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STORIE D’HOBOKEN| Gli americani e le due ruote

La mia cittadina americana sull’Hudson è un piccolo fantastico microcosmo di disavventure, americanate e di bellezza. Ne ho parlato nell’articolo più cliccato del mio sito. Oggi vi riporto lì per parlarvi dei nuovi giocattoli su due ruote che stanno portando scompiglio e paura nella comunità: i monopattini elettrici.

Una delle prime cose che un italiano può notare visitando gli Stati Uniti è la mancanza quasi assoluta di motorini.

Firenze ne è praticamente sommersa. La stessa cosa si può dire di Milano, Roma o Napoli. Oggetti che fanno parte integrante della nostra cultura da italiani.

A New York e Hoboken se ne possono vedere alcuni, ma per certo contabili su un palmo della mano.

Qualche vespacon la quale parola l’americano medio indica l’intera categoria di motorini, non solo la due ruote della Piaggio – si può vedere (nel Village principalmente).

Scooter come li conosciamo noi sono guidati per la maggior parte dai fattorini delle consegne di GrubHub or Seamless.

Se poi vi capita di vedere il mitico SH dell’Honda, uno dei modelli più venduti in Italia, non abbiate dubbi: siete vicini ad un Istituto, che sia Consolato o altro, dove lavorano i nostri connazionali.

Se potessi, non ci penserei due volte nemmeno io e me lo farei spedire senza esitazione!

HOBOKEN E LE DUE RUOTE

Questo breve prologo era necessario per introdurvi all’ultima novità – su due ruote – arrivata da qualche settimana a Hoboken: i monopattini elettrici.

monopattini elettrici a due ruote

Oh yes. Non solo biciclette o macchine a noleggio, ora ad Hoboken si può essere tranquillamente investiti da un monopattino elettrico!!

Sono piccoli, verdi, leggeri, economici. Li si può prendere praticamente in tutta la città, lasciarli sul marciapiede, al lato della strada, in mezzo di strada, davanti alla fermata dell’autobus.

parcheggio abusivo a due ruote
Un parcheggio abusivo

Sono apparsi un giorno all’improvviso e piano piano sono diventati il centro della mia attenzione. Non perché siano belli da vedere, ma perché è molto divertente vedere la totale incapacità dei guidatori.

C’è chi non ha il minimo senso dell’equilibrio, chi prova a spingersi con il piede, chi non sa come fermarsi, chi non sa che è illegale guidarli sui marciapiedi, chi lo sa e se ne frega minimamente e chi non ha capito che non è un gioco per mettere sotto più pedoni possibili.

Insomma un piccolo circo, che dopo tre giorni ha fatto pubblicare pezzi del genere sulla stampa:

Caos dopo solo 3 giorni degli scooter elettrici a Hoboken.

Il caos.

Le forze dell’ordine hanno anche messo dei cartelli di notevole grandezza per salvaguardare la salute dei pedoni. Uno spasso.

Eppure, nonostante sia tanto contenta di non vedere tanta gente sui motorini o le moto, qualcosa devo riconoscere: gli americani sono curiosi, attivi, si mettono sempre alla prova con cose con cui non sono familiari. Non si fanno problemi, salgono sul monopattino e vanno con sguardo fiero senza far traspirare che in verità non sanno come guidare.

Per adesso per fortuna, devo fare i conti con questi giocattoli solo quando sono ad Hoboken, visto che a New York sono illegali (già disponibili invece a DC, San Francisco e varie città del Midwest).

In fondo, lo Stato di New York, come New York stessa, di problemi con il traffico ne ha già troppi, con macchine, skateboard, biciclette, pedoni, macchine taxi e chi ne ha più ne metta ad intasare le strade tutti i giorni 24 su 24, si legge su un recente pezzo del NYT.

“Forse si potrebbero testare sul molo di Rockaway” dice qualcuno. “Prendete la bicicletta e fate esercizio”, ribatte il candidato presidenziale De Blasio, che ad aprile ha fatto sparire anche le biciclette elettrice dal Bike sharing per questioni di sicurezza con i freni.

Siamo ancora all’inizio della sperimentazione, quindi sono positiva che le andranno solo a migliorare, con il rispetto per gli altri e del codice stradale. Intanto mi godo il divertimento.

Alla prossima STORIA D’HOBOKEN!

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Morire a scuola | La storia della famiglia Oliver 1/2

Una foto della famiglia Oliver

La prima volta che ho visto Manuel Oliver e ascoltato la sua storia è stato durante la mia trasferta nello Stato del Connecticut, in una appiccicosa giornata estiva, per l’ultima fermata del tour estivo dei giovani del movimento Save Our Lives, intitolato Road to Change.

Manuel è un “uomone” alto dalla faccia buona e un sorriso affabile. Vestito sempre con t-shirt and pantaloni larghi da subito l’impressione di un uomo per bene, disponibile e gentile.

Quando mi avvicino a lui a fine giornata ha l’aria stanca di una persona che vuole solo andare in albergo a rinfrescarsi e una piccola fila di ragazzi he ci vogliono parlare prima di me. Eppure alla mia richiesta di una parola, Manuel non ha fatto una piega.

Mi ha sfoderato un grande sorriso, ascoltando con gentilezza la mia proposta per un’intervista e accettando di buon grado di vederci due giorni dopo a New York City, dove avrebbe alloggiato per altri giorni di interviste televisive.

Manuel Oliver

Sinceramente era più di quanto sperassi di ottenere. I ragazzi del movimento che avevano organizzato il tour infatti non erano mai stati troppo aperti a concedere interviste. Specialmente a giornalisti che avevano come pubblico di riferimento un pubblico straniero.

Li ho visti rifiutare interviste con la Rai per esempio, non essendo quello il target dove volevano arrivare, in un modo anche particolarmente ignorante.

Ma da subito ho notato che Manuel è diverso. Lui non fa distinzione tra interlocutori, gli basta raccontare la sua storia.

Per quanto atroce e dolorosa, parlarne per lui vuol dire far rivivere ancora suo figlio Joaquin. Il motivo per cui si trova in Connecticut. Il motivo per cui ha lasciato la Florida, il lavoro, un’altra figlia e si era messo on the road.

LA FAMIGLIA OLIVER

Due giorni dopo, io Manuel e la moglie Patricia siamo a Manhattan, nella hall del loro albergo tra la sesta e Broadway.

In ritardo per un’altra intervista che si era prolungata, hanno l’aria stanca di chi ha dormito appena. Con un aereo che li aspetta la sera stessa per portarli nuovamente in Florida.

Gli Oliver sono il ritratto di due genitori giovanili, innamorati pazzi l’uno dell’altro così come dei loro figl con i quali si sono lasciati alle spalle il Venezuela, uno dei paesi considerato dal governo americano, ad oggi, come uno dei più pericolosi al mondo.

2012, 2018

Arrivati più di quindici anni fa, Manuel, Patricia, Andrea e Joaquin, hanno scelto di vivere a Parkland in Florida, dove la comunità ispanica è molto radicata. Uno stato dove il sole splende per la gran parte dell’anno, ed è scelta come meta di pensionamento da tantissimi americani.  

La vita degli Oliver scorre tranquilla. Manuel lavora come grafico e consulente per grandi brand americani. Patricia si dedica ai ragazzi.

Arriva il 2012, l’anno in cui la figlia maggio si diploma con la sua classe alla Marjory Stoneman Douglas, una scuola tra le migliori della zona che predilige materie come l’educazione civica, il giornalismo e i dibattiti per formare dei giovani informati e attivi nella comunità.

Tra la folla di genitori e familiari che partecipano alla cerimonia ci sono tutti e tre, Manuel, Patricia e Joaquin, emozionati e felici. Testimoni di un passo importante per una famiglia che ha scommesso su una nuova vita negli Stati Uniti.

Sei anni dopo. Primavera 2018. Nello stesso auditorium, con le stesse sedie e gli stessi colori, ci si prepara ad un altra cerimonia di diploma. A lasciare il liceo stavolta è la classe del loro figlio più piccolo, Joaquin, chiamato da tutti affettuosamente Guac.

Ma Joaquin su quel palco non ci è mai salito.

Al suo posto è salita mamma Patricia – senza toga o capello, senza vestito elegante o tacchi – ma con indosso una maglietta con su scritto solamente:

“Questo dovrebbe essere mio figlio”. 

Patricia Oliver alla cerimonia di diploma del figlio Joaquin.

JOAQUIN | UN LICEALE COME TANTI

Joaquin è infatti morto il giorno di San Valentino a soli diciassette anni per mano di un altro studente, Nikolas Cruz, che il 14 febbraio è entrato nel suo liceo con un fucile d’assalto AR-15 con il solo scopo di uccidere più persone possibili. Portando a compimento la sua missione e massacrando diciassette persone tra compagni e insegnanti. 

Mi chiamo Nik e diventerò famoso come lo school shooter del 2018. Vedrete le news stasera e saprete tutti chi sono. Il mio obiettivo è uccidere almeno 20 persone. Camminerò nei corridoi con il mio fucile e tutti fuggiranno alla mia vista.
Mi sono stancato di essere considerato un perdente. La mia vita ormai non ha più senso.

Manuel e Patricia non amano parlare di quel giorno. Come se lo avessero chiuso in un cassetto della mente che non va aperto.

C’è poco da dire su quella mattina. Ho accompagnato mio figlio a scuola”, racconta Manuel, “e prima che scendesse dalla macchina ci siamo detti che ci volevamo bene, come sempre quando ci salutavamo. Poi sono andato a lavoro e aspettavo di risentirlo a metà giornata, come di consueto. Ho aspettato la sua chiamata, ma non è mai arrivata.”

Dopo la notizia della sparatoria al liceo del figlio, i coniugi Oliver non hanno saputo niente sulle sorti di Guac per tutto il resto del giorno e della notte successiva. “Abbiamo saputo che era ufficialmente morto solo il giorno dopo alle prime luci della mattina. Da lì è stato come se il sole non fosse mai sorto“.

Ho portato i miei figli e mia moglie negli Stati Uniti in cerca di un paese dove potessero avere una vita felice e sicura. Ma poi ho visto morire mio figlio in uno dei luoghi considerati tra i più sicuri: la sua scuola. 

Cosa vuol dire vedere morire il proprio figlio adolescente a scuola dopo che lo hai portato via da un paese con il più alto tasso di criminalità nel mondo? Sono sensazioni che solo gli Oliver possono descrivere a parole, se solo le trovassero. 

Joaquin era un ragazzo favoloso. Molto affettuoso a casa e attivo nella comunità”, racconta Patricia che porta al collo un medaglione dorato con una sua foto, “un ragazzo intelligente con un futuro radioso davanti a sé”.

Una persona dolce, un amico sincero. Una persona onesta con un sorriso che ti entrava nel cuore“, mi dicono di lui le persone che lo hanno incrociato sulla propria strada, e testimoniato anche dalle tante foto e messaggi di ricordo ancora presenti sui suoi account social, attivi ancora oggi.

Joacquin andandosene sotto i colpi di un fucile d’assalto ha lasciato una sorella, una fidanzata, un paio di scarpe da ginnastica – che hanno però continuato a camminare con suo padre – e sopratuttto una vita fatta di sogni e speranze spezzate a metà.

Guac ha lasciato soprattuto un vuoto che i genitori stanno cerando di compensare con l‘attivismo e l’appoggio ai giovani sopravvissuti, i quali hanno deciso di combattere le stesse armi che si sono visti puntati in faccia o alla schiena.

Attivismo, sopravvivenza, voglia di giustizia e voglia di non dimenticare il viso tanto amato del figlio sono alla base del progetto Change the Ref, cambiamo l’arbitro. 

Ne parlo nel prossimo articolo dedicato a questa famiglia di persone straordinarie che ho avuto la fortuna di conoscere nel mio cammino americano.



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Giovani contro le armi | La lotta continua

E’ ormai inverno inoltrato a New York City. Il fine settimana ci ha fatto fare un viaggio in Siberia non richiesto, con temperature percepite fino a – 21 gradi e l’estate sembra un ricordo lontano o un desiderio impossibile.

Eppure,

la scorsa estate, l’estate 2018, con il suo caldo oppressivo, l’area condizionata gelida e con diversi treni e autobus presi e persi, è ancora lucidamente impressa nella mia mente.

Non solo perché l’estate è uno di quei ricordi sempre piacevoli, ma anche perché quest’estate ho avuto l’occasione di venire a contatto con delle persone straordinarie, seppure nella loro normalità.

giovani volontari nel Bronx
Una delle fermate del Tour nel cuore del Bronx

Giovani liceali, ragazzi delle scuole medie, genitori e bambini delle elementari, che hanno girato il paese in lungo e in largo per mandare un messaggio a tutta l’America: basta vedere i nostri figli, i nostri fratelli, le nostre sorelle, morire nelle scuole (ma anche nei cinema, nelle sale giochi, nei centri commerciali) sotto i proiettili di una pistola o un fucile che appartiene ai campi di guerra. 

Il loro tour, chiamato Road to Change, era già iniziato quando ho iniziato a seguirli in varie tappe del progetto, da Washington, Virginia, New York, Morristown e Connecticut. Ma non per questo è stato meno bello, seppur difficile e doloroso, partecipare al progetto come ascoltatrice e giornalista.

giovani volontari
Virginia. Agosto 2018. Manifestazione davanti ad una delle più importanti fabbriche di armi in America.

Del loro movimento in Italia non si è mai parlato molto – a parte per la grande marcia (March for Our Lives) che organizzarono il 24 marzo scorso a Washington D.C., che vide la partecipazione di tantissimi giovani e non solo, da tutta America. Nonostante tutt’ora trovi qua e là riferimenti ed articoli a riguardo su settimanali e siti internet.

Ma era la cosa giusta da fare perché non si vedono tutti i giorni atti di coraggio, di ribellione, di sfida al governo come questi da parte di una generazione di sedicenni che hanno tra le altre cose raccolto attorno a loro un intero mondo di altri ragazzi, adulti, volontari, associazioni, politici e attori che hanno amplificato il messaggio e fatto loro la lotta.

giovani volontari del movimento a NY
Townhall in New York City

Da i giovani di Chicago o del Bronx che lottano per non vedere morire i loro coetanei per strada.

Ai genitori di Newton che cercano di lasciare un mondo migliore a figli che gli sono rimasti, poiché gli altri glieli ha portati via la sparatoria di Sandy Hook.

Un movimento ormai morto

Ma torniamo ad oggi.

Un amico e collega mi ha detto a fine agosto: “Era un bel movimento, peccato il modo in cui sia finito. Ormai non fanno più nulla”. 

E potrebbe davvero sembrare che il movimento si sia fermato, diviso e perso, poiché non riempie più le copertine delle riviste o le piazze. Ma così non è.

Il movimento non si è mai fermato, e continua localmente e a livello nazionale a piantare semi per far crescere più forte la loro pianta: una pianta che di nome fa America e ha come foglie meno pistole e fucili d’assalto.

Le elezioni di metà mandato 2018

Non dimentichiamoci inoltre come il movimento e le organizzazioni contro la violenza da armi da fuoco si siano fatti sentire a gran voce anche durante le elezioni di metà mandato del novembre 2018, che hanno segnato un ritorno dei giovani alle urne in massa, come non succedeva da 24 anni.

Votando per la maggior parte candidati democratici che potessero portare al centro dell’agenda politica nazionale una regolamentazione sul possesso di armi da fuoco.

We estimate that this is by far the highest level of participation among youth in the past quarter century

Sono stati infatti più del 30% i giovani che hanno deciso di far sentire la propria voce, secondo un sondaggio della Research on Civic Learning and Engagement presso la Tufts University di Boston, che ha iniziato nel lontano 1994 a tenere conto del voto delle nuove generazioni.

When people tell us that their vote doesn’t matter or their vote won’t make a difference, we tell them that it will. We tell them that your vote will save a life.

Quando le persone ci dicono che il loro voto non conta o non farà la differenza, noi li ricordiamo che non è vero, il loro voto a qualcosa serve: a salvare una vita!

Appoggio politico sempre più forte

La loro battaglia non si è fermata anche perché è sempre più ascoltata e appoggiata da personalità politiche di rilievo, come per esempio la neo eletta speaker della Camera Nancy Pelosi. 

A gennaio per esempio, rappresentanti di vari movimenti anti armi sono stati ospitati al Campidoglio per far risuonare alto il loro messaggio. Trovando una nuova platea politica pronta ad ascoltarli e muoversi per fare qualcosa di concreto a riguardo.

Ma sapete sopratutto perché un movimento come questo non potrà mai fermarsi?

Perché se c’è una triste certezza in questa pazza America, è che ci sarà sempre un’altra sparatoria. Ci saranno sempre altri sopravvissuti, altri genitori, fratelli, figli e alunni in lacrime fuori dalle scuole, ripresi dagli elicotteri dei notiziari nazionali.

Non è questione di se accadrà, ma solo di QUANDO accadrà.

Il prossimo capitolo

Purtroppo l’estate scorsa non mi è stato possibile seguire tutto il tour e le cose da raccontare sarebbero state tantissime. Purtroppo l’obiettivo di pubblicare su giornali e magazine italiani le storie dei sopravvissuti e dei sostenitori del movimento non è stato raggiunto, scontrandosi con le difficoltà del giornalismo italiano attuale.

Ma in tutti questi purtroppo, non ne vedo uno che mi faccia venire voglia di non continuare a raccontare la lotta di questa generazione.

Perché se lo meritano questi giovani, e se lo meritano anche i lettori italiani di leggere delle storie di coraggio quotidiano. Storie di lotta. Storie di speranza.

giovani in marcia
Massachusetts, agosto 2018

Sarà il 2019 l’anno che vedrà fare dei passi avanti all’America in tema di armi da fuoco? Diminuiranno le sparatorie nelle scuole? I giovani americani moriranno ancora al cinema? Al supermercato? In un bar? In una sala di videogiochi?

Solo il tempo ce lo dirà. Io intanto scriverò dell’argomento qui sul mio blog e sulla pagina Facebook che ho dedicato al movimento qui.

Partendo dalla mia intervista (in due parti) a Manuel e Patricia Oliver, i genitori di Guac. Assassinato a Parkland lo scorso febbraio 2018.



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Cartoline da Newtown|Yolanda Renee King

A Newtown, Connecticut, un’ora e mezza da New York, le previsioni del tempo mettevano pioggia a dirotto tutto il giorno.

L’ultima tappa del progetto Road to Change – un tour estivo in più di venti stati americani organizzato dai giovanissimi del movimento March for Our Lives –  è iniziata da qualche ora e sullo stretto palco si alternano ragazzi dalla Florida, da Sandy Hook, New York, Milwaukee e Chicago che hanno urlato a squarciagola la loro frustrazione e la loro rabbia.

“Ci sono troppi letti vuoti in questo paese”, dice Jaclyn, una delle organizzatrici del movimento con la voce spezzata e gli occhi lucidi.

C’è chi è presente perché ha perso il figlio e tiene alta la sua foto, chi canta una canzone per il fratellino di sei anni che non avrà più un futuro, chi ha perso amici e non riesce a sorridere.

Ognuno di loro ha una storia da raccontare e tutti ricevono un applauso, un grido di approvazione, un abbraccio vocale di solidarietà.

Vedere chiaramente cosa accadde sul palco non è semplice, a causa della calca di persone che assistono al rally, insieme alla polizia, necessaria per questioni di sicurezza – molti dei ragazzi del movimento infatti sono spesso stati minacciati. 

Quasi alla fine dell’evento, quando il caldo appiccicoso di una giornata estiva non dà tregua e i ragazzini più giovani vogliono mettersi in fila per fare una foto con i loro beniamini preferiti – questo infatti sono diventati molti degli organizzatori del movimento – dal palco arriva una voce di bambina.

In un momento tutti si muovono, telefonino alla mano verso di lei. Davanti a me una bambina dalla maglietta gialla si sporge il più possibile con il suo smartphone per registrare il momento. Accanto a lei in un attimo c’è anche Lauren Hogg, la sorella di David, uno degli esponenti più in vista del movimento, che correndo guarda verso il palco e anche lei riprende la scena con l’i-phone. 

Yolanda King

La folla urla e si capisce che chi è salito sul palco non è una persona qualunque. E’ piccola ma è grande. Grandissima.

Si chiama Yolanda Renee e di cognome fa King, come suo nonno Martin Luther King.

E credeteci se vi dicono che non è solo il nome che condivide con lui. A nove anni Yolanda ha la grinta di un’adulta, la voglia di combattere di quei ragazzi con cui condivide il palco – come ha già fatto nella grande marcia del 24 marzo scorso a Washington – e nessuna paura di stare con un microfono in mano.

“Chi siamo?”, chiede alla folla,”Siamo quelli di cui abbiamo bisogno”, rispondono.

“Start the fire”, continua, “Non avete sentito? In tutta la nazione. Saremo una grande generazione”. 

Non avrà detto tanto, non avrà fatto il discorso che fece a Washington DC e l’ha portata alle luci della ribalta internazionale, ma in quei pochi minuti che era sul palco, non c’era un orecchio o un volto che non guardasse il suo sorriso e avesse capito di che pasta fosse fatta.

E’ così che si chiude il rally. Con un botta e risposta incitato da una piccola futura speaker che ha già le idee ben chiare. 

E’ la forza di questo movimento. Gli eroi di questa generazione sono ragazzi proprio come loro. Hanno la loro stessa età, alcuni di loro non possono ancora votare, ma hanno deciso che non staranno con le mani in mano a vedere la vita scorrergli accanto. Saranno loro il cambiamento che vogliono nella società. 

All’evento qualcuno ha detto: “Il cambiamento e il coraggio a volte saltano una generazione”. Yolanda King ha tutte le carte in regola per diventare la voce di questo coraggio e cambiamento. 

Chi è Yolanda Reese King 

Yolanda ha nove anni ed è la figlia di Martin Luther King III and Andrea Waters. E’ nata nello stato della Giorgia ed è cresciuta ad Atlanta. Ha preso il suo nome dalla zia Yolanda King, morta per un problema di cuore nel 2007. E’ l’unica nipote di Marti Luther King e la moglie Coretta.

Il discorso alla marcia di Washington del 24 marzo scorso 

La piccola Yolanda è arrivata all’attenzione dei media internazionali grazie alla partecipazione alla “Marcia per le nostre vite” di Washington DC, lo scorso 24 marzo 2018.

Dove dal sogno di suo nonno è nato un nuovo sogno: un mondo senza armi! 

Mio nonno aveva un sogno che i suoi quattro figli non fossero giudicati dal colore della loro pelle, ma dal loro carattere. Io invece ho il sogno che quando è troppo è troppo. Questo dovrebbe essere un mondo senza armi. Punto



Fare del buon giornalismo è bellissimo. E’ una passione, un onore e un privilegio. Ma fare giornalismo, soprattutto all’estero è anche una spesa. Se non fossi andata sul posto a vedere con i miei occhi i suoni, gli odori e le facce delle persone che erano presenti a questo rally sabato 6 agosto non sarei probabilmente riuscita a farlo così pieno e vero.  Ma in ogni caso, che sia un articolo con una ricerca di immagini, video e foto fatto al computer o dal vero, un giornalista andrebbe, secondo la mia modesta opinione, ringraziato e sostenuto per averci da guida in un fatto di cronaca o una situazione. Se vi è quindi piaciuto questo pezzo, vorreste saperne di più e mi volete dare una mano a raccontarvi altre storie su questa generazione in cammino, potete farlo qui: https://www.produzionidalbasso.com/project/road-to-change-un-inchiesta-giornalistica-sulla-generazione-che-vuole-cambiare-l-america/

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I liceali americani tornano a scuola | Tra guardie armate, metal detector e recinzioni

Durante il Road to Change, il tour estivo dei ragazzi di March For Our Lives (di cui scrivo qui), ho parlato con uno degli studenti fondatori Matt Deitsch, che mi ha raccontato come la sua sorella minore, ormai da settimane nel mezzo della notte, lo svegli per essere consolata non riuscendo a dormire per la paura di tornare nella sua scuola, la Stoneman Douglas di Parkland (Florida), dove quattro delle sue migliori amiche sono morte lo scorso febbraio in una delle sparatorie di massa americane più letali della storia 

matt

Oggi, 15 agosto, lei e milioni di altri studenti americani torneranno nei loro campus in tutto il paese. Ma per molti le scuole che troveranno non saranno le stesse che hanno lasciato.

Come cambia la scuola della strage di Parkland

In primis ovviamente proprio la scuola della sorella di Matt, la Stoneman Douglas, dove gli studenti troveranno:

  1. tre poliziotti armati,
  2. recinzioni lungo il perimetro delle classi del campus, 
  3. entrate con metal detector, 
  4. più telecamere lungo i corridoi,  
  5. serrature delle classi che si chiudono automaticamente dall’interno ,
  6. badge personale per ogni studente, 
  7. più cartelli con i motto della Florida (In God We Trust), mandatori per la legge dello stato 

In altre scuole invece, oltre ai metal detector, sono state installate anche telecamere con riconoscimento facciale.

Ma c’è di più. In una zona rurale del West Virginia – nelle scuole del distretto di Lee County – insegnanti e membri dello staff (che già avevano un permesso per possedere un’arma) potranno partecipare a corsi di aggiornamento per portare le stesse nei campus. E’ il primo distretto a permettere una cosa del genere nello Stato. 

Le misure messe in atto nell’ultimo periodo vogliono dare una sensazione di sicurezza maggiore ai ragazzi, ma sono davvero abbastanza? E’ davvero questa la direzione giusta? La zia di Jaime, una delle ragazze uccise a Parkland, ha espresso i suoi sentimenti con un post su Facebook.

Estremamente rappresentativo del pensiero del movimento anti-armi che sta spingendo per riforme concrete per evitare un’altra strage di massa in una scuola americana. 

Six Months since Parkland, a New School Year Begins…Six months ago today, my niece Jaime Guttenberg, and 16 other…

Pubblicato da Abbie Guttenberg Youkilis su Lunedì 13 agosto 2018

Qui i punti salienti: 

“Siamo grati che sia stato fatto qualcosa per i nostri ragazzi. Che siano state messe in atto misure per rendere le scuole più sicure con più poliziotti e psicologi per la prevenzione.

scuole usa

“MA i nostri bambini non dovrebbero proprio essere costretti a essere perquisiti e comprare vestiti o caschi a prova di armi per permettere agli adulti di avere un accesso senza restrizioni alle armi.

Abbiamo bisogno di una strategia complessiva che includa la sicurezza delle nostre scuole, un migliore piano di salute mentale e leggi sensate in materia di controllo delle armi.”

“Sembra che ormai l’installazione di metal detectors è diventata una obbligatoria, vista la nostra inabilità di bilanciare la sicurezza pubblica e un’interpretazione assurda del Secondo Emendamento. E quindi il sacrosanto diritto dei nostri bambini di crescere felici viene sacrificato perché la nostra generazione li ha falliti.

E quindi il sacrosanto diritto dei nostri bambini di crescere felici viene sacrificato perché la nostra generazione li ha falliti. 

Sono triste che i nostri ragazzi inizieranno la loro giornata sotto una nuvola di sospetto e paura mentre tireranno fuori le loro cose dalle tasche e si toglieranno le scarpe. 

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Sono ancora più triste che debbano pensare alle armi ogni giorno, quando entrano a scuola e quando devono fare le esercitazioni per una sparatoria in atto. 

Ma soprattutto credo che mettere dei metal detectors all’entrata della scuola è come coprire una ferita da proiettile con un cerotto. Non risolverà, probabilmente, il problema.” 

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Barnes & Noble | I miei luoghi del cuore a New York

Barnes & Noble è uno dei miei posti del cuore a New York.

Qualsiasi libreria americana è bellissima, ti sfido davvero a trovarne una che non abbia un fascino e ti faccia sentire come in una casa piena di libri almeno per dieci minuti.

Certo Barnes & Noble  nel panorama librario è un po’ come la Fox Books di Tom Hanks in You’ve Got Mail, che fa fallire il The shop around the corner di Meg Ryan, piccola libreria a cui è impossibile non affezionarsi in particolare modo addobbata per le feste natalizie. E a volte mi chiedo quante di queste piccole librerie abbia fatto fallire Barnes & Noble…chissà. You've got mail libreria Meg Ryan

Ma a parte questa nota dolente, rimane uno dei posti dove posso spendere un’intera giornata senza mai provare un sentimento che sia noia o solitudine. È bello poter osservare la gente e  in particolare le persone di una certe età. Quelle che usano la caffetteria della libreria  per  studiare, leggere o magari anche per sentirsi meno soli.

Come Pike che mentre scrivo siede davanti al mio tavolo, il terzo che ho cambiato visto che il primo traballava, il secondo era accanto ad una persona che praticamente urlava e richiamava tutta la mia (notoriamente poca), attenzione.

Non so se si chiami davvero Pike, ma sulla tazza di cartone di Starbucks che ha davanti a sé quello è il nome che c’è scritto. E poi Pike è  un nome che gli dona. Dona al suo viso e le  mani rugose, così come alla barba bianca che gli dà un aria decisamente Hemingwaiana.  Starbucks coffe in Barnes & Noble

Pike è interessante da osservare: ha lo sguardo attento, non si distrae mai dal libro che sta leggendo ed è circondato completamente da altri volumi. Alcuni libri sono distesi, altri impilati, alcuni direttamente appoggiati tra il tavolo e la parete di legno. Dalla mia posizione non riesco a vedere tutti i titoli, ma voglio pensare che parlino di storia. Perché a quell’età credo si legga  di storia e di passato. Forse perché il corpo, come la mente, è rimasto legato ad un età e un’epoca che non c’è più. I magici scaffali di Barnes & Noble

Ma sto divagando…ed è proprio la parte più bella di questo mio posto del cuore, si divaga e ci si perde, tra riviste, libri, manuali di self-help (tanti manuali di self-help), di grammatica araba, grandi volumi sulla situazione del medio-oriente e anche (divertentissimi) libri per bambini dedicati al presidente Trump.

Barnes & Noble entra nella top tre dei miei luoghi del cuore newyorkese inoltre grazie a queste,  quasi banalissime, ragioni:

1. Posso leggere tutte le riviste che voglio

Sì, questa è decisamente la ragione che fa salire questa libreria in cima alla mia classifica. Perché posso leggere gratuitamente tutte le riviste che voglio. Le possono prendere, sfogliare, stropicciare, rileggere e semplicemente rimetterle a loro posto a fine lettura. Non c’è limite di tempo, non c’è limite di quanti se ne possono prendere. Te le affidano a tempo indeterminato (o almeno fino a che non le compri o il negozio chiude).

La mia preferita? Writer Digest.  Una piccola (ma solo come sfoglio) pubblicazione dedicata agli scrittori, che ogni mese dona consigli preziosi, racconti brevi di scrittori emergenti e tools per scrittori. Mi chiedo se esiste, e se no per quale assurdo motivo, non esista una cosa del genere in Italia. Leggere Writer Digest In America

2. L’atmosfera

Non solo da Barnes & Noble, ma in generale nelle librerie americane c’è un’atmosfera che in Italia non provo mai. C’è qualcosa di speciale che si crea tra il modo in cui queste librerie sono sistemate, gli scaffali, le luci e i colori delle copertine dei libri, e come si vivono le librerie, che non ha precedenti da noi. È difficile da spiegare, credo si capisca solo entrando in una.

3. Le copertine dei libri

Le copertine dei libri inglesi sono, aihmè, molto più belle di quelle delle nostre edizioni, almeno dal mio punto di vista. Sono coloratissime, accattivanti, intriganti, insomma ti fanno venire subito voglia di acquistarli tutti. Anche se non sono decisamente economici (il prezzo base di un libro nuovo si aggira intorno ai 22-25 euro, ma molto spesso arriva ai 30).

P.S Sono riuscita a vedere di sbieco il libro che legge Pike…è sui delfini. Non ci sono andata troppo lontana no?

Vuoi vedere più foto sulla mia New York? O la mia amata Hoboken (di cui parlo qui)?

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Un anno d’America: e ancora tanto da fare

Un anno fa ero sul balcone di casa con la mia migliore amica in mezzo alla notte. Guardavo Firenze addormentata. Via Bovio nel silenzio. Il bar di sempre, il forno, la macelleria con le serrande abbassate.

Un anno fa pensavo a questo momento. Pensavo a un anno dopo. Cosa sarebbe successo a me, alla mia migliore amica, alla mia famiglia. Ma in special modo alla mia vita.

La paura più grande era che Firenze sarebbe cambiata. La mia migliore amica e con lei gli affetti più cari avrebbero fatto lo stesso. Non avrebbero aspettato il mio ritorno, sarebbero andati avanti senza di me e non avrei potuto mai recuperare il tempo perduto.

“Certo che sarà tutto diverso”, mi ha confermato ad alta voce la mia amica. Lei che di lì a poco avrebbe pianto per entrambe. Mentre io avrei sdrammatizzato…sorridendo e facendo battute stupide, pur di non vederla piangere.

Perché in fondo, anche se sapevo che non l’avrei vista per almeno sei mesi o forse più, ero io quella con la consapevolezza di partire per il viaggio della mia vita. Per un’avventura emozionante. Lei quella che rimaneva nei luoghi di sempre in compagnia della mia assenza.

La paura del cambiamento ce l’avevamo entrambe. E io credo di avercela ancora, in qualche modo.

Ma se guardo indietro di 365 giorni vedo solamente un passo che andava fatto. Vedo una scommessa vinta con la mia vita e il mio carattere. Una sfida che mi ha dato gioie immense e dolori forti e mi ha posto davanti a tutti i limiti del mio carattere.

Potrei dire che è un’avventura che mi ha reso migliore e cambiato. Ma queste sono affermazioni che vanno fatte quando si mette il punto a qualcosa, e io ancora questa storia non l’ho finita di scrivere.

C’è ancora da fare, da scoprire. Persone da incontrare e tanta America da esplorare.

Posso però guardarmi indietro e pensare a gli sbagli e ai traguardi. Senza giudicarmi troppo: se non ho scritto quanto dovevo,  ho speso molto più del dovuto e fatto scelte che avrei decisamente non dovuto fare. Perché ormai quello che è fatto è fatto, diceva qualcuno.

Su quella finestra della mia camera adolescenziale ho detto addio a una parte di me, della mia famiglia e dei miei amici, per la persona che sono un anno dopo. Troppo presto per dire se migliore o peggiore, ma senza dubbio la migliore che posso essere adesso.

Tirando le somme. Di questi 365 giorni americani mi rimane tanto – ma tra il tanto – questo un pò più:

  • La pubblicazione sul Corriere della Sera online della storia di un ragazzo che ogni giorno mi dà ispirazione e mi stupisce sempre di più. La potete leggere qui.
  • La gentilezza di tanti giornalisti italiani. Professionisti che in mezzo al loro lavoro quotidiano hanno sempre trovato il modo di aiutarmi. Rispondendo prontamente a email. Aiutandomi a pubblicare lavori su giornali italiani. E allo stesso tempo mi hanno ispirato, incoraggiato, spinto e fatto sentire una di loro.
  • Due settimane di tennis mondiale a fianco di una squadra di amici e giornalisti matti da legare e indimenticabili.
  • La gentilezza, la solidarietà e allo stesso tempo l’egoismo e cattiveria degli americani. Così simili ma anche tanto diversi da noi italiani.
  • L’ignoranza e l’arroganza di tanti italiani in America. Che mi hanno insegnato che sei un italiano stronzo, rimani un italiano stronzo anche in un altro continente.
  • L’emozione di sentirsi a casa anche a milioni di chilometri da essa.
  • La bellezza di vedere ogni giorno coppie interrazziali, con tagli di occhi diversi e lingue diverse, ma con alla base lo stesso l’amore; a  cui non importa niente di di colore è la tua pelle.
  • Lo stupore di non vedere (praticamente) mai un bambino in un passeggino che abbia lo stesso colore della pelle della persona che lo spinge.
  • Un trasloco americano in pieno luglio: con annesso trasporto di una base per il letto per cinque piani di scale.
  • L’aver trovato persone che sono diventate amici veri. Di quelli che se finisci all’ospedale sei contento se ti vengono a salutare.
  • Poter lavorare al fianco di giornalisti e amici come Luca, che da un “Luca? Ciao. Sono una tua fan su Facebook”, ti hanno permesso di lavorare con loro a progetti come questo qui, e anche questo.
  • L’amore e l’affetto enorme che mi arriva ogni dall’altro capo del mondo. Tramite una parola, un gesto, un pensiero, un messaggio, un rimprovero.

On

La magia dei sobborghi americani dietro un vetro | Snow Edition (1/2)

I sobborghi americani sono un affascinante specchio dell’America. Perfetti, ma solo all’apparenza.

Per me hanno qualcosa di magico (senza dubbio legato al fatto che sono – siamo – cresciuti con le immagini di centinaia di film e serie tv americane). E solo quando sono nei sobborghi mi sento di osservare l’America più vera. Quella magari più ricca e più povera. Ma senza dubbio quella reale.

Perché New York è favolosa: un mondo di culture, religioni e sapori. Ma non è l’America.  

Dopo quasi un anno tra Italia e America tra freddo polare e caldo tropico, voglio condividere delle foto dedicate proprio a loro, i sobborghi (in questo caso innevati) del New Jersey.

New Jersey

America innevata

“The suburbs have this veneer of happiness, you know? This veneer of the ideal life. From afar, it’s all together – white picket fence, nice house – but you peel away one little layer, and it all comes crumbling down.”(J.J.)

club under the Snow

sobborghi americani

“I live in the suburbs, the final battleground of the American dream, where people get married and have kids and try to scratch out a happy life for themselves.” (H.B.)

“The suburbs are the American dream, right? Living in a nice house, having a good job, a happy family.” (C.H.)

american house snow

“There’s an overwhelming sense of paranoia in the suburbs. People there seem so much more paranoid to me than people in the city about their kids being kidnapped or their parties being raided or their drinks being spiked. There’s a kind of hysteria about that.” (M.R.)

“I watched a lot of television as a kid, and the suburbs to me – that was exotic! Like, a mom and dad who lived in the same house and had jobs and cooked breakfast at the same time every morning and did laundry in a washing machine and dryer? That was like, ‘Woah! Who are they? How do you get to be like that?’ ” (G.F.)

Per altre interessante citazioni sul tema, dai un’occhiata qui.

 

On

Tutto quello che (a volte) odio…degli Americani!

In tutte le relazioni, anche quella con gli americani, dopo la prima fase dell’innamoramento dove tutto è bello e non si riesce a trovare nessun difetto, arriva inevitabilmente lo scontro con la realtà.

 

 

La realtà dei difetti e del non essere perfetti.

E come capita nelle relazioni tra due persone può capitare anche con qualcosa di diverso: come con la società americana e gli americani, per esempio.

Prima c’è la fase dell’innamoramento: in tv e al primo viaggio sembra tutto così bello, spettacolare, affascinante. Tutti sorridono e sono gentili, il cibo invitante e le notti fatte per ballare fino al mattino.

Poi però, dopo diversi mesi a stretto contatto con l’innamorato in questione fare una lista di tutti i suoi difetti è la cosa più semplice del mondo.

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On

L’America fa davvero per te? | Qualche consiglio prima di prendere quell’aereo!

Pensi di trasferirti per un periodo in America? Hai sempre sognato di vivere il vero stile di vita a stelle e strisce?

Di goderti ogni mattina bacon e uova strapazzate?

Se la risposta è Sì. Qui troverai qualche consiglio da una persona che la pensava proprio come te e ha deciso di partire, non più di tre mesi fa.

Troverai inoltre qualche riflessione per capire se l’America è il posto giusto per te!

Quindi iniziamo: l’America fa per te se… Continue reading “L’America fa davvero per te? | Qualche consiglio prima di prendere quell’aereo!”

Sono la persona giusta…

Se state cercando una giornalista pubblicista con esperienza sia nel giornalismo online che in quello cartaceo.
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