col coraggio ci si nasca…ma io non sono d’accordo. Credo invece che coraggiosi si possa diventare.

Ci vuole solo la voglia di provarci e accettare il rischio di fallire.

Poi una volta che hai provato a essere coraggioso, la seconda sarà più facile esserlo. Non credi?

Oggi sull’autobus, dopo un pranzo con un amico a scambiarci giudizi e consigli su dei testi che aveva scritto riflettevo su quanto coraggio necessitiamo a scrivere. In special modo quando si tratta di qualcosa frutto della nostra immaginazione infarcito di ricordi personali. 

In fondo quando scrivi qualcosa frutto della tua esperienza personale, è come se ti mettessi nudo davanti a qualcuno, facendoti vedere per come sei davvero. Con le fragilità, i difetti e tutte quelle cose che normalmente nascondi sotto strati di vestiti.

Ma scrivere di te è anche spogliarsi dalle maschere che ci mettiamo addosso ogni giorno, per gettare una luce su quella parte intima dove non facciamo entrare mai nessuno.

Ed è qui, per me, che entra il gioco il coraggio.

Quanto coraggio ci vuole a esporsi quando pubblichiamo o facciamo leggere quelle parole a qualcuno? Ce la prenderemo se non piacciono? Il nostro orgoglio sarà ferito?

Eppure quando ci rileviamo per quello che si è non c’è giudizio che tenga. Non c’è giudizio che ci debba ferire, perché quello che siamo non è né giusto né sbagliato, è semplicemente qualcosa che è.

Il mio amico Emanuele mi ha dimostrato il suo coraggio. Ha messo su carta una parte della sua vita che non gli appartiene più ma in qualche modo gli apparterrà sempre.

Io gli sono grata per avermi fatto entrare in una parte della sua mente e del suo passato. Allo stesso momento lo ringrazio anche per essere stato coraggioso e avere spinto anche me ad essere più coraggiosa.

C’è qualcosa d’immensamente bello nell’aprirsi agli altri anche solo per un istante e sprigionare quel cono di luce unico che ognuno di noi ha nella parte più profonda di sé stesso.

Scrivere è una cosa bellissima, necessaria, immensamente appagante.

Io oggi auguro a tutti di scrivere con coraggio, rendendosi umili e facendosi aiutare dalla scrittura stessa.
Perché per me non c’è cosa più potente o catartica!

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Morire a scuola | La storia della famiglia Oliver 1/2

Una foto della famiglia Oliver

La prima volta che ho visto Manuel Oliver e ascoltato la sua storia è stato durante la mia trasferta nello Stato del Connecticut, in una appiccicosa giornata estiva, per l’ultima fermata del tour estivo dei giovani del movimento Save Our Lives, intitolato Road to Change.

Manuel è un “uomone” alto dalla faccia buona e un sorriso affabile. Vestito sempre con t-shirt and pantaloni larghi da subito l’impressione di un uomo per bene, disponibile e gentile.

Quando mi avvicino a lui a fine giornata ha l’aria stanca di una persona che vuole solo andare in albergo a rinfrescarsi e una piccola fila di ragazzi he ci vogliono parlare prima di me. Eppure alla mia richiesta di una parola, Manuel non ha fatto una piega.

Mi ha sfoderato un grande sorriso, ascoltando con gentilezza la mia proposta per un’intervista e accettando di buon grado di vederci due giorni dopo a New York City, dove avrebbe alloggiato per altri giorni di interviste televisive.

Manuel Oliver

Sinceramente era più di quanto sperassi di ottenere. I ragazzi del movimento che avevano organizzato il tour infatti non erano mai stati troppo aperti a concedere interviste. Specialmente a giornalisti che avevano come pubblico di riferimento un pubblico straniero.

Li ho visti rifiutare interviste con la Rai per esempio, non essendo quello il target dove volevano arrivare, in un modo anche particolarmente ignorante.

Ma da subito ho notato che Manuel è diverso. Lui non fa distinzione tra interlocutori, gli basta raccontare la sua storia.

Per quanto atroce e dolorosa, parlarne per lui vuol dire far rivivere ancora suo figlio Joaquin. Il motivo per cui si trova in Connecticut. Il motivo per cui ha lasciato la Florida, il lavoro, un’altra figlia e si era messo on the road.

LA FAMIGLIA OLIVER

Due giorni dopo, io Manuel e la moglie Patricia siamo a Manhattan, nella hall del loro albergo tra la sesta e Broadway.

In ritardo per un’altra intervista che si era prolungata, hanno l’aria stanca di chi ha dormito appena. Con un aereo che li aspetta la sera stessa per portarli nuovamente in Florida.

Gli Oliver sono il ritratto di due genitori giovanili, innamorati pazzi l’uno dell’altro così come dei loro figl con i quali si sono lasciati alle spalle il Venezuela, uno dei paesi considerato dal governo americano, ad oggi, come uno dei più pericolosi al mondo.

2012, 2018

Arrivati più di quindici anni fa, Manuel, Patricia, Andrea e Joaquin, hanno scelto di vivere a Parkland in Florida, dove la comunità ispanica è molto radicata. Uno stato dove il sole splende per la gran parte dell’anno, ed è scelta come meta di pensionamento da tantissimi americani.  

La vita degli Oliver scorre tranquilla. Manuel lavora come grafico e consulente per grandi brand americani. Patricia si dedica ai ragazzi.

Arriva il 2012, l’anno in cui la figlia maggio si diploma con la sua classe alla Marjory Stoneman Douglas, una scuola tra le migliori della zona che predilige materie come l’educazione civica, il giornalismo e i dibattiti per formare dei giovani informati e attivi nella comunità.

Tra la folla di genitori e familiari che partecipano alla cerimonia ci sono tutti e tre, Manuel, Patricia e Joaquin, emozionati e felici. Testimoni di un passo importante per una famiglia che ha scommesso su una nuova vita negli Stati Uniti.

Sei anni dopo. Primavera 2018. Nello stesso auditorium, con le stesse sedie e gli stessi colori, ci si prepara ad un altra cerimonia di diploma. A lasciare il liceo stavolta è la classe del loro figlio più piccolo, Joaquin, chiamato da tutti affettuosamente Guac.

Ma Joaquin su quel palco non ci è mai salito.

Al suo posto è salita mamma Patricia – senza toga o capello, senza vestito elegante o tacchi – ma con indosso una maglietta con su scritto solamente:

“Questo dovrebbe essere mio figlio”. 

Patricia Oliver alla cerimonia di diploma del figlio Joaquin.

JOAQUIN | UN LICEALE COME TANTI

Joaquin è infatti morto il giorno di San Valentino a soli diciassette anni per mano di un altro studente, Nikolas Cruz, che il 14 febbraio è entrato nel suo liceo con un fucile d’assalto AR-15 con il solo scopo di uccidere più persone possibili. Portando a compimento la sua missione e massacrando diciassette persone tra compagni e insegnanti. 

Mi chiamo Nik e diventerò famoso come lo school shooter del 2018. Vedrete le news stasera e saprete tutti chi sono. Il mio obiettivo è uccidere almeno 20 persone. Camminerò nei corridoi con il mio fucile e tutti fuggiranno alla mia vista.
Mi sono stancato di essere considerato un perdente. La mia vita ormai non ha più senso.

Manuel e Patricia non amano parlare di quel giorno. Come se lo avessero chiuso in un cassetto della mente che non va aperto.

C’è poco da dire su quella mattina. Ho accompagnato mio figlio a scuola”, racconta Manuel, “e prima che scendesse dalla macchina ci siamo detti che ci volevamo bene, come sempre quando ci salutavamo. Poi sono andato a lavoro e aspettavo di risentirlo a metà giornata, come di consueto. Ho aspettato la sua chiamata, ma non è mai arrivata.”

Dopo la notizia della sparatoria al liceo del figlio, i coniugi Oliver non hanno saputo niente sulle sorti di Guac per tutto il resto del giorno e della notte successiva. “Abbiamo saputo che era ufficialmente morto solo il giorno dopo alle prime luci della mattina. Da lì è stato come se il sole non fosse mai sorto“.

Ho portato i miei figli e mia moglie negli Stati Uniti in cerca di un paese dove potessero avere una vita felice e sicura. Ma poi ho visto morire mio figlio in uno dei luoghi considerati tra i più sicuri: la sua scuola. 

Cosa vuol dire vedere morire il proprio figlio adolescente a scuola dopo che lo hai portato via da un paese con il più alto tasso di criminalità nel mondo? Sono sensazioni che solo gli Oliver possono descrivere a parole, se solo le trovassero. 

Joaquin era un ragazzo favoloso. Molto affettuoso a casa e attivo nella comunità”, racconta Patricia che porta al collo un medaglione dorato con una sua foto, “un ragazzo intelligente con un futuro radioso davanti a sé”.

Una persona dolce, un amico sincero. Una persona onesta con un sorriso che ti entrava nel cuore“, mi dicono di lui le persone che lo hanno incrociato sulla propria strada, e testimoniato anche dalle tante foto e messaggi di ricordo ancora presenti sui suoi account social, attivi ancora oggi.

Joacquin andandosene sotto i colpi di un fucile d’assalto ha lasciato una sorella, una fidanzata, un paio di scarpe da ginnastica – che hanno però continuato a camminare con suo padre – e sopratuttto una vita fatta di sogni e speranze spezzate a metà.

Guac ha lasciato soprattuto un vuoto che i genitori stanno cerando di compensare con l‘attivismo e l’appoggio ai giovani sopravvissuti, i quali hanno deciso di combattere le stesse armi che si sono visti puntati in faccia o alla schiena.

Attivismo, sopravvivenza, voglia di giustizia e voglia di non dimenticare il viso tanto amato del figlio sono alla base del progetto Change the Ref, cambiamo l’arbitro. 

Ne parlo nel prossimo articolo dedicato a questa famiglia di persone straordinarie che ho avuto la fortuna di conoscere nel mio cammino americano.



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Barnes & Noble | I miei luoghi del cuore a New York

Barnes & Noble è uno dei miei posti del cuore a New York.

Qualsiasi libreria americana è bellissima, ti sfido davvero a trovarne una che non abbia un fascino e ti faccia sentire come in una casa piena di libri almeno per dieci minuti.

Certo Barnes & Noble  nel panorama librario è un po’ come la Fox Books di Tom Hanks in You’ve Got Mail, che fa fallire il The shop around the corner di Meg Ryan, piccola libreria a cui è impossibile non affezionarsi in particolare modo addobbata per le feste natalizie. E a volte mi chiedo quante di queste piccole librerie abbia fatto fallire Barnes & Noble…chissà. You've got mail libreria Meg Ryan

Ma a parte questa nota dolente, rimane uno dei posti dove posso spendere un’intera giornata senza mai provare un sentimento che sia noia o solitudine. È bello poter osservare la gente e  in particolare le persone di una certe età. Quelle che usano la caffetteria della libreria  per  studiare, leggere o magari anche per sentirsi meno soli.

Come Pike che mentre scrivo siede davanti al mio tavolo, il terzo che ho cambiato visto che il primo traballava, il secondo era accanto ad una persona che praticamente urlava e richiamava tutta la mia (notoriamente poca), attenzione.

Non so se si chiami davvero Pike, ma sulla tazza di cartone di Starbucks che ha davanti a sé quello è il nome che c’è scritto. E poi Pike è  un nome che gli dona. Dona al suo viso e le  mani rugose, così come alla barba bianca che gli dà un aria decisamente Hemingwaiana.  Starbucks coffe in Barnes & Noble

Pike è interessante da osservare: ha lo sguardo attento, non si distrae mai dal libro che sta leggendo ed è circondato completamente da altri volumi. Alcuni libri sono distesi, altri impilati, alcuni direttamente appoggiati tra il tavolo e la parete di legno. Dalla mia posizione non riesco a vedere tutti i titoli, ma voglio pensare che parlino di storia. Perché a quell’età credo si legga  di storia e di passato. Forse perché il corpo, come la mente, è rimasto legato ad un età e un’epoca che non c’è più. I magici scaffali di Barnes & Noble

Ma sto divagando…ed è proprio la parte più bella di questo mio posto del cuore, si divaga e ci si perde, tra riviste, libri, manuali di self-help (tanti manuali di self-help), di grammatica araba, grandi volumi sulla situazione del medio-oriente e anche (divertentissimi) libri per bambini dedicati al presidente Trump.

Barnes & Noble entra nella top tre dei miei luoghi del cuore newyorkese inoltre grazie a queste,  quasi banalissime, ragioni:

1. Posso leggere tutte le riviste che voglio

Sì, questa è decisamente la ragione che fa salire questa libreria in cima alla mia classifica. Perché posso leggere gratuitamente tutte le riviste che voglio. Le possono prendere, sfogliare, stropicciare, rileggere e semplicemente rimetterle a loro posto a fine lettura. Non c’è limite di tempo, non c’è limite di quanti se ne possono prendere. Te le affidano a tempo indeterminato (o almeno fino a che non le compri o il negozio chiude).

La mia preferita? Writer Digest.  Una piccola (ma solo come sfoglio) pubblicazione dedicata agli scrittori, che ogni mese dona consigli preziosi, racconti brevi di scrittori emergenti e tools per scrittori. Mi chiedo se esiste, e se no per quale assurdo motivo, non esista una cosa del genere in Italia. Leggere Writer Digest In America

2. L’atmosfera

Non solo da Barnes & Noble, ma in generale nelle librerie americane c’è un’atmosfera che in Italia non provo mai. C’è qualcosa di speciale che si crea tra il modo in cui queste librerie sono sistemate, gli scaffali, le luci e i colori delle copertine dei libri, e come si vivono le librerie, che non ha precedenti da noi. È difficile da spiegare, credo si capisca solo entrando in una.

3. Le copertine dei libri

Le copertine dei libri inglesi sono, aihmè, molto più belle di quelle delle nostre edizioni, almeno dal mio punto di vista. Sono coloratissime, accattivanti, intriganti, insomma ti fanno venire subito voglia di acquistarli tutti. Anche se non sono decisamente economici (il prezzo base di un libro nuovo si aggira intorno ai 22-25 euro, ma molto spesso arriva ai 30).

P.S Sono riuscita a vedere di sbieco il libro che legge Pike…è sui delfini. Non ci sono andata troppo lontana no?

Vuoi vedere più foto sulla mia New York? O la mia amata Hoboken (di cui parlo qui)?

Seguimi su Instagram qui @leonora.ma !

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Letture made in USA | How to talk Trump

Il paradiso di lettori a NYC è Barnes & Noble. Il mio personale è quello ad Union Square. Quattro piani di libri, riviste, articoli di cartoleria e mondi da esplorare.

La cosa più bella? Si possono impilare quanti libri e riviste si vogliono e leggerle anche per un giorno intero.Non ci sono limiti, non ci sono regole. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Certo sarebbe più comodo leggerle sul proprio letto o divano….ma visto che le riviste qui costano quasi tutte  tra i 6 e 12 dollari, Barnes & Noble è la soluzione migliore per rimanere aggiornati sul mondo che ci circonda, in maniera economica.

Questa settimana, una delle letture più interessanti (e decisamente divertente) in cui mi sono imbattuta è stato un articolo dell’Atlantic, ovviamente a tema Trump, che si intitola: “How to talk Trump” a firma di Kurt Andersen – lo trovate online qui.

the atlantic march 2018

Un breve e spiritoso pezzo, che ti insegna come parlare, scrivere – e magari pensare – come il presidente Trump. Da questo dizionario di termini, frasi ed aggettivi è nato un libro, che l’autore ha scritto con Alec Baldwin, impersonatone del tycoon al Saturday Night Live, (storico programma di satira americana in onda sull’emittente NBC) che si intitola: You Can’t Spell America Without Me: The Really Tremendous Inside Story of My Fantastic First Year as President Donald J. Trump (A So-Called Parody) e lo potete trovare in inglese su Amazon (o anche meglio in libreria, negli States).

Un libro scritto in prima persona dal vero Trump.

Io uso le parole migliori, bellissime parole. Le migliori frasi e – come le chiamate? – ah si paragrafi. Il miei ultimi libri erano grandiosi e hanno venduto molto bene, incredibilmente bene. Anche quelli che hanno scritto su di me i disonesti, disgustosi giornalisti. Si dice che se vuoi fare una cosa per bene, la devi fare da solo. Quindi ogni singola parola scritta in questo libro è stata scritta da me, usando un avanzato sistema di parole durante le tante, tante, notti che sono stato costretto a stare da solo nella Casa Bianca – solo io, da solo, fidatevi, nessuno mi ha mai aiutato. E tutto quello che è scritto in questo libro è vero, vero, vero – molti già dicono che probabilmente è il libro più vero che sia mai stato pubblicato nella storia della stampa. ENJOY!

 

Ma prima di leggerlo, dovete imparare a parlare Trumpiano.

Per gli aggettivi – negativi – si deve usare:

  • boring
  • complete and total
  • crooked
  • disgusting
  • dishonest
  • dopey
  • dumb
  • goofy
  • horrible
  • not good
  • obsolete
  • overrated
  • rude
  • terrible
  • unfair
  • weak
  • worst
  • sad stupid

Per quelli positivi:

  • amazing
  • beautiful
  • best
  • brilliant
  • elegant
  • good
  • great
  • happy
  • honest
  • top
  • strong
  • powerful
  • tremendous
  • unbelievable

Poi ci sono quelli extreme:

  • big
  • huge
  • major (or major major)
  • many (or many, many, many)
  • massive
  • tough
  • numerous

Le frasi speciali invece sono:

  • believe me
  • by the way
  • don’t have a clue
  • hit a home run
  • I’m doing very very well with
  • in all fairness
  • never seen before, ever
  • okay?
  • right?
  • zippo
  • very much involved
  • not gonna happen
  • laughing at us

Poi ci sono gli  avverbi (importantissimi):

  • absolutely
  • badly
  • totally
  • very
  • viciously
  • truly frankly

E ancora, le classiche frasi da Trump:

  • That’s just what I heard…
  • Ppl think it’s going to happen…
  • They are saying…
  • Everyone is now saying…
  • I’ve been hearing
  • I’ve seen this, and I’ve sort of witnessed it – in fact I have actually witnessed..
Sono la persona giusta…

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